martedì, Maggio 11

Lega e Pd ai materassi, ma tra pochi mesi sarà peggio Torna l'ipotesi della maggioranza Ursula, ci lavora Letta, per disinnescare i quotidiani furori e scossoni di Salvini

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E’ sul cosiddetto ‘coprifuoco’, e più in generale le misure per contrastare la pandemia, che si fronteggiano Lega e Partito Democratico.
Il Segretario della Lega, Matteo Salvini, cavalca ormai da giorni il malcontento e il disagio di ristoratori e operatori esasperati da mesi di forzata inattività. Mossa spregiudicata e figlia di calcoli di pura politica politicante. Salvini è stretto in un angolo che lo opprime: da una parte la combattiva Giorgia Meloni, ‘amica’ politica che dalla comoda postazione dell’opposizione giorno dopo giorno gli erode consenso; dall’altra le perplessità e i dubbi sempre più manifesti dell’ala governativa del suo partito, Giancarlo Giorgetti e i presidenti delle regioni del Nord sono ben consapevoli che l’elettorato di riferimento tutto desidera meno che una crisi di governo. Dall’altra Salvini ha la lancinante necessità di apparire ilcapitano di lotta e governo insieme‘. Peccato, per lui, che a palazzo Chigi ci sia ora Mario Draghi: un osso molto più duro di Giuseppe Conte. E con molta più autorevolezza. Si è formato untridente‘ costituito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da Draghi stesso, e dal segretario del PD Enrico Letta, che si limita a osservare con sufficienza le quotidiane intemerate salvinesche.
La Lega ha scelto la strada dell’astensione in Consiglio dei Ministri quando si è trattato di varare il nuovo decreto anti-pandemia. Giorgetti e gli altri due Ministri targati Lega (Massimo Garavaglia ed Erika Stefani), con un imbarazzo che traspariva da ogni poro, hanno seguito il diktat impartito da Salvini; ma questo più che unire, ha creato un ulteriore solco, nella Lega. E aver scelto proprio il 25 aprile, festa della Liberazione, per dare il via a una raccolta firme on line che punta ad abolire il divieto di uscire la sera dopo le 22 è una ‘mossa’ che è destinata a lasciare il tempo che trova.
A brutto muso il Segretario del PD invia un messaggio inequivocabile: «Se la Lega non vota», osserva Letta, «bisogna trarne le conseguenze. Draghi ha tenuto il punto e secondo me ha fatto bene. Io non voglio creare problemi ma, sommessamente, suggerisco, perché voglio che il governo vada avanti per due anni, di considerare che se è successo una volta non deve succedere mai più. Se non vuole stare al Governo, la Lega non ci stia».
Debole la replica di Salvini: «Il segretario del PD non si fida degli Italiani e li vuole tenere ancora chiusi in casa. Io mi fido degli italiani e vorrei che tornassero a vivere, lavorare, sorridere. #nocoprifuoco».

Altra questione destinata a creare tensioni è quella dell’immigrazione. «I voti si possono perdere», scandisce Letta. «La dignità no e quando si lascia morire in mare delle persone è contro le leggi del mare. Le persone si salvano a prescindere che siano migranti o no e che a nessuno venga idea di fare propaganda sulla pelle delle persone. Ci sono questioni non negoziabili. Se sono disposto a rischiare uno scrollone all’interno della maggioranza di governo? Mi auguro che non serva perché credo che tutti siano cambiati in questi anni, spero che fare propaganda sui morti in mare sia un’idea che non venga a nessuno. Andiamo a vedere come stanno le cose e ragioneremo sui fatti. Ci sono valori non negoziabili, dobbiamo portare il tema livello europeo, non è una questione solo italiana».
Determinato per quel che riguarda la Lega, più sfumato e cauteloso per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle; e pour cause. Parlare di acque agitate all’interno dei grillini, è un eufemismo. Il fondatore, dopo l’allucinante requisitoria via Facebook, si è come eclissato, anche perché all’eco mediatica non corrisponde un altrettanto robusta manifestazione di solidarietà; tutt’altro: prevale imbarazzo e distacco. Su un altro versante, il gestore della piattaforma Rousseau, Davide Casaleggio, batte cassa, e appare intenzionato a creare un movimento alternativo, facendo leva su Alessandro Di Battista. Giuseppe Conte, che si era assunto il compito di rigenerare l’appannato movimento, non sa che pesci prendere, e per il momento attende che passi la piena; ma il suo è un chinarsi che non fa presagire una imminente riscossa. Così, Letta se la cava con un prudente: «Con Conte ci sentiamo non dico quotidianamente ma molto frequentemente. Ha deciso di guidare e trasformare il M5S e dobbiamo essergli grati. Siamo due forze che in vista delle elezioni si avvicineranno. Il PD allargherà l’orizzonte intorno a sé costruendo un nuovo centrosinistra con quelle forze che vogliono dialogare». Mano tesa anche al recalcitrante Carlo Calenda, il leader di Azione che al momento, assieme all’uscente Virginia Raggi, è l’unico candidato ufficiale per il sindaco di Roma: «Lo invito a partecipare alle primarie. Per adesso mi è sembrato poco convinto e mi dispiace. Se le facesse, se partecipasse, sarebbero un evento ancora più importante. Io lo invito a partecipare».
Per quello che riguarda le amministrative, si vedrà. Letta ha anche un grosso problema a Bologna: Matteo Renzi, che al solito indossa i panni del Pierino guastafeste, ha convinto la prima cittadina di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti a correre per le primarie. La corrente dei ‘renziani’ rimasti nel PD è intenzionata ad appoggiarla; si tratta forse di un giochetto al rialzo per guadagnare postazioni all’interno del partito, e il tutto si risolverà in una classica spartizione; ma a Bologna come altrove, per rubare il titolo di un bel romanzo di Piero Chiara, ‘il piatto piange’. O come si dice a Napoli con crudo umorismo: ‘L’acqua è poca, e la papera non galleggia’.

Amministrative a parte, Letta è impegnato in una operazione ambiziosa e chissà se, e come, pagante. Ricordate l’operazione ‘Ursula’? Quella bizzarra alleanza tra Partito Popolare, Socialisti europei e Verdi che ha portato all’elezione della Presidente Ursula van Der Leyen. Ecco: fatte le debite proporzioni e varianti, Letta a questo lavora in queste ore: una maggioranza anomala, che comprenda PD, M5S, Forza Italia e chi altri è disposto a starci. In nome di Draghi. Fantasie? Forse. Ma è un modo per disinnescare i quotidiani furori e scossoni accesi da Salvini. Più il capo leghista si agita, più gli altri lumeggiano alternative. L’insofferenza nei confronti del leghista, a casa PD si respira, è palpabile; come si tocca con mano il timore che per questa alleanza innaturale, prima o poi si pagheranno dei prezzi salati. Dunque, puntare su Berlusconi, sperano di riuscire a sganciarlo dal resto del centro-destra. Fanno leva in particolare sui tre ministri quota Forza Italia. Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, i classici topi nel formaggio.
C’è poi un ulteriore fattore: discreto e silenzioso, dietro le quinte come d’abitudine, lavora l’ascoltato consigliere di Berlusconi Gianni Letta, che di Enrico è lo zio…
Tra nove mesi si dovrà eleggere il tredicesimo Presidente della Repubblica. I pretendenti, più o meno legittimati aspiranti, sono tanti. Per arrivare al Colle non bastano i voti di PD e M5S. Quelli di Berlusconi sono indispensabili. Tra deputati e senatori sono almeno 140. Ecco, questo può spiegare tante cose…
Naturalmente sono sussurri e ‘grida’; e spesso le si mette in circolo solo per vedere che effetto fanno; o per sviare l’attenzione, e nascondere i veri intendimenti.

Ieri, nel suo discorso al museo della Liberazione di via Tasso a Roma, Draghi ha dato prova di essere un politico a tutto tondo, calibrato e misurato le parole con la precisione del farmacista che confeziona i suoi medicamenti. Parole che si riferiscono a un ‘ieri’ che non è ancora completamente trascorso, e che servono da monito per l’’oggi’ e il ‘domani: «…Assistiamo oggi, spesso sgomenti, ai segni evidenti di una progressiva perdita della memoria collettiva dei fatti della Resistenza, sui valori della quale si fondono la Repubblica e la nostra Costituzione. E a troppi revisionismi riduttivi e fuorvianti…Constatiamo inoltre, con preoccupazione, l’appannarsi dei confini che la Storia ha tracciato tra democrazie e regimi autoritari, qualche volta persino tra vittime e carnefici. Vediamo crescere il fascino perverso di autocrati e persecutori delle libertà civili, soprattutto quando si tratta di alimentare pregiudizi contro le minoranze etniche e religiose. Il linguaggio d’odio, che sfocia spesso nel razzismo e nell’antisemitismo, contiene sempre i germi di potenziali azioni violente. Non va tollerato. E’ una mala pianta che genera consenso per chi calpesta libertà e diritti -quasi fosse un vendicatore di torti subiti- ma diffonde soprattutto il veleno dell’indifferenza e dell’apatia. La senatrice Liliana Segre ha voluto che la scritta ‘Indifferenza’ fosse messa all’ingresso del memoriale della Shoah di Milano per ricordarci che, insieme ai partigiani e combattenti per la libertà, vi furono molti che si voltarono dall’altra parte in cui -come dice lei- è più facile far finta di niente. Nell’onorare la memoria di chi lottò per la libertà dobbiamo anche ricordarci che non fummo tutti, noi italiani, ‘brava gente‘. Dobbiamo ricordare che non scegliere è immorale…Significa far morire, un’altra volta, chi mostrò coraggio davanti agli occupanti e ai loro alleati e sacrificò sé stesso per consentirci di vivere in un Paese democratico…».
La partita, insomma, è alle prime mosse, e si annuncia complessa quanto basta. Ci sono comunque ineludibili giri di boa: fra tre mesi si entra nel semestre bianco, e le Camere non si potranno più sciogliere; fra sei mesi voteranno alcuni milioni di italiani per grandi e medie città. Come sempre il voto avrà un riflesso e un significato politico. Tra nove mesi il nuovo Presidente della Repubblica. Il governo Draghi sarà fatalmente vittima di crescenti fibrillazioni, dal momento che non ci sarà più lo spauracchio del ‘tutti a casa’. Saranno ben altre, e di più rilevante portata, le polemiche all’interno della coalizione, altro che la ridicola questione delle chiusure alle 22 o alle 23…Questo è un piccolo, modesto antipasto. A breve si arriverà ai ‘materassi’.

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