lunedì, Maggio 16

L’Espresso e la morte della carta stampata nell’epoca dei social Per l’Espresso un caro ricordo ed un saluto affettuoso dinanzi a chi ne possedeva la proprietà in modo assolutamente casuale, privi di anima come sono tutte queste persone

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Nei giorni di invasione dell’Ucraina da parte della Russia neo-imperialista del dittatore Vladimir Putin, ‘l’Eco di Mosca, storico presidio dell’informazione libera e dunque pericolosa, è stato chiuso da Putin perché ritenuto fazioso! Da noi, affranta ed affaticata democrazia, l’informazione veleggia su canali legali la cui impronta sta lasciando il segno con rimescolamenti proprietari che inducono qualche riflessione. Per riprendermi dall’ansia nuova dopo la pandemia, ah quanti rimpianti…, per ritrovarci dentro una guerra forse inevitabile, in qualche modo auspicata siamo chiari, da parte americana perché il tentativo di dare una chance per risalire dai consensi crollati per il suo anno di discutibile presidenza Biden si incrociano con la necessità di tenere insieme valori alquanto acciaccati, libertà e democrazia, entrambe esportate massicciamente in armi in altri paesi, Afghanistan, Siria, prima Iraq.

Veniamo al titolo che pare ovvio. Come la carta stampata ed i media che hanno cicli di crescita e poi obsolescenza, come l’attuale rapporto tra analogico e digitale, si è stati giovanipoi si cresce, si matura, si invecchia, si muore. Punto, fine della vita. Queste auliche parole mi servono per certificare un dato incontrovertibile: sono un adulto che è stato giovane. Ho le prove, hanno registrato la mia data di nascita, i miei studi sono stati certificati da diverse università. Avevo amici (più amiche per la verità…) giovani che oggi imbiancano la calotta cranica come il sottoscritto. Ciò per dire che ricordo il 1976, l’anno del mio primo matrimonio (no comment!), veniva fondato il quotidiano ‘la Repubblica’ che avrebbe avuto molta eco, autorità e spessore nella vita politica culturale artistica di questo asfittico Paese. La scommessa di un nuovo modo di raccontare l’informazione, la stampa, la cultura, i cambiamenti epocali della Storia nelle innumerevoli storie di un Paese sconfitto ed abbattuto come l’Italia che aveva voglia di un mutamento. Un Paese che aveva dismesso i tratti di una cultura contadina per essere proiettata, e molto maltrattata allora come oggi da un agire pubblico insofferente alle regole quando c’erano, oppure violatore delle medesime perché non applicate o snobbate. Dentro un orizzonte storico di una società industriale della produzione e dei consumi connotato da alcune punte di diamante e da estese sacche di resistenza al cambiamento, nelle istituzioni, nell’auto protetta amministrazionestatuale, uno dei mali della nazione, e politica, avvinghiatead uno Stato retrogrado. Con una rappresentanza ed un corpo politico asfittico che già nella prima Repubblica aveva fatto strame di onestà, moralità, politica per il bene comune. Ma al cui interno albergavano menti lucide dallo sguardo lungo.

E poi c’erano gli intellettuali, i portatori sani di intelletto dubbioso, di proclami, di visioni del mondo, di progettisti della realtà sociale. Usciti dalla seconda deflagrazione cosiddetta mondiale, le campagne si svuotarono di miseria scudocrociata di riforme agrarie negate per trasferirsi nelle periferie di città luccicanti neldivenire delle nuove forme di partecipazione politica e di primo consumismo di beni ed oggetti. Di cui oggi festeggiamo (?) l’ormai strutturale intrusione virtuale nelle nostre vite quotidiane. Ridotti, come siamo, ad essere volontari contenti di “un’economia del capitalismo di sorveglianza che ha generato il ciclope estrattivo (ovvero le tracce dei nostri dati personali che noi lasciamo come sassolini di Pollicino nei segmenti delle reti virtuali, mio), trasformando Facebook in un colosso pubblicitario e un campo di sterminio per la verità”, perché FB è un social dal regime autoritario, come afferma Shoshana Zuboffstudiosa nel suo bestseller ‘Capitalismo della sorveglianza’ di cui consiglierei la lettura.

E dunque ‘la Repubblica’ ha raccontato l’estendersi di una complessità di un Paese uscito battuto dalla infame seconda guerra mondiale quali amici dei nazisti, senza poi fare pulizia nello Stato e nelle istituzioni dei tanti rimasti fascisti, nostalgici o novelli inneggianti e facitori di golpe stragi e morti, mentre si dava la caccia a ben più modesti terroristi rossi, la foglia di fico per le trame più oscure che al contrario tanta partecipazione avevano conservato nelle anguste stanze dei poteri di Stato, o dei boiardi, avrebbe detto Scalfari, fondatore e primo direttore. Nuove masse premevano mentre i primi nuovi ricchi cominciavano a metter le mani suo nuovo tesoro del progresso e dello sviluppo allora indiscutibili. Progresso arenatosi nella deriva della riduzione di diritti e dignità, lo sviluppo frenato da una società troppo arretrata e priva di attori sociali in grado di cambiarne le sorti. Temi oggi molto criticati senza attori sociali capaci di cambiarne il corso de-materializzato e globale di un capitalismo silente privo di occhi facce corpi. E poi le nuove forme artistiche e letterarie con il realismo filmico la cui estetica corrispondeva all’etica del tempo. Immagini irripetibili. Il quotidiano ‘la Repubblica’ ha saputo ben raccontare da posizioni riformistiche innovative questi travagli e trasformazioni. Innovazioni e resistenza, abbandoni e fughe in avanti. Tutto questo prima, quando c’era il derby con l’altro di Via Solferino a Milano, ‘Il Corriere della Sera’, per essere ‘il’ quotidiano italiano. Di proprietà del miliardario illuminato l’Ing. Carlo De Benedetti. Senza farla lunga, la crisi dei giornali è accelerata dall’avvento e diffusione di una nuova modalità di comunicazione virtuale della Rete elettronica che ha ridotto con i costi di moltissimo anche la qualità. Mentre il nostro Paese è tra i più ignoranti d’Europa con le masse, già Pasolini si poneva il problema, che erano già in fase di omologazione e prone a partecipare alla nuova omologazione della società del consumismo e della merce. Volevano, legittimamente, essere come i borghesi, in un paese dove i borghesi sono stati sempre vil razza dannata. In un Paese dove la lettura resta quella basica dell’ultra di calcio, dove giornali di calcio, più raro di sport salvo quando si vincono medaglie, vanno a braccetto con la micro poltiglia di gossip e tronisti vari. Ben supportati dall’abbassamento sgradevole di ogni qualità delle televisioni commerciali, quelle dell’imprenditore più oscuro e tetro, quello di Arcore.

A sentire esperti del settore, quella crisi della carta stampata dovrebbe avvenire intorno al 2030. Dopo di che governerà la comunicazione on line, quella fatta di brevi note, senza spessore, sovente anonime, oppure fatte pagare dai giornali per poterne leggere l’intero articolo. Il resto saranno scritti di lusso per lettori d’élite. D’altronde siamo oggi su medie di 1 milione e 250 mila copie vendute al giorno, quando negli anni ’80 si superarono i 7 milioni. In tutto questo quadro desolante, io amo la carta stampata e continuo a pensare che quando leggo un libro devo toccarlo, sottolinearne le parti da focalizzare. Il video è gelido, freddo e forse per i giovani meno capace di far memorizzare concetti e frasi in una lettura distante. Come la scuola con il Covid, la presenza fisica è altra cosa. Comunque, in questo raccapricciante 2022 in cui abbiamo nostalgia del virus killer che almeno non ha pensiero, al contrario di un Putin che quello ce l’ha e fa molto male, la nuova proprietà de ‘la Repubblica’ ovvero il Gruppo Gedi, passato dal 2019 dalla famiglia De Benedetti, con scontro padre figli, alla Exor di John Elkann, vende il glorioso ‘l’Espresso’. Prima c’era un De Benedetti di non dubbia cultura e spessore, ora ci sono solo dei fabbricanti di auto che con Peugeot hanno fatto l’accordo per il gruppo Stellantis. Insomma, sono venditori di auto, non hanno tempo né voglia di menarla con la storia della cultura, per loro i dané sono la cosa di maggior pregio. Così l’anno scorso pensarono bene di vendere la rivista di cultura alta e molto curata di ‘Micromega, non avendo la cultura tra gli ‘asset’ più importanti, come dicono in gergo. Vendita che i bifolchi ex Fiat hanno pensato bene di non comunicare preventivamente al direttore Marco Damilano subito dimessosi, che aveva saputo la notizia da un collega! Per dire lo stile Agnelli, ma degli eredi, almeno “l’Avvocato” era un pescecane ma con stile. Ed ora vendono appunto l’Espresso ad un nuovo proprietario che non lascia sperare in meglio. Danilo Iervolino è l’editore di una società specializzata in informazione finanziaria (Bfc media) e fondatore dell’università telematica Pegaso, ceduta poi al fondo Cvc.

Quelle strutture che sembrano la prosecuzione di quei diplomifici alquanto ambigui per non dir peggio, in una versione 2.0 del deperimento della cultura e della smandrappata vita ignorante per moltissimi che si è affermata nel mondo odierno. Agevolata dall’asfissia da pensiero di Twitter o dagli altri social demenziali. Strane sedi quelle telematiche dove lo studio a distanza, gli esami e tutto il corredo di una vecchia asfittica inutile università statale, viene sostituito da tutor personalizzati, in tempi di coach su tutto, per i capelli, le diete, il make up, i profumi, di personal trainer della vita, novelli psicologi porta a porta.  Per l’Espresso un caro ricordo ed un saluto affettuoso dinanzi a chi ne possedeva la proprietà in modo assolutamente casuale, privi di anima come sono tutte queste persone. In fondo sono solo venditori. Eh sì aveva ragione lui, Bob Dylan: The time they are changing. I tempi sono proprio cambiati, farsene una ragione, o un torto. A scelta.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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