martedì, Settembre 21

L'esasperazione di Tripoli field_506ffb1d3dbe2

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Profughi Tripoli Libano

Amman – I conflitti più sanguinosi in Libano sono spesso iniziati a causa di ‘incidenti’. La guerra civile che per oltre quindici anni si è combattuta sul territorio, ha avuto inizio a causa di una sparatoria su un bus nell’aprile del ’75, alimentatasi delle conseguenze fino agli anni novanta. Per ragioni geografiche, Tripoli, in questo momento, è la città più sensibile alle tematiche settarie.

Situata nel nord del Paese, è la seconda città libanese, sede di enormi scambi commerciali per via del grande porto cittadino. E’ la via più ‘logica’ e diretta, e destinazione ideale, per i flussi migratori che negli ultimi tre anni collegano la Siria al Libano, attraverso i confini situati lungo la vallata della Bekaa. Se si tiene conto che l’Esercito siriano ha abbandonato il Libano nel vicino 2006, in seguito alla rivoluzione dei cedri, pare evidente la vicinanza culturale che, obbligatoriamente, ha unito i due Paesi per lungo tempo. La massiccia presenza di profughi, che in città arrivano senza possibilità di tornare in patria, ha lentamente esasperato gli animi.

Del milione di siriani riversatisi nel Paese, infatti, si calcola che circa la metàsi siano stanziati nell’area urbana e suburbana tripolina, accettando lavori a basso costo, saturando l’offerta abitativa, e, nei casi più disperati, contribuendo al livello di criminalità a cui una grande area portuale è fisiologicamente già soggetta. La popolazione, si è di fatto ritrovata diretta referente della situazione, organizzandosi in maniera esemplare nell’accoglienza ed aiuto degli esuli al fianco dell’Esercito e delle organizzazioni internazionali. Aiuti di ogni tipo sono stati forniti, dalle sistemazioni, al cibo, nelle infrastrutture cittadine che ora si trovano al collasso.

La mancanza di referenza politica a cui il Paese è stato soggetto fino a sole poche settimane fa, ha contribuito al protrarsi dei disagi ed alla percezione di abbandono nei cittadini. La tensione è aumentata nel corso degli undici mesi di latitanza politica vedendo riproporsi in città scontri di tipo settario.

Nel quartiere Rab el Tabbaneh, roccaforte sunnita, è riesploso l’odio verso gli alawiti siriani che popolano il quartiere rivale Jabal Mohsen. La forte presenza di armi nella zona è alimentata dai traffici incontrollati, che, sfruttando i flussi migratori per spostare agilmente merci e persone lungo i confini, ne rende praticamente impossibile la tracciabilità.

Di fatto, il numero di bombe esplose nel Paese non sembra arrestarsi, arrivando fino al cuore dell’area sciita beirutina controllata da Hezbollah: importante il caso del 2 gennaio scorso quando un Suv è riuscito a penetrare incontrollato fino al cuore del quartiere facendo deflagrare 20 kg di esplosivo ed uccidendo cinque persone. Il suicida è stato identificato grazie al documento di identità rimasto sospettosamente integro e leggibile all’interno del veicolo carbonizzato: si tratterebbe di un giovane diciannovenne di Wadi Khaled, Qutayba Satem, scomparso da casa qualche giorno prima.

I cristiani, che fanno parte del triangolo religioso libanese, non sono esenti dagli attacchi: il 4 gennaio, nel quartiere cristiano di Tripoli, la biblioteca el-Sa’eh’, una delle più antiche del Paese e di proprietà del prete ortodosso Ibrahim Surouj, è stata data alle fiamme. All’interno 80.000 volumi, molti di grande valore. Il gesto è avvenuto all’indomani delle accuse mosse al religioso, di custodire all’interno della biblioteca dei volumi da lui redatti, considerati offensivi nei confronti dell’Islam. Il fatto ha determinato forti tensioni, e padre Surouj era stato convocato dai leader islamici cittadini per rispondere delle accuse. La situazione sembrava essersi chiarita, ma la notte successiva alla conferenza stampa in cui il capo della Polizia Bassam al-Ayoubi ha dichiarato chiaramente estraneo il religioso ortodosso ai fatti, ignoti hanno appiccato il rogo.
Khaled Merheb, avvocato del sacerdote, ha accusato pubblicamente le forze di Polizia di non aver fornito protezione adeguata al luogo, nonostante le minacce ricevute dagli estremisti islamici, e la popolazione di non aver contribuito alla difesa della biblioteca, considerata patrimonio comune. Il rogo ha però toccato nel profondo la popolazione, che ha reagito: numerosi giovani, il giorno successivo l’incendio, sono arrivati in sostegno di padre Surouj per ripristinare il centro culturale, sgomberare le macerie, e tentare di salvare i volumi. Il centro, infatti, conteneva volumi estremamente rari ed era frequentato sia da libanesi, che dai tanti stranieri di passaggio in città. Il lavoro di ripristino va avanti da settimane ed i volontari non si fermeranno fin tanto che il centro non verrà riaperto.

Altre iniziative di sostegno sono state avviate, attraverso pagine internet ed una manifestazione promossa dal Presidente della Camera di Commercio libanese. Il vice Sindaco di Tripoli, Robair Fadel, legge il fatto come attacco alla dignità cittadina, indipendentemente dall’orientamento religioso, volto al tentativo di minare la coesistenza delle diverse comunità. Fra i volontari giunti a fornire aiuto vi sono anche due esperti di restauro di manufatti antichi dell’Università dello Spirito Santo di Kaslik e dell’Università Saint Joseph, che, oltre a fornire un concreto aiuto tecnico, hanno avviato una donazione di volumi al centro che si è espansa velocemente a tutto il Paese.

Il Governo Salam, insediatosi solo da qualche settimana dopo un periodo lunghissimo di consultazione per la formazione di un Esecutivo che possa contare sulla presenza di esponenti appartenenti a tutte le comunità del Paese, si trova, quindi, ad affrontare una sfida ardua. Il Libano ha imparato a fare a meno di una leadership politica durante l’ultimo anno, e il ripristino dell’autorità non potrà avvenire attraverso un atto di forza.

Le dichiarazioni rilasciate da un giovane studente, Mohtaz, al quotidiano ‘Orientlejour’ riguardo la solidarietà politica giunta a padre Surouj, sono fortemente esplicative, «Nessun politico è benvenuto qui, perché li riteniamo responsabili dell’attuale stato del Paese. Non vogliamo politicizzare il caso, ma nessuno ha ancora arrestato i colpevoli». La riconquista della fiducia sarà quindi fondamentale per far ripartire il dialogo. Grande attesa per le prime mosse del Ministro degli Interni, il sunnita di Movimento Futuro Nuhad Mashnouq e per l’unica donna Ministro, la giudice Alice Shabtini, alla guida del dicastero per i rifugiati, saranno le loro prime mosse ad avere impatto diretto sulla situazione precaria di Tripoli e del Paese dei Cedri.

 

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