giovedì, Maggio 13

Legge elettorale, parità di genere ultimo ostacolo image

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Renzi governo

Slitta a lunedì l’approvazione della legge elettorale ufficialmente per il congresso di Fratelli d’Italia che inizia oggi. In realtà diversi emendamenti stanno rendendo problematico l’iter parlamentare. Fra questi quello che riguarda la soglia di sbarramento troppo alta per le liste che corrono da sole e quello concernente la soglia per ottenere il premio di maggioranza.

Ma l’emendamento su cui potrebbe veramente saltare la legge è quello sulla parità di genere, che sta raccogliendo un sostegno sempre maggiore fra le parlamentari di tutti i partiti. La vicenda è complessa e il governo rischia di pagare un prezzo alto comunque vada a finire.

Il testo base della legge prevede che il 50% dei posti in lista sia assegnato a donne ma non obbliga ad alternare i nomi sulla lista. Pertanto, ipotizzando che un partito possa inserire in una lista quatto nomi con la ragionevole certezza che solo i primi due vengano eletti, è chiaro che, mettendo due uomini nei primi posti, la parità verrebbe rispettata solo formalmente. L’emendamento firmato dalla deputata Roberta Agostini prevede, invece l’obbligo dell’alternanza di genere. In pratica metà Parlamento sarebbe formato da donne. Una Caporetto per gli uomini di tutti i partiti.

Forza Italia ha espressamente dichiarato, tramite l’agguerrito capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, che quell’emendamento non passerà. Gli altri partiti, compreso il Pd, nicchiano. A parole i deputati sono vicini alla battaglia delle colleghe ma è in ballo la personale sopravvivenza politica e pertanto, se la maggioranza appoggiasse l’emendamento, verrebbe comunque impallinato da una valanga di franchi tiratori.

La posizione più difficile è, quindi, quella di Matteo Renzi che, fondando la sua azione politica sulle parole «rinnovamento» e «cambiamento», non può certamente alzare un muro su un tema così sentito dall’opinione pubblica. Un compromesso su cui si sta lavorando è garantire il 40% di presenza femminile tra i capi-lista di un partito. Non è la metà ma  sarebbe comunque il Parlamento con la più alta presenza femminile di tutti i tempi. Un risultato storico che Renzi potrà giustamente rivendicare.

Se lunedì fosse trovato l’accordo, la legge dovrà poi in ogni caso passare dal Senato e, in primis, dalla Commissione Affari Costituzionali la cui presidente è Anna Finocchiaro. La quale con Renzi ha un vecchio debito. Anzi due. Il desiderio di rinnovamento dell’allora candidato alla segreteria, infatti, scrisse la parola fine alla candidatura della senatrice prima alla Presidenza della Repubblica e poi a quella del Senato (con il corollario di indimenticabili frasi al vetriolo).

Questa mattina la Finocchiaro ha sfidato il premier dichiarando pubblicamente in TV quali sono le mine che la Commissione piazzerà sul percorso della legge: la parità di genere sarà rivista, la soglia dell’8% per i partiti che vanno da soli sarà abbassata e il premio di maggioranza sarà elevato al 40%. In pratica ciò significherebbe legge da riscrivere e accordi con Forza Italia saltati. La Finocchiaro si è comunque augurata che nel frattempo ci siano dei passi in avanti «ma da presidente della commissione Affari costituzionali so bene su quali equilibri politici si regga la possibilità di un esito positivo della riforma elettorale e per ottenere questo risultato lavorerò con il massimo equilibrio». Nessuno ne dubita.

 

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