mercoledì, Maggio 12

L’Ecuador rivuole Correa e vota il suo giovane erede Andrés Arauz è l’uomo da battere al ballottaggio di aprile. Se vincesse diventerebbe il Presidente più giovane della storia ecuadoriana, a pieno titolo il candidato di Rafale Correa, infatti in Ecuador, il progressismo, invece di seppellirlo lo hanno resuscitato

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Alla guida dell’Ecuador, ormai da 4 anni, c’è il Presidente Lenin Moreno, uomoex fedeledi Rafael Correa, e grazie al quale ha ottenuto il suo trionfo elettorale nel 2017. Ma la fedeltà di Moreno nei confronti di Correa è durata giusto il tempo di arrivare alla presidenza. Poi tutto è cambiato. Infatti, subito dopo la vittoria, ha preferito svoltarea destra ed accordarsi con banche, partiti politici conservatori e ‘poteri forti’ del Paese, a discapito della maggior parte della popolazione, che, dopo avergli dato la maggioranza per portare avanti il progettorivoluzionariodi Correa, si è ritrovata con un Presidente che aveva cambiato pelle in un momento, trascinando il Paese in uno dei periodi economicamente più bui, una crisi mai vissuta dagli ecuadoriani negli ultimi 15 anni.

Tanta disoccupazione e tanta povertà a cui ha ovviamente contribuito il COVID-19 che ha portato l’Ecuador ed il suo governo sugli altari della cronaca internazionale per via delle immagini dei cadaveri abbandonati per strada. Ma Moreno è anche reo delle gravi proteste indigene del 2019, scoppiate a seguito dell’eliminazione del sussidio sul gas e che avevano fatto presagire che il Paese sudamericano si stava avviando inesorabilmente verso una grave crisi sociale determinata dalla crisi economica.

Per tutto ciò, le elezioni di ieri per scegliere il nuovo capo di Stato sono state vissute con grande speranza e ottimismo, lo dimostrano anche la grande affluenza alle urne nonostante il rischio contagio. La gente ha sentito che questa era l’occasione per riprendersi democraticamente il Paese e le istituzioni.

Effettivamente queste non sono state elezioni come tutte le altre sotto molti punti di vista. Prima di tutto perché si sono celebrate mentre il Covid-19 continua a mietere centinaia di vittime. Poi perchè questa volta i votanti si sono ritrovati con una scheda elettorale su cui c’erano i nomi di ben 16 candidati alla presidenza, record in Ecuador. Poi per il ruolo del Consejo Nacional Electoral (CNE), l’ente delegato all’organizzazione e alla gestione dello svolgimento delle elezioni, che non era mai stato all’altezza della situazione, destando molta preoccupazione ed allarme per palesi indizi di parzialità e perché appariva come un vero e proprio attore politico, con un ruolo ben definito che finiva per favorire più la destra ed il suo candidato che gli altri partecipanti.

Il CNE ha ostacolato lungamente il candidato correista, candidatura accettata solo in extremis e dopo tante polemiche, ha escluso Alvaro Noboa, un milionario che avrebbe liquidato le smanie di vittoria di un altro uomo di destra, Guillermo Lasso, ex banchiere al suo terzo tentativo, appoggiato dalle lobbies e dalla stampa più influenti del Paese.
Questo CNE fino all’ultimo rischia di infiammare il Paese a causa della precipitosa conta dei voti. Conta che prima avrebbe assegnato il secondo posto al candidato degli indigeni, poi, dopo pochi minuti, in modo molto goffo e imbarazzante, ha riassegnato il secondo posto al candidato della destra, correggendo il tiro e alimentando i sospetti che pesano sull’istituzione.

Dei 16 candidati in pista, a elezioni concluse, solo 3 nutrono serie possibilità di accedere alla presidenza: Andrés Arauz, il candidato di Rafel Correa; Guillermo Lasso, il candidato della destra (Creo), e Yaku Perez, il candidato indigeno.

I primi risultati ufficiali danno per certo che Arauz abbia ottenuto il primo posto con una percentuale intorno al 32%, mentre Lasso e Yaku si attestano entrambi sul 20%, contendendosi il secondo posto che significheebbe il ballottaggio con Arauz, previsto in aprile.

Lasso ha promesso lavoro e benessere per tutti, nonché l’aumento dello stipendio minimo per tutti i lavoratori e l’arrivo di 9.000.000 di vaccini in un Paese dove ancora non si vaccina quasi nessuno, salvo, ovviamente, il Ministro della Salute, sua madre ed altri pochi eletti vicini al governo.

Yaku, oltre ad essere l’unico a sostenere una politica che si preoccupa della natura e dell’ecologia, è sostenuto dal movimento indigeno Pachakuitc, insieme al quale è stato protagonista delle violente protese contro questo governo dell’ottobre 2019, quando dopo giorni di vera e propria guerra civile (11 morti), il governo ha dovuto fare dietro front e ritirare un pacchetto economico urgente che eliminava il sussidio al diesel.

Andrés Arauz, peró, rimane l’uomo da battere. Se vincesse diventerebbe il Presidente più giovane della storia ecuadoriana, ha 35 anni, e rappresenta il movimento Union por la Esperanza, ed è a pieno titolo il candidato di Rafale Correa, l’ex Presidente ecuadoriano che è stato condannato per corruzione da sentenza politicamente connotata che ha preteso liquidarlo, politicamente parlando, ed evitarne il suo ritorno e la sua rielezione. Ma, come accaduto in Bolivia con Morales, anche in Ecuador, il progressismo, invece di seppellirlo lo hanno resuscitato, e per questo oggi Arauz è il vincitore, almeno per ora, delle elezioni.
In Ecuador si assiste ad una disputa tra correismo e tutto quanto il resto che possiamo racchiudere dentro la destra del Paese ed il movimento indigeno, ma per ora il popolo ha fatto capire che rivuole Correa.

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