venerdì, Settembre 24

L'emergenza acqua in Europa Elevato inquinamento e difficoltà d'accesso all'acqua alla base delle carenze

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Una delle cause principali dell’inquinamento dei corsi d’acqua in tutta Europa è la presenza di valori eccessivi di pesticidi, provenienti dall’agricoltura intensiva e di prodotti chimici dispersi impropriamente nell’ambiente dalle industrie. I dati dell’analisi del Centro per la Ricerca Ambientale Helmholtz pubblicati sulla rivista scientifica ‘PNAS‘ (Proceedings of the National Academy of Sciences) nel 2014, rivelano che il problema dell’inquinamento delle acque in Europa non è stato mai considerato nella sua gravità, ed è anzi stato ampiamente sottovalutato.

Prendendo in esame gli effetti degli inquinanti su una scala molto ampia, sia per il numero di luoghi controllati (circa 4.000) sia per l’ampiezza della flora e della fauna presi in considerazione, gli autori hanno concluso che ben 223 di questi siti risultano inquinati da pesticidi e idrocarburi. Nel 14% dei casi si tratta di inquinamenti che risultano letali a ogni tipo di organismo vivente, e quindi incompatibili con la vita acquatica, e nel 42% dei casi provocano effetti cronici all’ambiente.

In Europa il fiume più inquinato è il Reno. Il suo bacino idrografico si estende per 185.000 chilometri quadrati, alimentato dalle acque provenienti da otto Paesi -tra cui l’Italia- ed è abitato da oltre 60 milioni di persone. Culla di svariate leggende nordiche (su tutte, quella dei Nibelunghi), da quasi due secoli il fiume paga lo scotto dello sviluppo industriale mitteleuropeo, iniziato negli anni Trenta dell’Ottocento. Dapprima con bonifica delle piane alluvionali, poi con il tentativo di ‘raddrizzare’ il suo corso per facilitare la navigazione, infine per il suo intenso sfruttamento attraverso dighe e sbarramenti che attivavano sistemi di produzione idroelettrica.

Nel secondo dopoguerra, la necessità di garantire agli europei -e in particolare ai tedeschi- un boom economico a qualunque costo diede avvio a un degrado ambientale senza precedenti. L’inquinamento dovuto ai residui chimici del bacino industriale della Vestfalia distrusse l’ecosistema, trasformando il Reno nel più grande scarico fognario a cielo aperto del mondo. Il colpo di grazia giunse il 31 ottobre 1986, quando un incendio in un deposito dell’azienda svizzera Sandoz riversò nel fiume oltre 30 tonnellate di sostanze velenose, tra le quali ben 2 tonnellate di mercurio. Probabilmente il più grave disastro ecologico mai avvenuto in Europa dopo l’incidente di Cernobyl, accaduto solo sei mesi prima.

Grazie alle misure di risanamento intraprese, a vent’anni dall’incidente la qualità dell’acqua del Reno è tornata a essere relativamente buona, ma il suo stato di salute è sempre a rischio. Nel 2010 gli esperti ambientali francesi denunciarono che il più grande deposito di rifiuti tossici (tra cui arsenico e mercurio) nel Paese si trova proprio vicino al Reno, una vera e propria bomba ecologica per un corso d’acqua tuttora convalescente.

Anche il Danubio, il fiume più importante d’Europa per ruolo economico e sociale, è ad alto rischio inquinamento. Gravi danni ambientali sono stati provocati, nel 1999, dai bombardamenti NATO sul complesso petrolchimico di Pancevo (Serbia) e, nel 2000, da un importante sversamento di cianuro nel Tibisco, affluente rumeno del Danubio. Nel 2010 una marea di fanghi rossi, intrisi di metalli pesanti e tossici sono usciti dal bacino di uno stabilimento di alluminio di Ajkai in Ungheria, provocando gravi conseguenze ambientali.

Del suo grande bacino idrografico fanno parte ben 13 Paesi, dalla Germania a alla Romania. E così al problema dell’inquinamento non poteva che aggiungersi anche quello della gestione delle sue acque transnazionali. Le tensioni intorno al maggior corso fluviale d’Europa, iniziate già al tempo del Sacro Romano Impero, hanno trovato una prima composizione nel 1857, quando i Paesi rivieraschi cercarono di amministrare il fiume congiuntamente con l’istituzione della Commissione per il Danubio.

Il principale scontro è però sorto dopo la fine della Guerra Fredda, tra Ungheria e Cecoslovacchia, sostituita nel contenzioso dalla Slovacchia dopo la sua secessione dalla Repubblica Ceca nel 1993. Oggetto della controveria era la diga di Gabcikovo-Nagymaros, al confine tra i due Paesi, un progetto avviato dal Trattato di Budapest del 16 settembre 1977 con l’obiettivo di prevenire inondazioni, migliorare la navigabilità del fiume e per produrre energia elettrica pulita. Solo una parte del progetto è stato realizzato in territorio slovacco perché nel 1992 l’Ungheria ha unilateralmente abbandonato il trattato e dunque il progetto a causa di preoccupazioni ambientali, dando vita a una controversia internazionale ancora tuttora irrisolta.

Di fronte alla decisione di Budapest di sospendere la costruzione della diga, Praga prima e Bratislava poi hanno proceduto per conto proprio, avviando un progetto di deviazione delle acque nel proprio territorio. In sostanza, hanno chiuso il vecchio alveo e ne hanno creato uno nuovo interamente compreso nel proprio territorio; poi hanno sbarrato il nuovo corso per produrre energia elettrica per proprio uso. Così facendo hanno causato non pochi disagi all’Ungheria, che ha visto alcuni suoi affluenti prosciugarsi e i propri terreni umidi inaridirsi. La controversia sulla gestione del Danubio s’inseriva in un contesto di rivalità etniche e politiche plurisecolari che hanno ostacolato la disponibilità delle parti a giungere a un compromesso. Alla fine Budapest ha portato la questione alla Corte di giustizia dell’Aia, per quella che è stata la prima disputa internazionale sui diritti per l’acqua mai affrontata in un tribunale.

La sentenza, pronunciata il 25 settembre 1997, non ha dato sostanzialmente ragione a nessuno. La Corte ha ammonito la Slovacchia che appropriarsi di un fiume e metterne in pericolo l’ambiente naturale era un’azione illegale e per questo andava immediatamente sospesa. Allo stesso tempo, i giudici, ribadendo che il rispetto dei trattati costituisce un principio cardine del diritto internazionale, hanno decretato che l’Ungheria non aveva il diritto di abrogare unilateralmente il trattato del 1977, e che dunque avrebbe dovuto procedere a completare il progetto benché non desiderasse più realizzarlo.

I tentativi di mediazione succedutisi negli anni a seguire, spesso sotto l’egida dell’UE, non hanno ancora risolto la questione. Oggi nella zona della diga, compresa -dalla parte slovacca- tra le località di Cunovo e Gabcikovo, a sudest di Bratislava, è presente un largo bacino idrico e con una serie di chiuse per facilitare la navigazione commerciale e passeggeri. Le chiuse hanno registrato nel settembre 2012 il passaggio del 5 milionesimo passeggero e 300mila navi in 19 anni di funzionamento.

Nel frattempo, precisamente nel 1991, gli Stati del Danubio hanno dato vita all’Environmental programme for the Danube river basin, un programma di gestione ambientale integrato finora di ottima riuscita.

 

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