sabato, Agosto 13

Legge elettorale e il ‘lodo’ Letta-Meloni Un 'campo' largo che sembra un 'vicolo' stretto per Letta; una capacità di vincere ma solo su Salvini e Berlusconi per Meloni. Sia l'uno che l'altra chiamati a vincere ai punti. E poi una vaga e vagheggiata componente di 'centro' terribilmente affollata

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Di tutta evidenza che non se ne rendono conto. Alla domanda: ‘Ci siete o ci fate?‘, la risposta, unica possibile ormai, è: ‘Ci sono e ci fanno‘.
Come per tutti i risultati elettorali, occorre diffidare delle ‘letture’ affrettate. Anche se si è trattato di cinque referendum percepiti come ‘estranei’ e di votazioni locali e disomogenee, le conclusioni per essere attendibili, richiedono studi più accurati e approfonditi. L’unico dato certo è la bassa affluenza di votanti: ‘spiadi una disaffezione dell’elettorato, di una sualaicizzazione‘: la X sulla scheda non è più atto fideistico, di consuetudine. Dare o negare fiducia a candidati e formazioni politiche, è sempre più scelta consapevole. Consapevole scelta quella di disertare l’urna, rifiutare in blocco ilsistema‘, sempre più inteso come qualcosa di ostile, un vorace moloch spartitocratico da cui ci si può difendere solo rifiutandolo in blocco, in modo radicale. La cosa va avanti da anni: il primo grande partito italiano è quello dei ‘disertori’ dell’urna, supera il 50 per cento di elettorato. Fenomeno che dovrebbe spronare la classe politica a esaminare la situazione e adottare i necessari antidoti, per recuperare credibilità e fiducia. Al contrario: precipitata in una letale morta gora, questa classe politica più si agita nel tentativo di levarsene, più vi sprofonda.

 

Quello che accade in questi giorni è la conferma di questa deprimente situazione che si trascina da quando, sotto i colpi (spesso meritati) di una magistratura debordante, si è abbattuto il ‘sistema’ che (s)governava la Prima Repubblica. Si è ora precipitati in una sorta dia/democrazia cattiva‘, i cui attori (per lo più mediocri figuranti) offrono a unpubblicoannoiato uno spettacolo avvilente.
A oggi, sono due i partiti che sono appena al di sopra di una precaria linea di galleggiamento: il Partito Democratico di Enrico Letta, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Formazioni politiche con un comune denominatore: sono sostanzialmente immobili.
Meloni nella comoda postazione di opposizione al governo di Mario Draghi; ‘libera’ da responsabilità gestionali dirette, incassa i dividendi assicurati dallo scontento diffuso e di chi corre in soccorso dei probabili vincenti post elezioni politiche 2023. Letta, maggiore azionista del governo Draghi, cerca di muoversi il meno possibile: ogni tanto lancia parole d’ordine in sé giuste (ius soli, fine vita, ecc.), consapevole della loro irrealizzabilità con questo Parlamento; evoca un ‘campo largo’, coalizione aritmetica di ‘svariate disperazioni’ che sperano, senza troppo crederci, di scampare alle tagliole di una legge elettorale e della riduzione dei parlamentari; un combinato disposto che comporterà a breve una quantità di ‘disoccupati’ (politicamente parlando).
Per tutte le altre formazioni politiche è quello che i francesi chiamano un jeux de massacre à la tronçonneuse. Deprimente e respingente quanto basta.

Sia Meloni che Letta, nella presunzione di uscire vincenti dalle prossime elezioni politiche, hanno firmato una sorta dilodocon inchiostro simpatico, da ladri di Pisa -quelli che la notte ‘rubano’ insieme; poi di giorno, al momento di spartire il bottino, fingono di litigare. Ilbottino‘ nel caso specifico è la legge elettorale. L’intesa è lasciarla così com’è. Comporta il vantaggio di seminare lacerazioni tra lepiccoleformazioni nella quota proporzionale (quella in cui ognuno ‘corre’ per sé contro gli altri); e costringe ad alleanze successivamente, senza troppi vincoli di coerenza. Si possono ‘giustificare’ anche per il prossimo futuro intese contro-natura come i due governi presieduti da Giuseppe Conte; o formule ‘tutti insieme appassionatamente’ come il governo Draghi.
Letta ha un bel predicare il suo ‘campo largo’, cercare di renderlo più appetibile evocando un ‘ulivo’ senza Romano Prodi. Significa radunare a una forzosa convivenza personaggi come Giuseppe Conte, Carlo Calenda, Roberto Speranza, Emma Bonino, non escludere Matteo Renzi e altri potenziali ‘centristi’. Per quanto si prometta di ‘aggiungere posti a tavola’, inevitabile che più d’uno resti con il becco asciutto.
Dall’altra parte, Meloni si preoccupa di ammassare quanto più fieno possibile in cascina; ma il suo incremento è sempre nell’ambito del centro-destra, a spese degli ‘alleati’, Lega e Forza Italia. Dunque, confermerà la formula della coalizione, anche se muteranno gli equilibri interni. Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sanno benissimo che possono solo cercare di contenere e bilanciare l’avanzata dei ‘Fratelli/coltelli’.

Sia Letta che Meloni devono fare i conti con problemi diversi, al tempo stesso speculari.
Il primo assiste alla ormai inevitabile dissoluzione di quello che è stato il Movimento 5 Stelle: la lotta intestina tra Conte e Luigi Di Maio è deflagrata con esiti non più controllabili e componibili. Chi avrebbe potuto immaginare solo qualche settimana fa che il Ministro degli Esteri potesse essere definito da esponenti di primo piano del Movimento, e pubblicamente, ‘un corpo estraneo’?
Una voce accreditata e mai smentita, quella che circola già dal 2019: Di Maio riesce a diventare Ministro degli Esteri, grazie ad autorevoli imput, tra tutti quelli del Segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti, ombra del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Zampetti è la ‘chioma bianca’ che compare sempre alle spalle del capo dello Stato durante le occasioni più importanti. Zampetti e Di Maio si conoscono da tempo. Nel 2013 Zampetti è segretario generale della Camera dei Deputati; Di Maio sull’onda del grande successo elettorale del M5S diventa vicepresidente della Camera. Zampetti si assume il non lieve compito di sgrezzare il giovanotto, che ogni tanto va di testa sua: come quando nel 2018 si abbandona alla richiesta di impeachment. Tutto sommato mette la testa a posto, (s)partitocraticamente parlando. Zampetti è fidato e discreto consigliere, e più che mai da quando al Colle si insedia Mattarella. Di Maio assume la posizione di queste ore nei confronti di Conte e del M5S a insaputa di Zampetti? Difficile crederlo. Altrettanto difficile credere che Zampetti, se a conoscenza di qualcosa, non ne abbia discretamente riferito al Presidente. Per il momento conviene fermarsi qui. Ma queste ‘turbolenze’ grilline vale la pena di seguirle.
Per tornare a Letta, in un ipotetico gioco della torre, probabilmente butterebbe giù volentieri sia Conte che Di Maio; altrettanto chiaro che tatticamente non si può concedere il lusso di rinunciare a nessuno dei due. Improbabile, infine, che Beppe Grillo, possa nei prossimi giorni sbrogliare la matassa.
Dilemma analogo per Meloni. Più che soddisfatta di rubare la leadership a Salvini e sottrargli quotidiane percentuali quote di consenso. Il problema è vincere con moderazione: c’è il rischio di irritare la parte più irriducibile della Lega, disposta a operazioni disperate pur di non darla vinta a Meloni.
Conte e Salvini ormai sono come due pugili suonati stretti all’angolo; e per questo le loro reazioni più emotive che raziocinanti. Letta e Meloni vogliono vincere, ma devono farlo ai punti, non per KO.

 

C’è poi una vaga e vagheggiata componente di centro‘. Si candidano il sindaco di Milano Giuseppe Sala; il leader di Azione Carlo Calenda; gli animatori di Più Europa, Emma Bonino e Benedetto Della Vedova; i forzisti Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Renato Brunetta; Matteo Renzi e Italia Viva, e perché no, anche Di Maio, se darà vita a una sua formazione politica una volta lasciato il M5S… Piuttosto affollato, questo centro; e altri si prenotano in queste ore. Per non parlare di quei ‘centristi’ della prima ora, come Giovanni Toti, Maurizio Lupi, Clemente Mastella, Luigi Brugnaro… Vero che molti si agitano strumentalmente: per aumentare il ‘peso’ contrattuale all’interno di formazioni politiche che non hanno davvero intenzione di abbandonare. Ma tutti questi galli in pollaio sembrano piuttosto i capponi di manzoniana memoria: per ora si beccano, e sembrano non rendersi conto dell’infelice destino che li attende.
Questa la situazione, questi i fatti.

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