sabato, Aprile 17

L’Est Europa blocca i lavoratori della Nord Corea

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Bulgaria, Repubblica Ceca e Romania hanno stabilito un precedente nell’importazione di forza lavoro, dopo aver analizzato le condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori nordcoreani all’estero. La sospensione dell’importazione di lavoratori nordcoreani da parte di questi tre Paesi esteuropei è «un esempio di come gli stati possono in modo attivo prendere misure contro l’estorsione», ha dichiarato l’Ambasciata di Bulgaria in Corea del Sud, annunciando la decisione, scrive l’agenzia ‘Yonhap’.
L’esportazione di forza lavoro è considerata una fonte importante di entrate per la Corea del Nord (circa 100 milioni di dollari all’anno), una delle fonti di finanziamento dell’arsenale del regime, accusato di schiavitù moderna per le condizioni a cui vengono sottoposti i lavoratori in patria e la vera e propria estorsione che incombe su coloro che lavorano all’estero. Circa 50-60.000 nordcoreani sono impiegati all’estero, in particolare nell’industria mineraria, tessile ed edile.

Elvio Rotondo, Country analyst del think tank di geopolitica Il Nodo di Gordio, già in servizio presso l’Ambasciata d’Italia di Seoul e, in ambito multinazionale, presso il Multinational Cimic Group, in una lunga intervista sull’effettiva potenza militare del Paese, ci aveva spiegato il ruolo dei nordcoreani all’estero.

Una delle fonti di finanziamento della Corea del Nord è la valuta estera guadagnata dai lavoratori nord-coreani all’estero. “Ci sono diverse informazioni circa il numero di nordcoreani che il regime invia sistematicamente all’estero” che, secondo quanto riportato dal Japan Times, “si aggira tra i 50.000 ed i 60.000, le loro rimesse arrivano fino a 500 milioni di dollari l’anno, mentre secondo altre fonti, i lavoratori sarebbero il doppio e le stime delle loro rimesse verso Pyongyang varierebbero da decine di milioni a oltre 1 miliardo di dollari l’anno“, spiegava Rotondo. “Un business che costituisce una fonte primaria di raccolta di importante valuta estera per le casse di Pyongyang che investe poi nei programmi di sviluppo nucleare e missilistico, aggirando così le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite. I lavoratori nordcoreani potrebbero utilizzare intermediari per inviare denaro in patria attraverso il sistema bancario internazionale senza essere scoperti”, come già evidenziato in un report del think tank Il Nodo di Gordio.
«Una fonte di Radio Free Asia ha riferito che il tasso di mortalità dei lavoratori nordcoreani all’estero, riferito al 2015, è di circa 16 morti per 10.000, un tasso di gran lunga superiore a quello dei decessi di lavoratori in altri paesi registrati dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nei due anni precedenti. Secondo alcune fonti, Russia, Cina e circa 20 Paesi del Sud-Est asiatico, il Medio Oriente e l’Africa accolgono i cittadini della Corea del Nord. Sin da quando il leader nordcoreano, Kim Jong Un, è salito al potere, dopo la morte del padre, Kim Jong Il, nel dicembre 2011, il numero sarebbe aumentato», si legge nel report.

Il grande business sulla pelle dei lavoratori nordcoreani all’estero si appunterebbe sul settore della ristorazione. «La Corea del Nord ha cominciato con ristoranti in Cina prima di espandersi in Cambogia, un altro alleato tradizionale, e successivamente in tutto il Sud-Est asiatico, Russia e Emirati Arabi Uniti. I ristoranti sono parte della rete di lavoro all’estero che i gruppi per i diritti umani stimano che coinvolga decine di migliaia di nordcoreani, da Ulan Bator ad Amsterdam, oltre ai settori quali edilizia, industria tessile e altri. Pyongyang inviava lavoratori nei calzaturifici della Repubblica Ceca, a costruire monumenti in Senegal, a coltivare soia in Cina e nelle miniere di carbone in Malesia».

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