domenica, Aprile 18

Leggi giudicate dai cittadini? field_506ffb1d3dbe2

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Milano, Beppe Grillo presenta libro con Gianroberto Casaleggio " Siamo in guerra, la rete contro la politica"

Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle (M5S), durante il suo discorso di fine-anno, rivolgendosi al popolo del web ha lanciato una provocazione che in pochi hanno colto – infatti, nessun media, ha dato spazio al tema: ripensare o addirittura abolire la Corte Costituzionale. Il messaggio, come detto, non è stato formulato in maniera esplicita, ma il senso delle parole di Grillo sembra chiaramente andare in quella direzione. Va precisato che allo stato non risultano depositate dai deputati del M5S proposte di legge per una riforma (o addirittura per l’abolizione) della Corte Costituzionale che quindi, la proposta in oggetto rimane (almeno per ora) solo una provocazione, su cui vale comunque la pena riflettere.

Per inquadrare meglio il problema, riprendiamo testualmente le parole del video-messaggio, come trascritto sul blog del comico genovese. «La Corte Costituzionale dopo otto anni si è pronunciata sulla legge elettorale. A cosa serve una Corte che decide dopo otto anni? Non serve a nulla. E’ chiaro che può pronunciarsi solo le condizioni politiche glielo consentono. Non è autonoma dai partiti come ha dimostrato l’elezione di Amato, l’ex tesoriere di Craxi che nulla sapeva delle tangenti di Tangentopoli, da parte di Napolitano. La Corte ha in sostanza dichiarato la legge elettorale incostituzionale per l’enorme premio di maggioranza e per la mancanza di scelta del candidato. Un ragazzo di terza media l’avrebbe deciso in mezz’ora, loro ci hanno impiegato otto anni, noi lo abbiamo denunciato dal 2006, dalla sua entrata in vigore, e abbiamo raccolto 350.000 firme per cambiare la legge».

I fatti cui fa riferimento Grillo, nel lanciare le sue accuse nei confronti della Corte, sono quelli relativi alla pronuncia resa dalla Corte in data 04 dicembre 2013 sulla legge elettorale italiana n. 270/2005, passata alle cronache come “Porcellum”, che la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale nella misura in cui prevede un meccanismo elettorale senza soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza da un lato e limita attraverso liste lunghe e bloccate la possibilità di scelta per l’elettorato dei propri rappresentanti. Va detto, per dovere di cronaca, che la Corte era stata investita della questione di costituzionalità a seguito di ordinanza della Corte di Cassazione civile del 21 marzo 2013.

Come noto, la Corte Costituzionale non può del resto di propria iniziativa sindacare sulla costituzionalità delle leggi ma deve essere investita appositamente mediante una specifica procedura, che prevede o il ricorso diretto dello Stato e delle Regioni o, come nel caso in esame, il ricorso in via incidentale. Per cercare meglio di comprendere le critiche di Grillo alla corte costituzionale, occorre anche ricordare che si tratta di un organo costituzionale, disciplinato agli articoli 135 e seguenti della Costituzione e composta esclusivamente da tecnici così individuati: quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative. Ed è proprio il carattere altamente tecnico dell’organo che Grillo di fatto ha criticato, facendo passare il messaggio che il controllo di costituzionalità delle leggi dovrebbe essere demandato esclusivamente ai cittadini: in questo senso, dunque, la Corte Costituzionale come concepita non avrebbe più senso d’esistere.

Per inquadrare meglio la proposta di Grillo e per capire quale funzione ha la Corte Costituzionale in un ordinamento giuridico, abbiamo interpellato sul punto Mauro Barberis, docente di filosofia del diritto dell’Università di Trieste.

 

Storicamente quando nasce il modello della Corte Costituzionale e quale idea dell’ordinamento giuridico presuppone?

L’idea nasce all’indomani delle grandi rivoluzioni democratiche, statunitense e francese; in Francia resta lettera morta il jury immaginato da Sieyès, negli Stati Uniti, invece, sin dal 1804 la Corte suprema s’impadronisce del potere di disapplicare le leggi incostituzionali, che nessuna disposizione costituzionale le aveva attribuito, potere che si estende a tutti i giudici (c.d. controllo diffuso). Questa è la prima versione della Corte; la seconda, il controllo concentrato in un’apposita Corte, è progettata da Kelsen, dopo la caduta dell’Impero asburgico, per l’Austria federale, guardando sia all’esperienza statunitense sia a istituti dell’Impero, funzionali anch’essi al federalismo; qui però, a differenza che negli Stati Uniti, la Corte è competente ad annullare le leggi incostituzionali, non semplicemente disapplicarle: una sorta di legislazione negativa che peraltro, per Kelsen, avrebbe dovuto essere relativamente limitato e strettamente funzionale alla tutela della democrazia, perché le costituzioni non avrebbero dovuto quasi ospitare principi, quali quelli delle dichiarazioni dei diritti, proprio per non dare troppo potere ai giudici costituzionali. La terza e più attuale versione, che si diffonde anche nel diritto europeo e internazionale, si afferma dopo Auschwitz: costituzioni lunghe, con estese dichiarazioni dei diritti, cominciano a essere usate dalle Corti costituzionali tedesca, italiana, e poi anche francese e spagnola, per controllare dappresso la legislazione parlamentare, trasformando lo Stato legislativo precedente in Stato costituzionale.

Quali sono i due principali modelli di controllo di costituzionalità?

Come ho detto, di solito si distingue fra modello diffuso all’americana e modello concentrato all’europea, che però tendono ad avvicinarsi. Nel modello diffuso, il controllo tende a concentrarsi nella Corte suprema, anche se questa decide pochissime delle questioni che le sono sottoposte, e le decisioni valgono anche per gli altri giudici per via del sistema del precedente, che impone di rispettarne le decisioni anche al di là delle esigenze del caso deciso. Nel modello concentrato succede che il controllo si diffonda anche fra i giudici ordinari; per esempio, in Italia, la Corte rigetta come inammissibili le questioni proposte da giudici che non abbiano cercato di interpretare le disposizioni sospette di incostituzionalità adeguandole alla Costituzione: così tutti i giudici sono invitati a adeguare le loro interpretazioni alla Costituzione.

Quali sono i pregi e i difetti di un modello accentrato?

Il pregio è il rispetto del principio di eguaglianza: la decisione vale erga omnes, per tutti gli organi dello Stato, la legge generale e astratta o è cancellata o reinterpretata in base alla Costituzione. Il difetto, su cui esiste un’enorme letteratura, è il contrasto fra decisione dei giudici e democrazia parlamentare, o magari pure rispetto all’opinione pubblica: ma in una società pluralista, cioè divisa sulle questioni di principio, e a confronto di come funziona – male – il Parlamento, direi che mediamente le decisioni della Corte sono fatte meglio, o comunque sono più in sintonia con l’opinione pubblica, delle leggi del Parlamento, nonostante la maggiore legittimità democratica di quest’ultimo.

La critica principale di Grillo non è tanto sull’esistenza di un organo che controlli la costituzionalità delle leggi quanto sul fatto che a sindacare la costituzionalità siano giuristi. Possono i cittadini sostituirsi agli esperti?

A volte mi domando se Grillo c’è o ci fa, ossia se sia davvero così crassamente ignorante come mostra in questi interventi pubblici o in altri; qualsiasi studente di giurisprudenza del secondo anno che abbia sostenuto l’esame di diritto costituzionale, potrebbe rispondere come rispondo io. Come fanno i cittadini, con un sì o con un no, a decidere problemi come questi? Al massimo possono decidere questioni secche, del tipo repubblica/monarchia o aborto sì/aborto no: ma come possono scegliere in materia di sistemi elettorali? I leghisti, qualche volta, hanno sostenuto che i giudici, magari anche costituzionali dovrebbero essere eletti del popolo: e certo in questo caso ci saremmo risparmiati la nomina di Amato, ma alla faccia della separazione dei poteri. Come farebbe, la Corte costituzionale, a controllare gli altri poteri, se fosse formata dalle stesse maggioranze che formano gli altri poteri? Oppure Grillo pensa che al Leader, legittimato dalle Masse osannanti o magari da imperscrutabili referendum elettronici, sia permesso tutto, anche rivolgersi direttamente alle stesse Masse per far controllare la costituzionalità delle leggi. Mi sembra che tutti costoro non abbiano la più pallida idea di come funziona una democrazia (parlamentare) e uno Stato (costituzionale).

Strettamente connesso al punto di cui sopra, la critica di Grillo investe il linguaggio del diritto e il modo, spesso incomprensibile, con cui le leggi sono scritte. Emerge qui forte l’esigenza che il diritto sia chiaro e intellegibile ai cittadini. Ritiene sia una pretesa legittima, ma soprattutto realizzabile?

La pretesa è legittima; in un libro-intervista recente, ‘Dei diritti e delle garanzie’, ne discuto con Luigi Ferrajoli, il quale pensa che il problema potrebbe risolversi facendo tanti bei Testi Unici, semplificando e riducendo la pletora delle fonti, come hanno tentato di fare i tanti Calderoli succedutisi all’apposito ministero, e scrivendo meglio le leggi. Ma che la legislazione non possa essere trasparente come speravano i nostri bisnonni illuministi lo mostra la seguente semplice considerazione. Se le leggi fossero scritte “come si mangia”, nell’approssimativo linguaggio ordinario, sarebbero in realtà ancora più oscure; allora legislatori e giuristi tecnicizzano il linguaggio delle leggi, ridefinendone i termini in modo che abbiano un solo significato: ma il risultato è che l’interprete non sa mai, o se lo sa finge di non sapere, se la parola ha il significato ordinario o quello tecnicizzato! E se il legislatore interviene di nuovo per chiarire il dubbio, i significati non sono più due, ma tre. Naturalmente esagero, ma il diritto è proprio così: gira attorno all’interpretazione.

Un’ultima critica molto incisiva riguarda i tempi con cui la Corte ha reso la propria decisione. Quali considerazioni ritiene si possano fare sul punto?

Ah, se è per questo ci sono casi peggiori, come il Tar del Piemonte che ci ha messo giusto la durata di una legislatura per decidere che le elezioni regionali erano illegittime. Ma la Corte non decide di propria iniziativa, e se lo facesse i Grilli parlanti di turno parlerebbero di attentato alla democrazia. Quando è stata investita della questione, ha deciso giustamente, non solo per le due ragioni addotte da Grillo, ma per una terza, l’irragionevole sistema del Senato. Quanto al ragazzo di terza media, se ci fosse andato lui alla famosa diretta in streaming con Renzi, al posto di Grillo, la democrazia italiana ci avrebbe sicuramente guadagnato.

 

In conclusione dell’intervista, sollecitato nuovamente a pronunciarsi sull’opportunità che il cittadino comune si sostituisca al tecnico del diritto, il professor Barberis parafrasa, attualizzandolo a oggi, quanto il filosofo del diritto Giovanni Tarello disse una volta a un suo studente: “lei preferirebbe essere giudicato d a un giudice inglese con la parrucca o dalla platea anonima del web?”.

 

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