giovedì, Maggio 13

L’editoria è un buon affare? Ne parliamo con Luigi Franco, direttore editoriale di una delle principali case editrici del Meridione

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Il segno meno è l’unica certezza del Rapporto dell’AIE (Associazione italiana editori) sullo stato dell’editoria in Italia. I numeri che il settore fa registrare mostrano un calo nelle vendite e tra gli operatori in tanti sono sfiduciati. Probabilmente alcuni dei 400 espositori che quest’anno hanno preso parte a Più libri, più liberi, 13esima Fiera della piccola e media editoria, a Roma non saranno lì il prossimo anno. Perché? Perché l’editoria è in crisi, i libri non si vendono e i lettori scarseggiano. Perché è difficile fare gli editori in Italia e i grandi editori monopolizzano un mercato già claustrofobico.

Questo in breve potrebbe essere il riassunto dell’annuale resoconto su questo settore. Grandi e piccoli gruppi risentono della crisi generale, ma mentre per i primi si tratta di un’inflessione sulla linea dei guadagni, per i secondi significa morte o sopravvivenza stentata. Un barlume di luce però si intravede nei capitoli del rapporto, una speranza che giunge dalla vitalità di queste microimprese, un dinamismo che spinge questi operatori verso l’innovazione e la sperimentazione mantenendo vivo tutto il comparto. Nel complesso il settore però non si può dire sia un buon investimento.

Fare l’editore è un cattivo affare quindi?

Ne abbiamo discusso con Luigi Franco, direttore editoriale di Rubbettino editore, 42 anni, originario di Caulonia (un paesino sulla costa jonica calabrese), nel 2001 dopo una laurea in Lettere a Firenze entra in casa editrice come stagista e scala tutte le posizioni fino ad accomodarsi sulla poltrona che occupa tutt’oggi. Gavetta, passione e un sogno nel cassetto, questi gli ingredienti che hanno portato il dottor Franco a dirigere una delle principali case editrici italiane di media grandezza.

La casa editrice di cui cura la selezione di testi e collane è quella, per intenderci, che ha scoperto Gioacchino Criaco, l’autore di ‘Anime nere il libro da cui è stato tratto il film di Francesco Munzi in concorso al Festival di Venezia di quest’anno.

È stato il vostro libro più venduto dell’anno immagino?

Sì, senza dubbio.

Quante copie?

Dopo la proiezione al cinema, la nuova edizione ha fatto registrare diecimila copie, ma sono numeri in evoluzione. Il numero è in crescita costante e ci sarà probabilmente un nuovo picco quando il film passerà sulle tv a pagamento e poi sulla pubblica.

Che ne pensa della riflessione che i dati dell’AIE hanno suscitato nel mondo editoriale italiano? Condividete il mea culpa di alcuni vostri colleghi rispetto alle responsabilità degli editori di questa crisi?

Noi siamo un po’ al di fuori della situazione generale, quindi no. Abbiamo infatti registrato dei dati in leggera crescita dopo un trend negativo costante degli ultimi anni. Questo segnale positivo ci premia per la nostra perseveranza e per aver deciso di continuare a puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Il più che ha preso il posto del meno ci fa capire che stiamo andando in una giusta direzione. Non ci siamo fatti schiacciare dalla crisi e ci siamo concentrati per uscire dalle secche. Abbiamo esaminato la nostra offerta e le richieste del pubblico per muoverci al meglio. Quello che è successo in questi anni devo spingere ad un’altra riflessione coloro che sono abituati a ragionare secondo i trend e con le tecniche del passato. Bisogna ripensare se stessi.

Con i trend e le tecniche del passato si riferisce a?

Ai casi editoriali con numeri costruiti a tavolino. Una pratica che i grandi gruppi editoriali potevano permettersi di imporre sul mercato. I grossi editori hanno avuto per molto tempo il potere di imporre un’offerta dei propri titoli, anche se magari la loro proposta non era sempre di qualità eccellente. Oggi questo vecchio sistema è meno efficace, perché il lettore, data la situazione di crisi generale, è più attento a quello che c’è in libreria. È diventato più smaliziato, cerca di approfondire di più prima di fare una scelta. In questa situazione sceglie le cose di cui è veramente convinto.

Un lettore meno superficiale, più attento e più consapevole.

Un miglioramento del lettore che spinge anche l’editoria a migliorarsi?

Certo, perché si trova di fronte un lettore più selettivo.

Nonostante questo miglioramento però il meno in quel rapporto pesa come un macigno. L’editoria è un cattivo affare? O in Italia mancano bravi manager in questo settore?

Non credo che manchi una testa manageriale. L’Italia è da sempre il fanalino di coda rispetto al numero di lettori, credo sia questo il problema principale. Andrebbero fatte delle serie politiche per incentivare la lettura. La responsabilità è collettiva non solo dell’editoria, anche ciò che viene comunicato attraverso i media ha il suo peso. La lettura deve scalare i gradini delle priorità anche nei mezzi d’informazione, nell’offerta televisiva e mediatica. Deve acquistare più peso anche da questo punto di vista. Poi ci sono le particolarità e le strutture dell’ingessato mercato italiano. È un’oligarchia che concentra la quasi totalità di titoli di vendite nelle mani di pochi gruppi editoriali e questo si rispecchia poi nell’informazione. Viene dato poco spazio  ad un mondo molto vasto di piccoli e medi editori che pure fanno cose di qualità, ma che, dati i costi e questa struttura del mercato, non ottengono quella visibilità che è appannaggio dei grandi editori.

Tra i 400 espositori che hanno preso parte alla Fiera della piccola e media editoria a Roma ci sono alcune realtà iper-specializzate. Questa specializzazione potrebbe salvare gli editori italiani?

La specializzazione fidelizza i lettori e semplifica il lavoro. Aiuta l’editore che si specializza a costruire una sua rete di lettori che lo riconosco per la sua offerta, questa scelta comporta pure vantaggi sul piano promozionale perché costruisce una rete di contatti e testate che lo riconoscono per il progetto che lui porta avanti. Il mondo della piccola e media editoria è, però, formato anche da realtà più che dignitose che hanno un’offerta più generalizzata.

 Voi in quale strategia vi riconoscete?

Siamo stati i precursori negli anni nella trattazione di alcuni argomenti e continuiamo a curare questi filoni che ormai ci caratterizzano e a cui non siamo disposti a rinunciare.  Penso ai testi di Studi regionali e meridionali, ai libri sul liberismo, sulle scienze sociali, sulla scienza politica e sulla politologia, siamo diventati dei punti di riferimento in questi campi. Anche i testi universitari sono un aspetto fondamentale del nostro catalogo. C’è inoltre l’impegno sugli Studi sociali e in particolare sulla criminalità, sia come saggistica, ad esempio con i libri di Enzo Ciconte e di altri magistrati e sociologi, sia come narrativa, è il caso di Anime Nere di Gioacchino Criaco e de Il prezzo della carne di Mimmo Gangemi.  Ci stiamo allargando anche a nuove esperienze. Le pubblicazioni sul cinema con taglio saggistico sono in questo momento una delle collane che stiamo curando molto con titoli sia per addetti ai lavori che di taglio più divulgativo, come nel caso dell’autobiografia del regista Giulio Questi, venuto a mancare proprio in questi giorni.

Rispetto alle grandi case editrici le realtà più contenute devono cercare di anticipare le tendenze e di cercare le nicchie di mercato scoperte per riempirle, in fondo è quello che è accaduto anche con gli e-book. Adesso che ci dobbiamo aspettare?

Con questa tecnologia abbiamo capito di dover fare i conti da subito. La nostra esperienza come casa editrice è anche particolare perché siamo più aziende collegate che vivono nello stesso luogo. Da esperienze pregresse abbiamo  imparato a collaborare in modo constante e attivo tra le varie parti, quindi il lato editoriale con quello tipografico piuttosto che con i marketing. Investire sempre in innovazione e tecnologia è fondamentale. Riguardo gli e-book penso che ci sarà un passaggio successivo, cioè si parlerà sempre di testi elettronici ma con le loro peculiarità che non replicano solo ciò che avviene sul cartaceo ma diventeranno una piattaforma multimediali. I testi elettronici saranno autonomi e andranno al di là del libro. Noi abbiamo un laboratorio che si occupa solo di progettazione e sviluppo degli e-book.

 Il libro classico è destinato a sparire?

Saremo obbligati semplicemente a ripensare le proporzioni tra libro cartaceo ed elettronico. La nostra idea è che non ci sarà uno strumento che fagociterà l’altro, saranno complementari. Dovremmo capire come calibrare la produzione. Nel mercato statunitense in cui la fruizione e la produzione di e-book è arrivata prima, e che comunque  un mercato di riferimento ormai da diverso tempo il mercato degli e-book si è assestato al 25%. Sarà quello il punto di equilibrio. Ci sarà una quota su cui sarà necessario investire. Per noi europei e italiani quella soglia è ancora lontana essendo ancora assestati al 3%, numeri troppo piccoli per incidere sul settore.

La linfa autoriale italiana è anche in crisi come l’editoria o secondo lei è ancora viva e dinamica?

È difficile rispondere a queste domande.  Credo che occorra seguire gli autori che hanno qualcosa da dire e non quelli che scrivono per il desiderio di dire qualcosa. Questa è una differenza sostanziale. Lo scouting deve essere sempre costante e ovviamente bisogna puntare sugli esordienti italiani.

Ci sono diversi autori già affermati che negli ultimi anni hanno deciso dopo pubblicazioni con grandi case editrici poi di pubblicare con case più piccole. Come spiega questo fenomeno?

Nei grossi gruppi editoriali si viene schiacciati dai meccanismi commerciali. Si perde spesso il rapporto umano, l’attenzione tra editor e autori, la casa editrice più piccola riesce a tenere vivo il confronto e un vantaggio per la crescita di autore e casa editrice. Quando i grandi autori cercano editori più piccoli cercano questo.

 

La nostra chiacchierata si chiude quindi su questa nuova tendenza degli autori che sentono il bisogno di essere coccolati dal loro editore. Tra i dati del rapporto e quanto ci ha detto Luigi Franco sembra di percepire che la media e piccola editoria in Italia è quella che sperimenta, che tenta, che azzarda e che raccoglie e coltiva giovani talenti. È purtroppo un settore che sopravvive più che vivere, costantemente in affanno non si fa però spaventare dai grandi gruppi. Ci sarebbe bisogno anche che i media dessero più spazio e visibilità a questo comparto, in questo modo potrebbe emergere quella qualità che pur tra mille difficoltà queste realtà tentano di preservare.

 

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