mercoledì, Giugno 23

L'efficienza della sharing economy Molte realtà diverse, accomunate dall'uso della tecnologia e dall'idea di community

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E proprio l’attenzione nei confronti dell’ambiente è uno dei tratti distintivi dell’utente medio del servizio in Italia, almeno secondo quanto affermato da una ricerca realizzata nel 2014 dall’Istituto di Management della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, condotta da un team coordinato dal professor Alberto Di Minin e composto dai ricercatori Andrea Paraboschi ed Elena Casprini. Se per Airbnb gli host italiani hanno in media 42 anni, sono all’80% over 30 anni e al 56% donne, chi usufruisce del ride sharing è invece un po’ più giovane e ha in media 31 anni. Secondo l’indagine della Sant’Anna, il 76% degli utenti di BlaBlaCar si colloca nella fascia tra i 18 e i 40 anni, ma solo un quinto è studente: la maggior parte è residente al Nord e occupato, spesso con contratto a tempo indeterminato. Nonostante ciò, il ride sharing viene preferito anche perché vantaggioso da un punto di vista economico. Si tratta di persone definite ‘smart’, ossia sempre connesse, attente alla tecnologia e abituate a fare acquisti online, nonché bendisposte a sentirsi coinvolte all’interno di una community, con tutto ciò che ne segue in termini di responsabilità, fiducia nel prossimo e importanza del passaparola. E infatti la società sta introducendo il sistema di prenotazione online del viaggio, già attivato con successo in Francia e Spagna. Le tecnologie Ict 2.0. diventano abilitanti di nuovi modelli di business che espandono una value proposition in segmenti di mercato nuovi”, commenta in una nota Di Minin, “e, come ha mostrato la collaborazione con BlaBlaCar, le piattaforme social stanno trasformando molti aspetti della nostra vita”.

Già, perché la sharing economy sembra essere tanto più efficace, anche nel migliorare la nostra qualità di vita, quanto più risulta legata a un’idea di comunità. Ne sono casi esemplari il cohousing, termine che indica insediamenti abitativi con alloggi privati affiancati da spazi comuni quali aree gioco per bambini, lavanderie o palestre, e il social housing (alloggi sociali ed economicamente accessibili). ”Negli ultimi anni in proposito c’è stata una spinta di tipo innovativo, con l’avvio di molti progetti interessanti”, sottolinea Alessandro Maggioni, Presidente di Federabitazione–Confcooperative, “anche se fare sana cooperazione, come facciamo da almeno cinquant’anni, significa già fare sharing economy. Oggi la spinta verso quest’ultima ci porta a recuperare i fondamenti della cooperazione, dove la crisi ha tagliato le gambe a tanti faccendieri che spesso, agevolati anche dal credito facile, mettevano su cooperative al solo scopo di intercettare finanziamenti pubblici. Le domande del futuro riguardano quindi non solo la realizzazione di nuove case, ma anche la gestione del condominio: la sfida è far capire alla gente il senso della condivisione e contrapporre quest’ultima al consueto scenario individualista”.

Allo scopo di pianificare interventi futuri, Federabitazione (che raccoglie 2.118 imprese in rappresentanza di 113.508 soci, per 5,3 mld di euro di capitale investito) ha recentemente promosso CoopHousing, un’indagine sul patrimonio sociale costruito volto a fotografare la situazione nel Paese: una sorta di monitoraggio sulle cooperative di abitanti e sui servizi messi in campo, dunque, che sembrano poter fare la differenza soprattutto per giovani coppie, studenti e lavoratori fuori sede, anziani e disabili. 53 gli interventi censiti sul territorio nazionale, per un totale di 1.532 alloggi costruiti, di cui il 67% è in locazione (con un canone medio annuo che si aggira attorno ai 57 euro a metro quadrato, pari a circa 300 euro al mese) e il 33% di proprietà. Per realizzarli, le imprese aderenti hanno investito 184 mln di euro, provenienti al 79% da fondi privati. Gli interventi sono distribuiti soprattutto nelle città, mentre meno della metà di si trova in periferia, e soprattutto al Nord: il 40% riguarda la Lombardia, il 30% il Veneto. Il Centro Sud, invece, presenta ancora criticità. Le esperienze di edilizia sociale qui mappate corrispondono soprattutto ad alloggi di nuova costruzione (al 69%): le prime risalgono addirittura agli anni Quaranta, mentre l’83% del totale è stato realizzato negli ultimi 15 anni. In media, si precisa nell’indagine, nei progetti di cohousing sono coinvolte dalle 20 alle 40 famiglie, che vanno a costituire una comunità di vicinato con spazi comuni, risparmi economici, benefici di natura ecologica e sociale. “Oggi si affacciano molti soggetti sul tema dell’abitare e le cooperative hanno una lunga storia di interventi di social housing”, prosegue Maggioni, “dove la sharing economy si concretizza nella presenza di locali o terrazze comuni, di servizi quali baby sitting e car sharing. Lo sforzo da fare, dunque, è far comprendere nuovi modelli”. E proprio sui nuovi modelli abitativi verterà AAAarchitetticercasi, concorso per professionisti under 35 in partenza a settembre. “Si pensa inoltre allo sviluppo di un’applicazione che consenta ai condomini di usufruire di una sorta di filiera del welfare, comprendente servizi con requisiti sociali ed etici (e costi più bassi) certificati dalle cooperative, capaci di spaziare dall’ingaggio di badanti e facchini all’acquisto di vini di qualità“, aggiunge Maggioni, “così come a una banca del tempo tra comproprietari, nell’ambito della quale ognuno possa mettere a disposizione della comunità parte del proprio tempo libero. L’obiettivo è ampliare e ristrutturare i mercati per ottenere un sistema cooperativo sano e al contempo migliorare le relazioni sociali all’interno dei condomini, che oggi rappresentano uno spaccato di una società in crisi”.

 

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