martedì, Dicembre 7

Leopolda: Renzi è solo, nel Paese ‘spade appese, a combattere le fodere’ I 'palazzi del potere' sono abitati da monarchi sempre più 'nudi'. Le spade stanno appese, e le fodere combattono. La Leopolda 11 potrebbe essere un evento-boomerang per Renzi, che tradisce, oltre la debolezza politica, la solitudine

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La spara grossa, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, quando a proposito delle manifestazioni no-vax che degenerano in scontri violenti, accusa il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese: «Fino a ieri potevamo pensare che era frutto della sua incapacità, invece lei dice che quello che è accaduto sabato è stato volutamente permesso. Questo ci riporta agli anni più bui della storia italiana, siamo tornati alla strategia della tensione».
E’ fuori del mondo sospettare che ci sia una sorta di ‘intelligenza’ da parte dell’Esecutivo, che palazzo Chigi o il Viminale alimentino tensioni, e vi sia una strategia simile a quella degli anni ’70 del secolo scorso: quando le bombe collocate da elementi di estremisti di destra, con la copertura di apparati statali, sono servite a ‘destabilizzare’ in apparenza, in realtà a ‘stabilizzare’ i poteri di allora. In uno dei suoi racconti più belli, ‘Il cavaliere e la morte‘, Leonardo Sciascia, fulminante, scolpisce: «La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini».
Dunque, pur sparandola grossa e rozzamente, Meloni pone una questione. Sommessamente si suggerisce di fare attenzione e coltivare una radicale prudenza (è meno ossimoro di quanto può apparire): isterie ed esasperazioni dei no-vax organizzati mirano proprio a creare le condizioni che poi potranno in qualche modogiustificare le loro isterie ed esasperazioni. Una strategia che rischia di ottenere risultati e conseguenze che non saranno loro a pagare.

Il Paese, anche se si comincia a intravedere qualche tentennamento, mostra di nutrire grande fiducia nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi. Non che non la meriti, ma è un fenomeno che andrebbe indagato con molta più attenzione di quanto accada. E’ il risultato di una sfiducia verso la classe politica in generale che si stratifica e consolida da anni. Per dire: quasi dieci anni fa (luglio 2012), il Presidente della Banca Centrale Europea di allora pronuncia tre semplici parole in un impeccabile inglese: «Whatever it takes», qualsiasi cosa sia necessaria. Tre parole e si blocca la crisi del debito in Europa e si chiarisce in modo inequivocabile il potere delle banche centrali. Non la classe politica. Un banchiere; si sarà capito, Draghi. Già allora nei circoli che contano è ‘Super Mario’. Lui e il suo team garantiscono ai mercati e ai cittadini di un’Europa frantumata come e più di oggi, che l’euro non è in discussione: a onta di tutti e tutto, la moneta resisterà, si faranno le cose giuste nel momento giusto, con le persone e i mezzi giusti. Sibillino aggiunge: «Vi assicuro che sarà sufficiente». Tutto annuncia una crisi simile a quella del 1929, e un 2013 segnato da eventi incontrollabili. Marosi e tempeste ci sono stati (e in più il Covid), ma non la temuta catastrofe.
Super Mario‘, dunque, ora come allora, vigila e opera come un carabiniere d’antan: fatti e poche, scelte, parole: «Whatever it takes». Perché dunque il timore di unqualcosadi simile a quanto evocato da Sciascia in anni lontani (ma quanto mai di stringente attualità)? Perché piaccia o no, una classe politica degna di questo nome ci vuole. Si può predicare il superamento della destra e della sinistra; la morte dei partiti e delle strutture tradizionali; ma devono esserci per forza presenze organizzate capaci di esprimere rappresentanti che si assumono responsabilità di ‘governo’ e di gestione; in caso contrario si affermano oligarchie più o meno autoritarie e violente, comunque tecnicamente ‘irresponsabili’, e che nulla hanno a che spartire con la democrazia e i suoi istituti.


Un filosofo francese, Jacques Derrida in un suo testo (‘Résistances de la psychanalyse‘, del 1999), conia il termine di ‘restanza’. Lo importa anni dopo il Presidente del CENSIS, Giuseppe De Rita; in un suo Rapporto parla appunto di ‘Restanza’, la pazienza e la sobrietà tipica del mondo contadino: «E’ un deposito da cui attingere. Abbiamo sopportato pazientemente i cambiamenti. Dobbiamo valutare se è un bene o un male. Di sicuro ci stiamo attrezzando contro la crisi anche in un modo classificabile con altre due parole: differenza e riposizionamento».
Il problema, al di là dell’essere un bene o un male, è che il contesto politico italiano, in questi dieci anni, non è migliorato; se possibile, è ulteriormente incancrenito. I partiti (quello che ne rimane), non si danno pena di comprendere la realtà del Paese, la sua complessità. Preferiscono dedicare energie e risorse a spettacolo e intrattenimento, convinti che sia la strada più facile per il consenso. Nulla apprendono dal fatto che ormai il 50 per cento degli aventi diritto al voto diserta sistematicamente le urne. Si è creata una enorme bolla illusoria, in cui un po’ tutti sono precipitati: facendo il tifo per questo o quello, si chiamino Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, Giuseppe Conte, Enrico Letta, Matteo Renzi, Matteo Salvini (non è questione di nomi; ognuno metta quello che più gli garba), ci si illude di partecipare alla politica; si è invece spettatori di un’arena. Dai maggiori partiti e leader non viene alcuna offerta politica; la partita si risolve nell’accaparrarsi fette di potere per auto-alimentarsi. Il risultato è che il deposito costituito dallarestanzaviene sempre più eroso, consumato.

Alla presenza attiva e concreta suiluoghi‘, si sopperisce con surrogati più o meno raffinati e spettacolari: tipo Leopolda renziana, che peraltro non ha inventato nulla. Ci sono precedenti, anche meglio organizzati: i meeting e le kermesse di cui erano capaci i ‘vecchi’ partiti, Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista avevano maggiore dignità, animati, almeno, da una classe politica di cui sembra essersi persa la matrice.
I partiti, i movimenti, i leader di oggi creano a volte slogan di una certa suggestione; peccato che ignorino completamente quale sia la situazione dei cittadini-elettori a cui si rivolgono. Nessuno elabora prospettive e progettualità; l’unico obiettivo è accaparrarsi briciole di spazi televisivi in programmi che peraltro visti sempre meno. Ipalazzi del potere sono abitati da monarchi sempre piùnudi‘. Le spade stanno appese, e le fodere combattono.
Renzi conclude la Leopolda 11 gonfiandosi come la proverbiale ranocchia: «Se Salvini e Meloni faranno l’asse di destra e il Partito Democratico, rinnegando le battaglie che abbiamo fatto insieme, sceglie di allearsi con il M5S, è naturale che alle elezioni di giugno dovremmo occupare quello spazio politico della Leopolda, noi siamo quelli che sono sempre rimasti là”».
Già: perché Renzi dà per scontato che eletto il nuovo Presidente della Repubblica (Chi, e con chi?), si andrà filati a elezioni anticipate. Dunque, preconizza la costituzione di un centro, «spazio politico di vittoria o di sconfitta che in questo momento segna i governi in Germania, Francia, Usa, che può essere e probabilmente sarà decisivo alle elezioni, specie se ci saranno nel 2022». Renzi coltiva «l’impressione che i leader dei principali partiti abbiamo l’interesse di andare a votare. Un interesse che è politico e personale».
Evocazioni suggestive. Come ben studiata l’offensiva per quel che riguarda le inchieste giudiziarie che lo riguardano: la commozione nell’intervento di una dimessa Maria Elena Boschi; le assenze ‘giustificate’ in vario modo; l’arringa finale dello stesso Renzi: calma alternata a umano rancore per accuse ritenute ingiuste, ma anche per non essere sufficientemente difesi da ex amici e compagni; comunque la volontà di volersi ancora mostrare padrone della situazione, pur se turbati, scossi, feriti dalla denunciata ‘pesca a strascico‘.
Chissà che non sia un evento-boomerang, la Leopolda 11, e in particolare il discorso di Renzi: che fa, strafà, e così tradisce, oltre la debolezza politica, la solitudine. Un intervento, il suo, che è tutto meno che politico: ha senso difendersi dalle inchieste che lo riguardano, evocando Massimo D’Alema che ha distrutto Monte Paschi di Siena, o Pierluigi Bersani, accusato di coinvolgimenti con i Riva dell’Ilva di Taranto o Telekom Serbia?
Neppure l’ombra del famoso ultimo discorso di Bettino Craxi a Montecitorio, quando roteando da sinistra a destra, sfida ad alzarsi in piedi, chi, tra i presenti, poteva dire di non aver intascato finanziamenti illeciti (e si alzano solo radicali e verdi). Quel discorso di Craxi aveva fondamento politico, legittimità, ragion d’essere; non averlo colto per tempo ha poi prodotto i frutti guasti che sappiamo. Ma la chiamata in correo di Renzi è altro: è accusa allusiva, e gli creerà ulteriore isolamento. Un peccato, perché l’inchiesta che lo vede coinvolto presenta criticità che riguardano la figura stessa del parlamentare (‘ieri’ Renzi, ‘oggi’ e ‘domani’, chissà). Non solo. Lo stesso Renzi oggi sulla graticola è poco credibile: gli si potrebbe ricordare l’atteggiamento assunto in occasione di analoghe vicende: Annamaria Cancellieri, Josefa Idem, Federica Guidi, Maurizio Lupi. Conviene fermarsi qui, anche se si potrebbe -e tanto- eccepire sulla ‘doppia’ attività di Renzi, politico e ‘conferenziere’ a pagamento.
Incidentalmente poi si può osservare che l’evocatorassemblementche dovrebbe mettere insieme tante piccole formazioni, si annuncia operazione di respiro corto. L’esperienza dimostra che le sommatorie di vertice mai hanno prodotto risultati. In ognuno di questi piccoli movimenti ci sono leader di marcato carattere: una quantità di galli, che non possono convivere nello stesso pollaio. Finiranno come i capponi di manzoniana memoria. Renzi comunque è troppo smaliziato per credere davvero che abbia una prospettiva un ‘qualcosa’ che sommi Carlo Calenda e Giovanni Toti, Benedetto Della Vedova, residui di Forza Italia. Allora? E’ semplicemente un tatticismo per cercare di incidere fra qualche settimana, quando comincerà la conta per l’elezione del Capo dello Stato. Nel frattempo si giocheranno altre non meno importanti partite: legge elettorale; legge di Bilancio (Draghi e il suo esecutivo meritano fiducia, ma la deve approvare il Parlamento, che per ora non ne ha neppure visto la copertina); la gestione del fiume di denaro che viene dall’Unione Europea.
Perché la realtà è questa (lo era anche dieci anni fa, ma oggi di più): ‘sopra’ c’è l’Europa, i mercati; ‘sotto’, i ‘territori’ dove vivono i cittadini; in ‘mezzo’ quelle che dovrebbero essere le ‘cerniere’: i politici. I cosiddetti corpi intermedi dovrebbero mediare, offrire obiettivi credibili. E si torna al punto di partenza: la politica non si improvvisa; politici non ci si inventa; e l’italica ‘restanza’ diminuisce a vista d’occhio. Questa è la realtà; questo il problema.

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