venerdì, Settembre 24

L'Engagement dello scrittore contemporaneo field_506ffb1d3dbe2

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O.K. è estate, anche se dal meteo non sembra, e come sempre sui giornali è tempo di polemiche intellettuali, intessute tra intellettuali.
Questa volta a darle il via è un’intervista di Paolo Di Paolo, per ‘Il Fatto Quotidiano‘ dello scorso 23 luglio, ad Antonio Debenedetti, uno tra i più quotati critici e scrittori italiani, classe 1937, che tra l’altro dichiara: «Dopo l’antipolitica, ecco nascere l’antiletteratura. La gente se ne infischia sempre più degli scrittori, dei loro romanzi». E poco più avanti eccolo descrivere l’attività degli scrittori contemporanei, intenti: «Più che dar vita a dei nuovi libri, i narratori si limitano ormai a riscrivere, più o meno consapevolmente, libri già scritti nella sostanza venti, trenta o quaranta anni fa dai loro padri e nonni. Fanno del maquillage più che darci del nuovo».

 

L’antiletteratura

L’antiletteratura: esimio Debenedetti, anche se il termine da lei scelto ha di sicuro delle suggestioni, questo atteggiamento popolare nei confronti dei letterati non è nuovo e non nasce affatto oggi, in abbinamento con l’antipolitica. Se allarghiamo lo spazio delle nostre osservazioni oltre i ristretti confini del suolo patrio, anzi, scopriamo che da centinaia di anni i cosiddetti scrittori vanno a caccia di quella che lei chiama ‘la gente’ e io Lettori. È da sempre che gli autori afferrano lo Spirito del tempo e cercano di riversarlo nei loro scritti, siano essi romanzi o silloge o saggi di denuncia, ed è parallelo da sempre che poi i filosofi raccolgano queste denunce per costruire i loro Sistemi che analizzano e organizzano il vissuto.
E le Persone comuni?
Lei davvero crede, gentile Antonio Debenedetti, che gli Italiani che correvano in piazza Venezia ad ascoltare Benito Mussolini o quegli altri che salivano sui monti con la Resistenza dedicassero il loro tempo a leggere i contemporanei, scrittori o saggisti o poeti che fossero? Forse in qualche salotto, come in quello frequentato da lei ragazzo, si aveva di queste fortune, ma per gli altri, per la maggioranza delle Persone questo era un lusso inarrivabile. Si leggeva sì, certo, si leggeva di più, ma anche perché c’era poco d’altro; e ciò che si leggeva, il più delle volte risaliva a decenni prima. Scritti di autori che a loro volta avevano trasferito sulle loro pagine lo Spirito del loro tempo, quello di venti, cinquanta, cent’anni addietro.

 

L’Engagement dell’intellettuale

Poi, le ricordo, arrivarono gli anni Sessanta del Novecento, quelli nei quali si iniziò -in Francia- a parlare di Engagement; ricorda quel fine intellettuale di nome Jean-Paul Sartre che sfilò nelle manifestazioni del Maggio francese, che rifiutò il Nobel e che scrisse che per ottenere un risultato rivoluzionario “è necessario sporcarsi le mani” [Le mani sporche, opera teatrale del 1948]?
Bene.
Scriveva a questo proposito il nostro Italo Calvino, nel 1957, che la letteratura del Novecento si divideva in due fasi, quella delle avanguardie e quella dell’engagement. Lei, gentile Debenedetti, all’epoca aveva vent’anni, era cresciuto sulle ginocchia di Elsa Morante, e di lì ad un anno avrebbe pubblicato il suo primo romanzo, ‘Il rifiuto di obbedienza‘, una silloge poetica.
Io, invece, non ero ancora nata.
Quando io sono diventata una scrittrice mi è stato detto che per pubblicare e per acquisire possibilità di parola occorreva che entrassi nel salotti della Roma bene, dove gli intellettuali si incontravano e davano vita alla cultura italiana. In quei salotti, che non erano solo nella Capitale ma ce n’erano sparpagliati per tutto il territorio, soprattutto a Torino e a Milano, io però non sono voluta entrare ed ho interpretato il mio Engagement come un impegno dal basso, restando tra le Persone comuni, condividendo con loro quello che lo Spirito del tempo mi trasmetteva.
Il prezzo che ho pagato è stato alto, il rifiuto del mio lavoro da parte di quegli editori al cui cenacolo non mi ero seduta. Già, perché, questi cosiddetti salotti di intellettuali erano e sono propaggini più o meno dirette di editori, e quindi di gruppi economici, divenuti poi con il tempo potentati politici.
Ma la domanda che io le rivolgo, visto che lei, neanche troppo velatamente, lancia i suoi strali contro gli scrittori italiani, è: in quei salotti, voi che eravate l’elite intellettuale di questo Paese, quanto avete operato perché l’Engagement fosse manifesto, perseguito e vissuto?
Il presente nel quale viviamo è la conseguenza del tempo che lo ha preceduto, è carico dei silenzi e del disinteresse che per decenni gli intellettuali, certa parte degli intellettuali, hanno manifestato per la ‘Res Publica‘, arricciando il naso e manifestando insofferenza per gli scandali della politica, le inchieste della magistratura, le ramificazioni della mafia, collusioni e corruzioni.
Chi ha perso il contatto con la ‘gente’?

 

Le domande capziose

Eppure gli scrittori c’erano, ed erano autori senz’altro impegnati, basti citare Bassani, lo stesso Calvino, Pasolini o Primo Levi. Rammenta cosa scriveva e come aveva cercato di ricucire questo strappo tra la gente‘ e gli intellettuali nel suo ‘La chiave a stella‘? E ce ne sono certo altri cento che sarebbe troppo lungo nominare. Ma ancora le voglio rammentare un’autrice che la classe degli intellettuali disprezzò e derise, che per veder pubblicata la sua opera, che senz’altro aveva le stigmate dell’Engagement, dovette aspettare che la Francia si accorgesse del suo valore … Le sto parlando di Goliarda Sapienza e del suo splendido ‘L’arte della gioia‘.

Ma lei, caro Antonio Debenedetti, insiste e formula una serie di domande capziose: «Come mai stavolta una lunga, drammatica recessione con le sue conseguenze sul lavoro, sulla vita delle famiglie non sembra aver avuto alcuna influenza sulla produzione letteraria? Come mai è così difficile trovare opere che riflettano davvero il clima di questi anni con originalità e urgenza? Chi sta documentando, da noi, la rivoluzione del costume a cui il vento dell’innovazione tecnologica ci ha costretti?» (da Il Fatto Quotidiano, Ibid)

E allora io le domando, a mia volta: chi le dice che la crisi di questo tempo non abbia avuto alcuna influenza sulla produzione letteraria? Dove cerca le opere che riflettono il clima? E poi, la più miserrima tra le sue domande, quella che denuncia quanto lei abbia ormai perso il contatto che ogni intellettuale dovrebbe avere con la realtà: su questa presunta costrizione cui ci avrebbe spinti l’innovazione tecnologica … Questa Rivoluzione che il Web ha, per fortuna, portato nelle nostre vite, se lei non se n’è avveduto, ha portato una vera rivoluzione anche nella Letteratura, nell’esternazione dell’impegno degli intellettuali.

 

La soluzione

È proprio in questa parte della sua domanda: «il vento dell’innovazione tecnologica ci ha costretti», la chiave per comprendere il rancore e le accuse, la cecità della polemica cui lei ha dato il via in questi giorni.
Una polemica che oggi sullo stesso giornale (Il Fatto quotidiano, 31 luglio 2014), Paolo Di Paolo ha cercato, purtroppo, di alimentare rigirando le sue dichiarazioni ad altri intellettuali e scrittori italiani [Giulio Ferroni, Massimo Onofri e Filippo LaPorta] che però oltre a citarle casi di scrittori interessanti e impegnati, ben si sono guardati dal contestare alla radice le sue tesi, come invece avrebbero dovuto.

La Letteratura, difatti, dopo aver lasciato i salotti nei quali pensavate di averla ingabbiata, non paga della libertà riconquistata si è guardata intorno ed ha colto l’opportunità della ‘Rivoluzione tecnologica‘, ieri quella del Web e oggi quella dell’editoria digitale che grazie agli e-book permetterà di compiere quella che il professor Gino Roncaglia ha definito, già da qualche anno, ‘La Quarta Rivoluzione‘ (La Quarta Rivoluzione, Laterza 2010).

La Rivoluzione del libro digitale insieme alla possibilità espressiva e comunicativa dei nuovi spazi del Web (Blog e Social Network) hanno fatto sì che finalmente la gente leggesse, senza intermediazioni, quello che gli scrittori, i poeti e i saggisti pubblicavano. Non occorre più l’avvallo di un Editore, spesso, e neppure il marketing pubblicitario di un ufficio stampa [sui quali lei scrive: «Poveri uffici stampa! Sono gli unici a sforzarsi le meningi senza però grandi risultati» (Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2014)].

Gli intellettuali che vivono il tempo presente interpretano lo Spirito di questi anni, ne percepiscono la crisi devastante, la mancanza di valori saldi, la disperazione esistenziale e la riversano nelle loro opere qualche volta auto-pubblicate, altre volte su e-book o Blog o direttamente sulle loro bacheche nei Social Network.
A voi, cari intellettuali dei salotti di un tempo è mancata la sensibilità, la capacità di comprendere e fare vostra la Rivoluzione in atto. Tra voi e la società civile è cresciuto lo scollamento che da anni si era evidenziato, e non vedendo né percependo dovete limitarvi a lanciare strali e denunce senza fondamento.
Peccato, davvero un peccato … Anche perché la splendida novità, insita in questa Rivoluzione ha permesso ai contemporanei di leggere e discutere ciò che scrittori/poeti/saggisti via via pubblicavano, in sincrono. Senza aspettare una generazione, qualche decina d’anni e, soprattutto, senza la necessità di ottenere il privilegio per un biglietto d’accesso ai vostri salotti letterari.

Le scrittrici e gli scrittori contemporanei, egregio Antonio Debenedetti, ci sono e si impegnano sia in scritture di avanguardia sia di Engagement, e per trovarli non ha che da accendere un computer ed entrare in Rete oppure uscire per le strade della sua città. Ci sono e stanno crescendo con la gente.

 

 

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