domenica, Settembre 26

Lega (che se la ride) e M5S (con Di Maio oramai da compatire) uniti nel litigio continuo La polemica con toni di rissa all’interno del mondo pentastellato causa il gasdotto, con Toninelli che potrebbe essere fatto fuori e Di Maio si aggrappa a tutto pur di far ingoiare il rospo

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Sorridono, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, al termine dell’incontro a Palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte vola in India, a New Delhi, per partecipare al Technology summit, e «migliorare già eccellenti relazioni tra India e Italia». Di Maio e Salvini, nel frattempo, si occupano dellarobainterna. «Abbiamo parlato di economia, di manovra, di conti pubblici», fa sapere Salvini.  

Vai a sapere cosa ci sia da sorridere. E’ comunque bene che ne parlino, ne discutano, di economia, di manovra, di conti pubblici. Avverte Unimpresa, «la salita dello spread non può essere ignorata: tra debito pubblico e prestiti ai privati, la bufera può avere effetti su oltre 3.650 miliardi di euro. Ecco perché l’aumento del divario tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi fa crescere la spesa per interessi riconosciuti ai sottoscrittori di BOT e BTP; e poi produce effetti negativi sul patrimonio delle banche, con ripercussioni inevitabili sul motore del credito, sia con l’incremento dei tassi sia con il restringimento della liquidità immessa nel canale degli impieghi. In tutti e due i casi, sia sul versante della spesa pubblica sia sul versante bancario, a pagare il conto finale sono aziende e cittadini. E’ quindi opportuno che ci sia maggiore attenzione al differenziale Italia-Germania, che non è un numero neutro, ma un parametro di mercato col quale siamo costretti a fare quotidianamente, come contribuenti e come operatori economici. Al Governo chiediamo maggiore responsabilità, anche con le dichiarazioni».
In effetti il ‘peso’ dei numeri è una vera e propria frustata e le chiacchiere, come si dice, stanno a zero: sul Paese grava un debito pubblico di circa 2.326,5 miliardi di euro; ogni anno si pagano interessi che oscillano tra i 65 e gli 80 miliardi. In ballo, poi, ci sono 696,4 miliardi di finanziamenti alle aziende e 627,8 miliardi di crediti alle famiglie. «Tutta questa massa di denaro, in totale 3.650 miliardi di euro», avverte Unimpresa, «può essere compromessa dalla bufera dello spread».

Cosa resta, del Governo Conte-Di Maio-Salvini, al di là delle raffiche di tweet e commenti via facebook che i loro uffici stampa riversano a ciclo continuo? Il leader leghista e quello pentastellato sono impegnati in una quotidiana sfida. Salvini punta tutto sulla ‘sicurezza’; l’immigrazione; l’Europa (e segnatamente l’asse franco-tedesco) che ha come scopo e obiettivo, strangolare l’Italia. Campagne esasperate che, a dar credito ai sondaggi, al momento lo premierebbero elettoralmente. All’interno della Lega non si levano voci di dissenso e di contestazione. Ilcapitano’ (così i seguaci di Salvini amano definirlo) ha praticamente azzerato l’intero nucleo storico del Carroccio. Sopravvive, ma comunque in disparte e silente, Roberto Calderoli; tutti gli altri, a cominciare da Umberto Bossi e Roberto Maroni, sono praticamente scomparsi, nessuno, nel mondo leghista, sembra serbarne memoria.

Se Salvini è relativamente tranquillo, non così si può dire dell’omologo Di Maio. Anche il Ministro del Lavoro va forte, in quanto annunci; ma se quelli di Salvini vengono contestati per il merito, il contenuto delle proposte (e al tempo stesso riscuotono consenso), quelle di Di Maio sono oggetto di feroce satira; un Maurizio Crozza dovrebbe sentire il bisogno di ringraziarlo sentitamente, al termine di ogni sua puntata: gli fornisce un inesauribile giacimento di spunti.
Innumerevoli le gaffes: dall’annunciata denuncia alla magistratura per un decreto a suo dire manomesso, agli attacchi a testa bassa a Mario Draghi… per non parlare degli strafalcioni lessicali, a cui ormai s’è fatto il callo. Sono in molti all’interno del movimento a contestarne ormai apertamente la leadership, a cominciare dal Presidente della Camera Roberto Fico. Negli ultimi giorni il tam-tam grillino riferisce di crescenti malumori e mugugni di Beppe Grillo e Davide Casaleggio.

Un segnale di questo malumore potrebbe essere il sempre più insistente ‘boatos’ che vuole la rimozione, prima delle elezioni europee, del Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Si dice che Conte sia già stato messo al corrente della cosa; al suo posto si accredita il Presidente della commissione Lavori Pubblici del Senato Mauro Coltorti. Toninelli hacollezionatoun discreto numero disparate’: l’allarme via video per i piloni dell’A24-A25; il ponte per famiglie in luogo di quello crollato a Genova; il tunnel del Brennero; ma anche la vicenda Alitalia, o la rimozione del vertici delle Ferrovie di Stato… Un bel dossier, insomma; e se il Ministro verrà sostituito, il primo a piangere sarà senz’altro Crozza.

Per tornare al vertice Salvini–Di Maio: i pentastellati vogliono, ‘almeno’ portare a casa il cosiddetto reddito di cittadinanza; Salvini oltre alla sicurezza, punta sulla flat tax, di fatto un condono fiscale (e lo si può chiamare, come fa il Ministro Paolo Savona, una redistribuzione di risorse, la sostanza quella rimane). Si aggiunga poi la questione delle pensioni, il superamento della legge Fornero (che, avvertono i commissari di Bruxelles, se andrà in porto da sola si porterà via gran parte del Bilancio).
In queste ore, poi, si registra la polemica con toni di rissa all’interno del mondo pentastellato relativa al gasdotto che dall’Azerbaigian dovrebbe arrivare a Melendugno in Puglia. Base grillina e comitati locali sono in rivolta; Di Maio si aggrappa a tutto pur di far ingoiare il rospo. La Lega (favorevole al gasdotto) se la ride.
In effetti sarebbe solo da accogliere con un sorriso di compatimento l’affermazione di Di Maio che non sapeva che c’erano delle penali da pagare. «L’ho scoperto una volta diventato Ministro quando ho studiato le carte Tap (il gasdotto, ndr) per tre mesi… sono voluto andare allo Sviluppo economico anche per questo. Vi posso assicurare che non è semplice dover dire che ci sono delle penali per quasi 20 miliardi di euro. Ma è così, altrimenti avremmo agito diversamente. Le carte un Ministro le legge solo quando diventa Ministro e a noi del M5s non hanno mai fatto leggere alcunché. Quelli che sono andati a braccetto con le peggiori lobby del Paese l’unica cosa che ci dicevano è che eravamo nemici del progresso. Non ci hanno mai detto che c’erano delle penali da pagare». Lo rimbecca subito l’ex Ministro Carlo Calenda, suo predecessore. «Di Maio si sta comportando da imbroglione, come su Ilva. Non esiste una penale perché non c’è un contratto» (fra lo Stato e l’azienda Tap ndr) «ma, in caso, una eventuale richiesta di risarcimento danni da parte dell’impresa visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’autorizzazione legale. Di Maio sta facendo una sceneggiata e sta prendendo in giro gli elettori ai quali ha detto una cosa che non poteva mantenere».

A tutto ciò (e dovrebbe bastare), si può aggiungere la sferzata dell’economista Giulio Sapelli, non sospettabile di preconcetta antipatia nei confronti dell’Esecutivo Conte: «L’Italia non è in pericolo. Non c’è da stare tranquilli, ma non è certo lo spread, il debito pubblico o il braccio di ferro con l’Europa a preoccuparmi, quanto una manovra che non guarda agli investimenti e alla crescita…Gli investitori se ne fregano del differenziale tra Btp-Bund e guardano alla capacità di investimento. I ‘rischi veri’ per il Paese sono legati alle grandi turbolenze sui mercati che non risparmiano nessuno e a una manovra che non guarda agli investimenti e alla crescita ma al reddito di cittadinanza». Ennesimo ‘dito’ sulla piaga che sanguina copiosamente.
Questa la situazione, questi i fatti.

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