giovedì, Agosto 5

L'energia in Norvegia field_506ffb1d3dbe2

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Secondo la classifica ‘Global energy architecture performance index’, stilata da Accenture e dal World Economic Forum, la Norvegia sarebbe la Nazione con il sistema energetico più efficiente e dinamico al mondo. La classifica considera non solo la produzione di energia in sè, ma anche la crescita economica, la tutela ambientale e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Oltre alle energie alternative, come l’eolico offshore, largamente presente nel Paese, la Norvegia si è distinta per le proprie riserve di petrolio e gas. In particolare, nel corso degli ultimi 40 anni, il settore petrolifero ha assunto in Norvegia un ruolo sempre più predominante. Basti pensare che nel 1975 esso rappresentava appena il 2,5% del PIL per arrivare al 23% nel 2000, sotto la spinta del caro-petrolio. Nel 2008 tale quota è stata pari al 26% e il settore ha inciso con il 50% sul totale delle esportazioni di beni e servizi. Per lo Stato norvegese poi, gli introiti provenienti dalle attività petrolifere hanno rappresentato il 31% degli introiti globali. L’attività petrolifera norvegese è iniziata alla fine degli anni ’60 con la scoperta di giacimenti offshore nel Mar del Nord e successivamente con l’utilizzo di riserve scoperte nel Mar di Norvegia e nel Mar di Barents. Un’attività in espansione che ha portato in pochi anni la Norvegia ad essere il quinto esportatore mondiale di idrocarburi. 

Anche l’estrazione di gas è estremamente rilevante poiché la sua commercializzazione permette di connettere Oslo all’economia dei Paesi europei, come la Germania (attraverso Europipe I e II e Norpipe), la Francia (via Franpipe), il Belgio (con Zeepipe I) o la Scozia (per mezzo del gasdotto Vesterled). Importantissimo è anche il collegamento con la Gran Bretagna, rafforzato nel 2006 dalla creazione di Langeled, un lunghissimo gasdotto (1200km). 

I principali Paesi acquirenti dell’energia norvegese sono dunque europei, ma il mercato si sta aprendo anche verso l’Asia. Come affermato da Rune Resaland, direttore generale presso il Ministero degli Affari Esteri in Norvegia, durante la conferenza della Nato Defense College Foundation Security in a no one’s world? Game changers, «La Norvegia è il terzo esportatore di gas al mondo dal 1977, ed un terzo delle importazioni europee provengono da Oslo». Egli ha poi sottolineato che il mercato europeo non è l’unico a cui il suo Paese si rivolge «da qui al 2035 il mondo consumerà sempre più energia, circa un terzo di più di quanto avviene attualmente. In particolare i consumi aumenteranno in Asia, ed è proprio lì che la Norvegia deve puntare».

Per stare dietro all’aumento vertiginoso dei consumi, e non perdere il proprio posto nel mercato, la Norvegia ha iniziato ad esplorare i territori circostanti. Nello specifico sono state scandagliate aree ancora inesplorate dell’Artico, area ricca di risorse naturali in cui si stima, stando alle parole di Resaland, che vi sia il 30% di gas naturale da scoprire i il 13% di petrolio. In particolare però Oslo si è concentrata sul mare di Barents, aprendo una disputa con la Russia per il controllo di questo ed i diritti di estrazione. Giacimenti petroliferi sono stati individuati sia nel versante norvegese delle isole Svlabard che in quello russo delle isole Novaya Zemlya e entrambi i Paesi avevano rivendicato il loro diritto esclusivo allo sfruttamento delle risorse, diventate sempre più inaccessibili a causa del progressivo scioglimento dei ghiacci.

La disputa tra i due Paesi per lo sfruttamento di queste risorse, durata oltre quarant’anni, è stata accesa fino al 27 aprile 2010, data in cui Oslo e Mosca hanno trovato un accordo per delimitare l’aerea di esplorazione dell’Artico. Nel settembre dello stesso anno l’allora presidente russo Dmitry Medvedev e il presidente norvegese Jens Stoltenberg hanno firmato un documento che stabilisce esattamente la linea di confine tra i territori appartenenti alle due nazioni, aprendo la strada allo sfruttamento delle enormi quantità di gas e petrolio presenti nell’area. 

La disputa si è protratta così a lungo in quanto non vi era un diritto preciso al quale fare riferimento. Alla fine si è deciso di applicare il Diritto del Mare ed in particolare la Convenzione dell’Onu sul diritto del mare del 1982. In base a questa carta ogni Paese può sfruttare le risorse energetiche che si trovino al massimo a una distanza di duecento miglia nautiche dal proprio territorio, ma il limite può essere esteso se si riesce a dimostrare che la struttura della placca oceanica sottostante è un prolungamento naturale di quella della propria nazione. Si è deciso dunque di applicare all’Artico e al suo mare questa regola, così la Norvegia è riuscita a ottenere che il confine tra le due aree venisse tracciato a metà strada tra i due arcipelaghi delle Svalbard e delle Novaya Zemlya. Inoltre, l’accordo stabilisce anche che qualsiasi giacimento individuato sulla linea di confine sarà sfruttato in maniera congiunta.

Proprio quest’ultima clausola ha portato alla creazione di consorzi russo-norvegesi per lo sfruttamento degli idrocarburi nella zona artica e nel settore norvegese del Mar di Barents. L’importanza di questo fatto è stata sottolineata da Valentina Ivanovna Matvienko, governatrice di San Pietroburgo che ha lavorato all’implementazione degli accordi, e ha affermato che «E’ molto importante l’accordo di collaborazione stipulato fra la nostra RosNeft e la norvegese StatOil. Sulla base di questo documento va avanti un programma di prospezione geologica e collaborazione tra i nostri Paesi».

Va però sottolineato che le condizioni di sfruttamento delle risorse artiche sono piuttosto avverse. Il continuo scioglimento dei ghiacci che, secondo Resaland «è quasi dimezzato negli ultimi 35 anni», e il loro assottigliamento, fanno si che le operazioni di estrazione siano complesse se non impossibili. A ciò va aggiunto che secondo alcuni geologi le riserve petrolifere della zona saranno esaurite entro il 2050, mentre quelle di gas potranno durare oltre 90 anni. Il benessere del Paese, che ora poggia sul settore petrolifero, è dunque messo in crisi e occorrerà uno spostamento verso il settore del gas per assicurarsi un economia florida per i decenni a venire.

A dispetto però di queste notizie sulla produzione di gas e petrolio in Norvegia, va ricordato che nel Paese circa il 99% dell’energia utilizzata è di origine rinnovabile (Oslo è il sesto produttore mondiale di energia idroelettrica), e l’opinione pubblica è decisamente compatta sul mantenimento di questa preminenza.

 

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