martedì, Luglio 27

L’eredità di Gheddafi a 4 anni dalla morte

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Ricorre oggi il quarto anniversario della cattura e uccisione, dopo 8 mesi di rivoluzione NATO-backed, del leader libico Muammar Gheddafi.
Fin dal primo momento dell’intervento Nato in Libia definito «una crociata contro di lui», Gheddafi aveva dichiarato che non sarebbe mai fuggito e che «sarebbe morto nel suo Paese da martire». Così è stato. Quello che ha lasciato dietro di se è un Paese nel caos (è di questa mattina la conferma che il Governo di Tobruk, ha respinto la proposta dell’Onu di un governo di unità nazionale, sul quale fin da subito si sono appuntate numerose perplessità) mentre il suo fantasma perseguita le cancellerie occidentali, in prima linea quelle europee, alle prese con la più grande crisi degli ultimi decenni, quella dei migranti che proprio dallo Stato fallito libico hanno penetrato l’Europa facendo saltare tutti gli schemi consolidati. La maledizione dell’uomo che per quarant’anni ha condotto il gioco mediterraneo fra Occidente, Stati Uniti, Unione Sovietica, ha preso forma; «Ci sono milioni di neri che potrebbero attraversare il Mediterraneo per la Francia e l’Italia, e la Libia svolge un ruolo nella sicurezza nel Mediterraneo», aveva detto il Colonnello, mentre cercava disperatamente di mantenere il potere, poco dopo l’inizio della guerra civile libica nel febbraio 2011, quando l’Italia aveva sospeso l’accordo di amicizia contenente la una clausola di non aggressione -secondo la quale l’Italia non avrebbe permesso l’utilizzo del suo territorio come base per azioni militari contro il Paese africano. Il 30 agosto 2008, l’allora Premier Silvio Berlusconi e Gheddafi avevano firmato un trattato di Amicizia e Cooperazione, ratificato nel 2009, in forza del quale l’Italia avrebbe pagato alla Libia 5 miliardi di dollari in 25 anni come rimborso per la sua occupazione della Libia, in cambio la Libia assicurava un giro di vite sui migranti che cercavano di attraversare per entrare in Europa. Accordo celebrato e omaggiato il 30 agosto del 2010, quando il rais arrivo in visita a Roma, accolto con grandi onori.
Oggi la Libia è il principale hub di smistamento dei trafficanti di essere umani alla ricerca disperata di sbarcare in Europa.

Il ritratto che meglio descrive il Colonnello -con moglie ungherese– al quale ha fatto riferimento l’Occidente nel marzo 2011, quando ha deciso l’intervento nel Paese, è quello che si ricava dall’intervista di Oriana Fallaci, pubblicata il 2 dicembre 1979 dal Corriere della sera‘. Allora, il colonnello, si definì il «leader della rivoluzione», affermando che «la democrazia è un sistema dittatoriale, il Parlamento e le elezioni un imbroglio». E laJamahiriya, «il comando del popolo, il congresso del popolo la migliore forma di governo». Alla domanda di Oriana Fallaci sull’opposizione, rispose: «Che opposizione? Che c’entra l’opposizione? Quando tutti fanno parte del congresso del popolo, che bisogno c’è dell’opposizione? Opposizione a cosa? L’opposizione si fa al governo! Se il governo scompare e il popolo si governa da solo, a chi deve opporsi: a quello che non c’è?». La ‘Jamahariya‘, la teoria del ‘governo delle masse’ elaborata da Gheddafi nel famoso Libretto verde, come alternativa sia al capitalismo che al marxismo perché gestito direttamente dai comitati popolari che rappresentavano tutte le parti del Paese e di ogni ceto sociale, è fallita, insieme è fallito, un anno dopo, il tentativo del Consiglio Nazionale di Transizione di costruire in Libia «la prima vera democrazia nella regione».

La parola chiave per capire come la Libia, con l’uscita di scena del Colonnello, sia diventata uno Stato fallito è: tribalismo.
L’identità libica, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ISPI, si compone essenzialmente di tre elementi: l’identità nazionale, che è stata faticosamente costruita in chiave anti-colonialista e anti-imperialistica; l’appartenenza regionale: Fezzan (sud-ovest), Tripolitania (nord-ovest) e Cirenaica (est); e l’ascendenza tribale. Riguardo quest’ultimo elemento, si distingue in tribù arabe, a nord lungo la costa; tribù berbere, localizzate nella zona nord-ovest al confine con la Tunisia; tribù tuareg, a sud-ovest lungo il confine algerino e quello del Niger; e tribù tebu o toubou, a sud verso il Chad. Durante il primo decennio del suo regime, Gheddafi cercò di ridurre la rilevanza socio-politica delle tribù. Nell’ottica del panarabismo, favorì le tribù arabe escludendo le altre etnie dai diritti di cittadinanza. Più in generale, il regime del Colonnello adottava con le tribù due tipi di tattiche: la cooptazione nel regime e la marginalizzazione. Il processo di inclusione-esclusione ha invero seguito direttrici variabili di mera opportunità, spesso giocando sulle rivalità per meglio controllare tutte le fazioni.
Il conflitto del 2011 e la dissoluzione dello Stato unitario libico hanno in qualche maniera rinvigorito la componente tribale dell’identità libica.
Il caos di oggi è anche il frutto dell’incapacità di trovare una valida soluzione politica al tribalismo.

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