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L'Esercito algerino e la politica field_506ffb1d3dbe2

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Domenica 23 marzo hanno preso il via le campagne presidenziali algerine, destinate a preparare le elezioni per la Presidenza che si terranno il giorno 17 aprile. Su 12 candidature presentate, solo 6 sono state accettate dal Consiglio Costituzionale. I candidati accettati alla corsa saranno il Presidente uscente Abdelaziz Bouteflika; l’ex membro del Fronte di Liberazione Abdelaziz Belaid, ora membro del Fronte el-Moustakbel; Moussa Touati del Fronte Nazionale Algerino; Louisa Hanoune del Partito dei Lavoratori; Ali Fawzi Rebaine del partito Ahd 54. Nei giorni passati, il Primo Ministro Abdelmalek Sellal ha lasciato il proprio posto per assumere a tempo pieno l’incarico di sostenere la campagna elettorale del Presidente Bouteflika: Premier a interim è oggi il Ministro dell’Energia, Youcef Yousfi.

Nonostante numerosi analisti politici e osservatori fossero concordi fino a pochi mesi fa, di fronte al susseguirsi delle notizie sul suo cattivo stato di salute, riguardo la possibilità di un abbandono della scena politica da parte di Abdelaziz Bouteflika, il Presidente rimane in corsa per la tornata elettorale, destinato con ogni probabilità a ricoprire l’incarico presidenziale per la quarta volta. Bouteflika, oggi 77enne, è giunto al potere nel 1999.

Attorno alla metà del luglio 2013, il Presidente Bouteflika è tornato in Algeria dopo oltre due mesi di assenza dovuti a un lungo percorso di recupero dai postumi di un malore non meglio identificato – probabilmente un ictus – che lo aveva colto il 27 aprile. Nei giorni in cui Bouteflika era ricoverato in un ospedale militare in Francia, l’Algeria è stata travolta da un turbinio di voci, talora discrete talora meno, su quali fossero le possibilità di un suo recupero per presentarsi alle elezioni del 2014 e quali prospettive si aprissero per una sua successione.

Da anni in Algeria le notizie sulla cattiva salute di Bouteflika sono fonte di dubbi e speculazioni. Prontamente smentite o occultate dai vertici del Paese in maniera tale da non creare speculazioni su un suo possibile abbandono del potere, le voci continuano a fuoriuscire dai vertici del cosiddetto Pouvoir, le alte gerarchie politico-militari che gestiscono di fatto il regime. In un tale clima, la semplice conferma delle autorità riguardante il malessere del Presidente è stata sufficiente a far ipotizzare a molti che la sua debilitazione fisica lo avesse ormai posto nell’incapacità di governare il Paese e che le elite politiche dell’Algeria e i vertici del FLN stessero cercando di porre le basi per una successione.

Sin dai giorni dell’indipendenza nel 1962, l’élite militare algerina gioca un ruolo centrale nella vita politica del Paese. Negli anni della nascita e del consolidamento delle istituzioni dell’Algeria indipendente, i vertici militari del Paese svolsero un importante compito di sostegno a una classe politica ancora divisa e inesperta nella gestione dello Stato. Nel corso dei decenni, l’unione d’interessi tra sfera politica e militare hanno però dato vita a un conglomerato di potere che di fatto gestisce tutti gli aspetti della vita pubblica del Paese in maniera opaca. Nel mese di febbraio è scoppiata la polemica nel Paese nordafricano, quando il segretario generale del Fronte di Liberazione Nazionale Amar Saadani ha  contestato pubblicamente il ruolo dell’Esercito nazionale nella vita politica algerina. Lo scorso 3 febbraio Saadani ha accusato il Generale Toufik, capo del Dipartimento di Intelligence e Sicurezza (DRS), di effettuare eccessive ingerenze nel lavoro dei mezzi di informazione e dei partiti politici.

La rivista web Magharebia ha raccolto le varie reazioni pubbliche alle dichiarazioni di Saadani, che hanno provocato sconcerto e sollevato l’entusiasmo di chi sostiene la necessità di ridimensionare la presa del Pouvoir sulla vita politica ed economica del Paese. Louisa Hanoune, capo del Partito dei Lavoratori e candidata alla presidenza, ha attaccato Saadani, sostenendo il bisogno di preservare l’unità dell’Esercito e il suo ruolo di baluardo contro i rischi di destabilizzazione del Paese. Il Presidente Bouteflika stesso, dal canto suo, ha espresso il proprio disappunto per le voci riguardanti un possibile gelo esistente tra il suo partito e i vertici dell’Esercito: «l’inesistente conflitto tra le istituzioni dell’Esercito Nazionale del Popolo fa parte di un’operazione di destabilizzazione, pianificata da tutti coloro che sono infastiditi dalla forza dell’Algeria e dal suo ruolo regionale». «Nessuna istituzione deve essere esente da critiche» ha affermato Saad Saidi, ex leader del partito Unione per la Cultura e la Democrazia (RCD), sottolineando come, nonostante sia importante che l’Algeria abbia  un servizio di sicurezza forte, questo non debba per forza controllare ogni aspetto della vita pubblica.

I problemi dell’Algeria non sono però solo di natura politica. Lo scorso aprile l’economista marocchino Lahcen Achy ha pubblicato per il Carnegie Middle East Center un illuminante saggio in cui metteva a nudo l’entità delle pressioni socio-economiche che pulsano nel cuore dell’Algeria odierna. Da anni Algeri sta cercando di contenere le spinte al cambiamento che provengono dalla popolazione utilizzando gli ampi proventi che derivano dallo sfruttamento delle proprie riserve energetiche  per sostenere un pesante sistema di sussidi statali. Incapace di costruire nuovi posti di lavoro, il governo algerino sta così continuando a generare assuefazione tramite alti livelli di spesa sociale che stanno appesantendo i bilanci statali e frustrano lo sviluppo di un settore industriale e manifatturiero funzionante. L’indice Doing Business stilato annualmente dalla Banca Mondiale rende conto dei gravi squilibri di cui soffre l’economia algerina: il Paese è al 152° posto nel ranking mondiale degli Stati in cui ci sono le condizioni ottimali per avviare un’attività imprenditoriale. Tra i maggiori squilibri troviamo l’alta tassazione, la difficoltà burocratiche nell’apertura di imprese, i problemi nell’ottenimento del credito e il costo dell’energia elettrica. Il mantenimento di un’economia completamente ancorata alla produzione di gas e di petrolio pare un atto di cecità da parte dei governanti dell’Algeria cui sarà necessario porre rimedio immediato per evitare un collasso del Paese.

 

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