martedì, Ottobre 19

Lega Nord e Salvini: cosa resta del federalismo? In ricerca di consenso a livello nazionale, il leader del Carroccio sembra aver messo da parte una lotta storica del partito

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Alla via della modifica costituzionale, tortuosa e piena di insidie, i principali promotori del decentramento dei poteri hanno affiancato quella dell’azione parlamentare. E in questo senso  “la grande battaglia, a livello legislativo, è stata quella per introdurre il federalismo fiscale”, definito da Mainardis come una “locuzione impropria”. Il risultato? Modesto anche in questo caso; se da una parte la finalità era quella di valorizzare le autonomie territoriali attraverso una diversa regolazione della spesa pubblica e delle entrate”, dall’altra di fatto una vera azione “è rimasta incompiuta”.
Ma anche l’implementazione di quella riforma a cui si era riusciti a pervenire è risultata assente, essendo “clamorosamente mancata una attuazione legislativa organica della riforma costituzionale del 2001; questa è mancata tanto da parte del centro-destra che del centro-sinistra”.

E a livello di governo regionale invece, laddove per anni si è avuta o si ha tuttora una guida leghista, la spinta decentratrice si è fatta sentire? Ci riferisce in particolare a quelle due regioni ­ Lombardia e Veneto – che furono le uniche in cui al referendum costituzionale del 2006 prevalsero i sì sui no. Secondo Mainardis “senz’altro vi sono stati dei casi nei quali le politiche regionali hanno marcato in maniera significativa il governo di determinati settori dell’ordinamento: penso ad esempio al caso dell’organizzazione e della gestione della sanità in Lombardia. Sul fronte veneto invece”, prosegue, “ al di là di qualche iniziativa simbolica (il referendum sull’indipendenza del Veneto, bocciato nel 2015 dalla Corte costituzionale) non mi pare che le politiche regionali, a prescindere dal giudizio di merito sull’operato di questa o di quella maggioranza, si siano contraddistinte per una particolare vocazione ai temi dell’autonomia politica degli enti territoriali, differenziandosi così dalle politiche di altre Regioni”.

Come detto, ad oggi termini come ‘federalismo’ e ‘devolution’ sembrano essere stati eliminati dal vocabolario della politica italiana. Ciò che più colpisce però è il constatare come tale accantonamento riguardi anche la stessa forza politica che quei termini gli aveva fatti entrare nel lessico politico e soprattutto, cosa forse più importante, nella testa degli elettori.
La svolta comunicativa attuata da Matteo Salvini – segretario del partito dal 2013 – risulta palese: dall’accento sulle posizioni ‘nordiste’, sull’autonomia e sul secessionismo del Nord, si è passato ai temi del contrasto all’immigrazione, del recupero dell’identità (anche italiana), alla sovranità nazionale contro l’Europa e l’Euro. Un cambio di rotta in una direzione simil – Front National abbastanza prevedibile con “Salvini”, dice Mainardis, che “ha individuato uno spazio politico da poter occupare, ed agisce di conseguenza”. E la strada per recuperare il terreno perduto dopo gli scandali che avevano affossato l’appeal elettorale del Carroccio, passa anche per l’abbandono di quelle istanze per le quali il partito era nato in principio. Persino nel dibattito sul referendum costituzionale che si terrà tra pochi giorni, riguardante una riforma con tendenze accentratrici, il segretario della Lega “pare che cavalchi altri temi”.
D’altro canto è indubbio che il federalismo, dopo essere stata la parola d’ordine del dibattito politico per oltre un ventennio, vive oggi una stagione di riflusso: “gli scandali legati all’utilizzo del denaro pubblico da parte di numerosi Consigli regionali; l’aumento della spesa pubblica da parte di molte Regioni, che ha condotto anche al loro commissariamento nel settore della sanità; una certa delusione legata al naufragio dei buoni propositi che avevano accompagnato la riforma costituzionale del 2001, tutti questi elementi mi pare abbiano concorso a togliere vigore alla battaglia autonomista”.

Da un lato questa trasformazione ha fatto storcere il naso alla vecchia guardia leghista, su tutti Bossi con le dichiarazioni di pochi giorni fa e prima ancora Gilberto Oneto, sulla base proprio dell’abbandono dei temi federalisti. Dall’altro però l’elettorato verde sembra condividere la scelta di Salvini.

La sensazione è che allo stato attuale la creatura di Umberto Bossi, ormai non più giovane, debba decidere cosa fare da grande. Perché se Matteo Salvini ha ormai intrapreso definitivamente la strada del movimento di carattere nazionale e non più nord-centrico, tanto da riferirsi ad esso quasi sempre solo come ‘Lega’, è anche vero che il suo nome completo è e resta tuttora quello di Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Quindi un partito di destra a connotazione nazionalista, ma che all’Articolo 1 del proprio statuto dichiara tuttora come propria finalità il ‘conseguimento dell’indipendenza della Padania’.

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