martedì, Ottobre 19

Legge di Stabilità: chi vince, chi perde field_506ffb1d3dbe2

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Abbiamo avuto modo negli ultimi tempi di riflettere sul modello di politiche pubbliche avanzato dall’Esecutivo Letta nella Legge di Stabilità. Su queste pagine web il Collega Daniele Chicca definiva, sulla scorta delle analisi dell’ Osservatorio AIAF sui conti pubblici, la manovra economica del Governo Letta poco efficace dal punto di vista economico ma almeno non recessiva. Era anche stato notato in altra sede che, nella assoluta scarsità di provvedimenti legislativi di spesa, la Legge di Stabilità e i suoi collegati si erano trasformati in un terreno di caccia per i gruppi di pressione alla ricerca di specifiche misure in grado di avvantaggiare settori economici particolari.

E, come tutti gli anni accade, arrivati al giro di boa della fine del mese di novembre, bisogna cominciare a chiudere le maglie della Legge di Stabilità per prevedere termini certi dell’approvazione parlamentare entro la fine di dicembre, comprensiva di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per tutti i crismi del caso. In questa fase il Governo presenta un maxiemendamento, summa teologica degli sparpagliati emendamenti frutto del lavoro parlamentare ma anche di ripensamenti e sopravvenute impossibilità dell’Esecutivo, e pone la questione di fiducia sul provvedimento. E’ accaduto al Senato, dove la legge di stabilità è stata approvata in prima lettura, in una versione pressoché definitiva lo scorso 27 novembre, con un incremento degli importi previsti nella prima presentazione da 12,4 a 15 miliardi di euro. E se l’aumento delle somme della manovra sembra voler fornire le necessarie rassicurazioni a Bruxelles, dopo i rilievi mossi dalla Commissione europea lo scorso 15 novembre sulla tenuta dei parametri del fiscal compact, c’è stato tuttavia qualche margine di ritocco per riorientare la distribuzione interna di tasse e risorse da assegnare.

Ma chi vince e chi perde tra i gruppi di pressione in questa nuova versione della manovra  dell’Esecutivo?

A giudicare dai mutamenti apportati dal maxiemendamento, qualcuno dei soggetti per cui era stato previsto un incremento delle imposte, poi non inserito nel testo emendato della Legge di Stabilità, ha svolto bene la propria attività di lobbying. E’ il caso dei rappresentanti degli interessi delle sigarette elettroniche, cui doveva essere imposta una tassazione, sia sul prodotto e-cig che sui liquidi di refill, che passava dal 25% al 58% del prezzo di vendita, anche per compensare i minori introiti fiscali derivanti dalla diminuzione nella vendita delle sigarette tradizionali, di cui le sigarette elettroniche rappresenterebbero un succedaneo (ove contenenti liquidi con nicotina). Alla fine, l’Esecutivo Letta, nella versione della Legge di Stabilità passata al Senato, non si è sentito di inserire l’incremento di imposta e la tassa sulla e-cig  al 58% è finita in fumo.

E’ andata abbastanza bene al settore dell’edilizia e delle ristrutturazioni, che hanno visto la conferma del provvedimento che consente le detrazioni fiscali al 50% per ristrutturazioni edilizie e al 65% riqualificazioni energetiche degli immobili. Si tratta di un provvedimento che porta la firma di Maurizio Lupi, il Ministro delle Infrastrutture del Nuovo Centro Destra, che aveva annunciato la sua intenzione di varare la misura nel corso dell’annuale assemblea dell’ANCE, l’Associazione nazionale costruttori edili, svoltasi a Roma lo scorso 12 luglio.

Ed ha avuto successo anche l’intervento di lobbying dell’ANCI, l’Associazione che riunisce i Sindaci, volto a ripristinare una tassa a gestione quanto più possibile municipale, dopo che era stata annunciata, forse troppo presto, la definitiva cancellazione dell’IMU. Così è arrivata la Iuc, l’Imposta Unica Comunale, il primo caso di tassa ‘a cipolla’ composta da più strati di voci: IMU su seconde case e prime case di lusso (anche se sembra quasi sicuro che ci sarà da pagare una quota di IMU per le prime case nei Comuni in cui era stata fissata l’aliquota più alta), la TASI, la tassa sui servizi comunali indivisibili, la TARI, la vecchia Tarsu sui rifiuti solidi urbani. E in questo caso a perdere, rispetto agli esborsi del 2012, già annus horribilis dei contribuenti italiani, saranno i cittadini proprietari di abitazioni (l’80% della popolazione) che faticano ad organizzarsi, anche attraverso le associazioni dei consumatori, in azioni di pressione contrari a simili provvedimenti fiscali sfavorevoli.

E procedendo nell’analisi costi benefici riservati alle differenti categorie di cittadini, il maxi emendamento va ad impattare sulle pensioni in due direzioni. Da un lato si va a prelevare un contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro per il triennio 2014 – 2016, a partire dal 6% per le  pensioni 14 volte superiori alla minima (90.000 euro lordi annui) e fino al 18% per le pensioni che si collocano tra 20 e 30 volte la pensione minima (193.000 euro lordi annui). Scopo del contributo è attuare la sperimentazione del reddito di cittadinanza, con una politica pubblica redistributiva intergenerazionale mai sperimentata finora nel sistema italiano: togliere a chi ha i diritti quesiti e si trova nella condizione di essere fuori per raggiunti limiti di età dal mercato del lavoro per conferire a chi ha un’età più giovane ma magari nel mondo del lavoro non è mai riuscito ad entrare. Non resta che aspettare e vedere in che modo l’Esecutivo applicherà questo innovativo modello di public policy. Dall’altro lato, si prevede di rivalutare le pensioni minime con un aumento di valore al 100% dei trattamenti pensionistici nel caso di assegni di importo fino a tre volte la pensione minima (1.443 euro lordi al mese), e del 90% per i trattamenti pensionistici pari ad un importo tra le tre e le quattro volte la pensione minima. Sembrano aver lavorato bene, in questo senso, le sigle sindacali di rappresentanza dei pensionati, quest’anno molto attive nella fase precedente alla approvazione della Legge di Stabilità, in particolare dopo gli annunci di interventi sulle pensioni.

Qualche difficoltà nei provvedimenti della Legge di Stabilità sembra toccare anche al settore bancario e assicurativo, alla fine colpiti dall’incremento dell’importo dell’anticipo IRES e IRAP al 130% rispetto allo scorso anno (e con il pagamento in tempi davvero molto stretti: entro fine anno).
Ma le cose non sono davvero andate meglio al mondo delle imprese: se da un lato gli imprenditori italiani si sono visti aumentare la deducibilità dell’IMU sui capannoni industriali e la deducibilità dei beni strumentali di impresa dal 20% al 30% per tutto l’anno fiscale che sta terminando, è pur vero che è stata approvata una misura volta ad incrementare l’anticipo dell’IRES o dell’IRAP al 102,5% rispetto al 2012. Al di là degli importi, quello che sembra aver lasciato Confindustria con una sensazione di difficoltà nei confronti dell’operato del Governo Letta nella Legge di Stabilità è la repentinità dell’intervento e il fatto che le cifre, già da tempo calcolate e accantonate dagli imprenditori siano dovute in termini così brevi. Insomma, sembra condivisibile quanto rilevato dal ‘Lobbista Cattivo’ su ‘The Front Page: «Alle imprese spetterà un anticipo IRES e/o IRAP del 102,5%. Per due anni! Per la prima rata! La seconda rata con l’anticipo IVA. Quando? Dopodomani. Domani vi diciamo esattamente. Ad ogni azione del governo muore un articolo dello Statuto dei Diritti del Contribuente: nascono 1000 evasori e chiudono 100 imprese. »

A prescindere dal fatto di trovarsi dalla parte di coloro che hanno tratto benefici dai provvedimenti contenuti nel maxi emendamento o di essere tra i gruppi più colpiti dalla misure presenti in esso, permane tuttavia la sensazione di generale incertezza dell’azione dell’Esecutivo, che dopo aver presentato una manovra e non riuscendo a resistere alla esplosione esponenziale degli emendamenti del Parlamento, si trova a dover intervenire nuovamente nel merito con cambiamenti anche consistenti su cifre complessive e ripartizione delle risorse. E non resta che ricordare con una punta di amarezza quanto affermato da Luigi Spaventa, noto economista, qualche tempo fa: «Su una struttura fragile come quella italiana l’incertezza fa danni maggiori. A quella di origine esterna, su cui non possiamo intervenire, noi ne aggiungiamo una dose abbondante prodotta all’interno dalla incertezza crescente del quadro politico, istituzionale e normativo.»  Qualcosa su cui l’Esecutivo dovrebbe riflettere, tra una questione politica e l’altra.

 

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