lunedì, Maggio 17

L’equilibrismo del Kyrgyzstan field_506ffb1d3dbe2

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Quando Kyrgyzstan ed Estonia si incontrano, la notizia passa sempre inosservata. A volte a ragione, come lo scorso 11 giugno, quando allo stadio A. Le Coq Arena si disputò una noiosa amichevole tra le due nazionali di calcio in uno stadio semideserto. L’incontro tra i primi ministri Andrus Ansip e Zhantoro Satybaldiyev dello scorso dicembre, invece, rivela la necessità di costruire ponti tra lo spazio post-sovietico e l’Europa. L’Estonia si propone per essere il principale mediatore della creazione di un network di scambi commerciali più intenso con il Paese centroasiatico. Per il vettore occidentale della politica estera kyrgyza gli ostacoli da superare si chiamano Russia e Cina.

Al momento, infatti, il Kyrgyzstan è un luogo di transito per i prodotti manifatturieri cinesi diretti a occidente, per gli stupefacenti afghani diretti a settentrione e per l’oro e le terre rare, che servono i mercati internazionali. La ricchezza del Paese è concentrata nelle mani di pochi, come testimoniano sia le lotte di potere tra i clan politici locali, sia le statistiche che vedono il PIL per capita nel Kyrgyzstan a 1.400 dollari all’anno, dieci volte inferiore a quello russo e più di venti volte inferiore alla media dell’area euro. Non è un posto semplice, il Kyrgyzstan. Per questo, insieme ad altri Paesi post-sovietici, Bishkek ha scelto di intraprendere una politica estera cosiddetta multivettoriale’. Dopo il 1991, i legami con la Russia continuavano a essere troppo forti, quindi si scelse di esplorare molteplici direttrici di politica estera, a est, a ovest e nella stessa regione centroasiatica.

A est, la Cina diventò presto un partner affidabile, l’Occidente si interessò alle risorse minerarie kyrgyze, mentre nel contesto regionale il Paese diventò sempre più importante nella geopolitica del post-11 settembre. Il Kyrgyzstan fu, infatti, il Paese sui cui scommisero gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale. Il più democratico, quello con maggiore potenziale di successo, si diceva nei circoli di Washington. Alle speranze nate dalla Rivoluzione dei Tulipani del 2005, si sono contrapposti gli scontri che hanno portato a diversi sconvolgimenti violenti della stabilità nel Paese, fino agli eventi del 2010, che hanno causato un nuovo ‘regime change’. Oggi, la forma di governo parlamentare adottata nell’ultimo periodo sembra dar vita a un sistema partitico molto più frammentato e localistico, che rende difficile lo stabile sviluppo di rapporti di politica estera, soprattutto in tema di scambi commerciali.

È forse per questo che il Kyrgyzstan si è riavvicinato alla Russia, aderendo al progetto dell’Unione Doganale tra Minsk, Mosca e Astana. La road-map per l’ingresso del piccolo Paese centroasiatico è già stata disegnata, come dichiarato dal Presidente russo Vladimir Putin il 24 dicembre scorso. Questo sta allontanando gli investitori occidentali, che sono anche costantemente sotto scacco presso le miniere aurifere. Kumtor, per esempio, da tempo rappresenta la scacchiera dove si gioca la partita delle concessioni con Centerra, la compagnia canadese. Il Governo di Bishkek minaccia costantemente la nazionalizzazione della miniera ogni qual volta la popolazione e i lavoratori si sentono in grado di richiedere un migliore trattamento alla multinazionale di Toronto. Solo Kumtor rappresenta il 12% del PIL kyrgyzo. Ogni negoziato sulla miniera è dunque vitale per l’economia del Paese.

Se non dovesse essere l’oro a salvare il Kyrgyzstan, allora potrebbe intervenire una ex-sorella sovietica, l’Estonia. Il Premier estone Ansip, durante l’incontro dello scorso 12 dicembre, ha dichiarato al proprio omologo kyrgyzo che: «senza dubbio, l’Estonia sosterrà gli interessi del Kyrgyzstan, un Paese che ha scelto la via democratica. Ci stiamo anche impegnando affinché l’Unione Europea dia più attenzione al Kyrgyzstan e all’intera regione centroasiatica». Il commercio e l’IT sono i trampolini da cui le relazioni prenderanno il balzo. Durante il meeting a Bishkek, la delegazione estone ha confermato la buona performance nel commercio tra i due Paesi: il turnover supera i 16 milioni di euro (un aumento del 40% rispetto al 2012) e per due Paesi così lontani sia geograficamente, sia culturalmente è un grande successo. Soprattutto perché entrambe le economie sono molto specializzate ed esiste uno spazio di manovra compatibile per entrambi gli interessi nazionali. La posizione dell’Estonia di leader mondiale nella ‘information technology e il suo successo democratico nel periodo post-sovietico sembra essere un modello che il Kyrgyzstan è pronto a importare.

Tutto questo, senza lascare le redini degli altri compromessi politici e commerciali. Dal punto di vista politico, la Russia continua ad aiutare il Kyrgyzstan: ospita -malvolentieri- i lavoratori provenienti dal Paese centroasiatico e ne controlla la rete del gas. Infatti, proprio dopo una crisi dello scorso agosto, Gazprom ha perfezionato l’acquisto della compagnia nazionale kyrgyza del gas naturale, per la cifra simbolica di un dollaro. In cambio, si è sobbarcata sia i debiti, sia i problemi infrastrutturali sempre più pressanti. Dal punto di vista economico, invece, è la Cina a proporre nuovi progetti: il Turkmenistan si è dimostrato disponibile a inviare ancora più gas verso Pechino, quindi la Cina sta cercando di diversificare i gasdotti attraverso i quali scorrerà l’oro azzurro di cui ha tanto bisogno. Lo scorso settembre, durante la visita del Presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization, è stato raggiunto un accordo sulla costruzione di un gasdottto che collegherà il tronco principale che attraversa Turkmenistan e Uzbekistan alla regione a maggioranza turchica nell’ovest della Cina. Due giorni fa, il 31 dicembre, l’accordo è stato ratificato e firmato dal Presidente Almazbek Atambayev. Insieme a questa proposta arriva anche la promessa di miglioramento delle infrastrutture presenti, prestiti per 10 milioni di dollari e l’assicurazione della remunerazione per il transito del gas.

Grazie a questi accordi, il Kyrgyzstan torna a respirare, dopo un periodo di difficoltà, culminato con la minaccia della chiusura della base di Manas, roccaforte delle truppe della coalizione NATO che parteciperà fino a quest’anno alla campagna in Afghanistan. La ‘cacciata degli americani’, come è stata definita dai media e dai politici locali, non è certa, ma molto probabile. Questo significherà l’immediata rinuncia a milioni di dollari l’anno per l’affitto della base. A parte l’aspetto economico, il Kyrgyzstan perderà rapidamente la propria posizione chiave nella geopolitica centroasiatica. L’Europa non ha dimenticato il Kyrgyzstan: nel triennio 2011-2013, ben 51 milioni di euro sono stati stanziati per progetti nel Paese. Forse l’intervento dell’Estonia, membro entusiasta dell’alleanza atlantica e della comunità europea servirà a non lasciarsi sfuggire un Paese amico in un crocevia geopolitico che continuerà ad avere importanza anche dopo il 2014.

 

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