giovedì, Maggio 13

L'Esercito fantasma della UE

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Nelle ultime settimane è più volte salito alle cronache il bisogno assoluto di cooperare insieme per la risoluzione dei conflitti in corso nel vicino medio oriente. Una necessità espressa a gran voce durante il discorso di Barack Obama all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e su cui i Paesi europei fanno fronte comune. L’ammissione intrinseca è che nessuna cancelleria del vecchio continente può permettersi di affrontare una minaccia, piccola o grande che sia, in modo unilaterale. Le esigenze di coordinamento tipiche dei moderni scenari operativi si esprimeranno al meglio con l’avanzamento dei lavori sulla Politica di Difesa e Sicurezza comune dell’Unione Europea.

Attualmente ci sono già in atto forme limitate di cooperazione in ambito militare, nelle aree ad alto rischio, tra Paesi europei. Gli esempi più famosi sono i contributi in Afghanistan ed Iraq e i meno conosciuti in Mali e Somalia. Tuttavia quello che si vede è solo un granello di sabbia rispetto a quello che il progetto della Difesa Comune prevedeva inizialmente. Allo stato attuale è assolutamente prematuro parlare di un progetto di Difesa che coinvolga tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, il perché è presto detto: manca una chiara linea politica che guidi questo braccio armato dell’UE.

L’Italia è uno Stato sovrano e legittimo detentore dell’uso esclusivo della forza su suolo nazionale: attraverso il Parlamento gestisce la sua politica estera passando anche attraverso l’uso dello strumento militare. Se dovessimo paragonare la nostra situazione all’Europa attuale, mancherebbe la chiave di volta con cui orientare il lavoro della componente militare, cioè la componente politica. Mentre in Italia esiste il Ministero della Difesa, non esiste un suo speculare europeo: questa grave mancanza blocca sul nascere il progetto futuro dell’Esercito Europeo, e di conseguenza del suo utilizzo all’estero. La delega dei singoli Stati nazionali alla gestione dell’uso legittimo della forza è un nodo molto difficile da sciogliere: nessuno vuole realmente abbandonare le sue truppe agglomerandole in un enorme Esercito anonimo. A questo importante passo non sono pronte soprattutto le opinioni pubbliche nazionali, che vedono nelle Forze Armate un simbolo di identità nazionale da cui risulta quasi impossibile staccarsi.

Parlando in termini più pratici, è altrettanto improbabile che le singole cancellerie decidano di non perseguire i propri interessi nazionali in giro per il mondo, delegando un settore così delicato come la difesa a un gruppo decisionale composto anche da rivali. Lo sforzo che si richiede a tutti per la realizzazione della Difesa Comune Europea è enorme, e non è nemmeno sicuro che questo sforzo possa portare ad una reale realizzazione del progetto. Gli scogli da superare sono molti: politici, decisionali, organizzativi. Tuttavia è innegabile che, visti e considerati i moderni scenari in cui l’Europa e i singoli Stati sono chiamati a operare, urge uno stato cooperativo più ampio e meglio coordinato. Si potrebbe mettere da parte per una volta l’utopistica visione di guidare la politica di difesa comune in modo univoco per dare più spazio a una forma di cooperazione militare che si potrebbe definireintegrata‘.

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