mercoledì, Aprile 21

Lego: mattoncini non soltanto per bambini field_506ffbaa4a8d4

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Al 7 aprile 1891 risale l’idea del danese Ole Kirk Christiansen dell’invenzione del materiale Lego, dai primari colori rosso, giallo, blu e bianco, verde, utile per creare con un set di mattoncini una qualsiasi costruzione, che prese il nome di Lego soltanto nel 1934, ricalcando le parole del suo costruttore danese ‘leg godt’ ovvero ‘gioca bene’, per poi evolversi e staccarsi dall’idea di gioco per bambini.

L’arte con i mattoncini Lego ha cominciato a emergere in mostre recenti. Per citarne alcune in Italia, si può ricordare la expò di Rimini (dal 28 novembre al 13 dicembre) in occasione del programma del Capodanno più lungo dell’anno. Nel Teatro Galli, uno spazio di recente ristrutturazione, si proponevano 28 m2 tra costruzioni e sculture Lego che riproducono quelle presenti nella città di Rimini, realizzate da Leon Keer, unico maestro olandese per le opere in 3D con tema Lego, anche con omaggio ai personaggi della leggendaria saga fantascientifica di ‘Star Wars’ e vere piscine in cui tuffarsi per i bambini, create con i soli Lego. A Treviso nella chiesa di San Gregorio (in corso, dal 20 dicembre al 17 gennaio 2016) viene addirittura costruita una città colorata, ‘City Booming Treviso’ di 40 m2 interamente in mattoncini Lego con al suo interno nascosti i supereroi più amati (Batman, Wonder Woman, Spiderman, ecc.) e frutto del progetto innovativo di Lab Literally Addicted Bricks’ (che significa ‘Laboratorio di dipendenti da mattoncini’).

Londra invece proponeva il Bricks 2015’, festival-evento di tre giorni (dall’11 al 13 dicembre) che attira nella capitale tutti gli amatori, collezionisti e semplici curiosi legati al mondo Lego con costruzioni pittoresche e gigantesche, che il pubblico può anche realizzare nei minimi particolari con tali cubetti, oltre ai diorami delle più diverse zone del mondo fatti soltanto di mattoncini.

A Roma  ‘The Art of the Brick’ di Nathan Sawaya tenta di dare la personale interpretazione dell’artista americano, già di professione avvocato, sul mondo antico e l’antichità in generale, oltre che sui pittori famosi della storia dell’arte. Ne è derivato un successo di pubblico senza precedenti, forse anche per la facilità che si riconoscere all’arte dei Lego di rendere le opere accessibili a chiunque, perché è un materiale che almeno una volta nella vita abbiamo sperimentato.

Non mancano, comunque, artisti, anche loro americani, che hanno reinterpretato opere d’arte di epoche storiche, come Sawaya a Roma: per esempio Andy Bausch che usa i Lego per ricreare la cultura Pop di artisti come Mondrian o Lichtenstein, riducendo i mattoncini a pixel di immagini artistiche, forse aiutato dall’essere studioso di tecniche di compressione video.

Parla dei Lego, del futuro di tale materiale e del gioco non soltanto per bambini, Fabio Di Gioia, nato come autore di programmi televisivi e ora curatore italiano di ‘The Art of the Brick’. Il lavoro di critico d’arte, che privilegia il contatto con persone reali e non mediato attraverso le telecamere di uno studio televisivo, è ora la sua prevalente occupazione.

 

Di Gioia, da che deriva il successo delle mostre che utilizzano i Lego e perché piacciono al grande pubblico?

Perché sono estremamente facili da utilizzare come materiale e le opere a guardarle sono realizzate con oggetti a noi noti e appaiono immediate, ovvero parlano un linguaggio estremamente vicino alla nostra quotidianità, perché almeno una volta nella vita abbiamo avuto un’esperienza di relazione o contatto con essi. I mattoncini della Lego non sono qualcosa di misterioso dal punto di vista materico per l’arte che propongono e non nascondono il loro significato (o sono impenetrabili) ai meno esperti di scultura, pittura e alle varie tipologie artistiche e tecniche d’uso ad esse legate ed evolutesi nel corso dei secoli. I Lego sono estremamente democratici, e l’opera nasce con una sua idea di costruire qualcosa. All’inizio della sua creazione il fine era quello di creare gioco e di far divertire i bambini con oggetti molto simili al reale. La scatola del gioco aveva tutti i pezzi (il set fornito) che servivano per comporlo, come raffigurato sul coperchio stesso, divenendo a loro volta un forziere per creare una struttura qualsiasi a seconda della propria fantasia e creatività. L’artista della mostra, Nathan Sawaya, parallelamente e indipendentemente dai suoi studi di avvocato di successo nella sede legale di diritto societario e d’impresa commerciale, ha continuato a utilizzare questi mattoncini e a esprimersi manualmente attraverso questi elementi, fino a scoprire che di fatto poteva realizzare le opere bi- o tridimensionali immaginate nella sua mente e che non poteva creare diversamente e con elementi alla portata di tutti. C’è un’opera emblematica del suo passaggio alla vita di artista, nella quale vediamo un volto che squarcia una tela: Sawaya sembra un moderno Fontana, e con la presenza del viso che emerge dal fondo raggiunge una nuova dimensione, la sua percezione per il pubblico risulta più facile, e si unisce alla semplicità del ‘medium’ dei Lego. Questa è una delle chiavi del successo di tali opere, molto leggibili, rispetto a quelle in altri materiali, che sorprendono e sono belle anche esteticamente, oltre che portatrici di un preciso messaggio o idea, come si confà alle vere opere d’arte. Al successo delle mostre di oggetti artistici fatti con i Lego, visibile anche nelle cifre elevate di affluenza del pubblico, concorre sia l’esperienza del bambino che riconosce il gioco da lui usato quotidianamente (sebbene realizzato in proporzioni più grandi), sia quella dell’adulto che percepisce la particolarità di tale forma artistica realizzata con i mattoncini della sua infanzia.

 

Perché molti artisti affermano che fare arte con i Lego vuol dire finalmente incominciare a giocare? Forse questa forma artistica ha a che fare con il nostro istinto ludico?

Mi collego a quanto detto precedentemente, circa il fatto che continuando a vivere, noi molte volte ricorriamo al gioco, o ne utilizziamo i principali meccanismi, perché si tratta essenzialmente di uno strumento per imparare la vita. Nell’infanzia tutti i giochi servono per capire come dovremo affrontare il domani, ma da adulti tali operazioni di conoscenza permangono. Vi è un aforisma: ‘esiste un pregio nei giocattoli’. Così dall’utilizzo dei mattoncini passiamo alle cose più importanti o più impegnative della nostra esistenza. La possibilità di utilizzare i Lego per l’arte diventa la risposta alla sua domanda.

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