mercoledì, Luglio 28

L'economia libica vicina al baratro

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Sono passati quasi quattro anni dalla caduta di Muammar Gheddafi e per una sorta di strano accanimento della sorte la Libia sembra oggi accogliere nei propri confini tutte le possibili sciagure dei nostri tempi. L’instabilità politica, una costante dalla caduta del Rais, è arrivata a un nuovo stadio con lo sdoppiamento del potere politico– da una parte, a Tripoli, il Governo vicino alla Fratellanza Musulmana ed espressione del parlamento uscente; dall’altra, a Tobruk il Governo frutto di nuove elezioni tenutesi in giugno.

Oltre a questa prima spaccatura, forse preludio a una rottura definitiva dell’unità nazionale, è in atto poi di fatto una balcanizzazione del Paese su base tribale. Come se non bastasse, a questo stato di crisi istituzionale si è aggiunto di recente il crollo mondiale delle quotazioni del greggio, che ha fatto definitivamente cadere nel baratro le già malandate finanze di Tripoli: per chiudere in parità il bilancio pubblico del 2014 era necessario un prezzo del barile a 130 dollari e una produzione giornaliera di 700 mila barili; bene, oggi siamo a 200 mila barili e le quotazioni si attestano sui 60 dollari.

Pare così che la Banca centrale sia costretta ad attingere abbondantemente dalle grandi riserve in dollari accumulate durante l’era Gheddafi, pari a circa 150 mld di dollari, e che ne siano rimasti in cassa meno di 100. Per avere una visione d’insieme di cosa sia diventata la Libia manca però ancora l’elemento più devastante, che nelle ultime settimane sta tenendo in apprensione la Comunità internazionale e potrebbe addirittura portare a un massiccio intervento militare nel Paese, a guida Onu o Nato. La relativamente recente novità si chiama Isis, il terrore globale che si sta espandendo nelle zone più instabili del mondo arabo sotto le insegne del Califfato di Al Baghdadi. Dopo l’occupazione della città di Derna, in Cirenaica, e le prime esecuzioni ‘dimostrative’ di egiziani copti, ogni canale diplomatico diretto è stato interrotto, con l’Ambasciata italiana ultima ad abbandonare il Paese, molte aziende hanno già rimpatriato tutto il personale straniero sul posto e qualche giorno fa un traghetto italiano, scortato da navi militari, ha prelevato molti cittadini italiani residenti in Libia anche da decenni. Ora si teme che l’Isis possa intensificare gli attacchi e far precipitare definitivamente il Paese nel caos, come già successo in Iraq e Siria.

Di fronte ai recenti sviluppi, la posizione dell’Italia è mutata più volte: si è dapprima paventato un intervento imminente alla guida di una coalizione Onu, per poi dare fiducia al lavoro dell’inviato speciale Onu, Bernardino Leon, che sta tentando un’ultima disperata mediazione per ricompattare tutte le forze politiche e militari libiche. Ad ogni modo le ultime dichiarazioni di Leon non lasciano molto spazio all’ottimismo: «In Libia troppe armi, il mondo s’impegni per l’embargo totale», è stato il suo ultimo monito. Non è comunque un mistero che negli ultimi giorni esercitazioni della Marina italiana con a bordo forse speciali d’incursione stiano interessando le aree strategiche per gli interessi nazionali di Roma, a cominciare dall’impianto petrolifero offshore di Mellitah, dove passa il Greenstream, il gasdotto subacqueo di Eni. Tra l’altro negli impianti del colosso energetico sono rimasti solo dipendenti locali, mentre il flusso complessivo risulta addirittura in aumento, vicino a 300 mila barili al giorno nelle ultime settimane contro una media di 240 mila nel 2014.

Tuttavia la presenza italiana nel Paese, che per ragioni storiche e geografiche è sempre stata rilevante, non si esaurisce nei grandi impianti energetici del cane a sei zampe o nei faraonici piani- ora finiti nel congelatore- per la ricostruzione e per nuove infrastrutture, in cui era protagonista Salini Impregilo. Alla fine dell’era Gheddafi erano infatti presenti in Libia più di 100 aziende italiane e a questo dato bisogna aggiungere l’interscambio commerciale tra i due Paesi. Secondo Infocamere sarebbero oltre 1500 le imprese italiane che nel terzo trimestre 2014 sono state coinvolte in operazioni di export con la Libia e che rischiano ora il blocco delle attività.

Le nostre esportazioni in Libia sono state pari a 1,9 mld di euro da gennaio a ottobre 2014 (-18,4% sul 2013) e i settori più rilevanti sono quello dei prodotti energetici raffinati (soprattutto benzina e catrame) e della meccanica strumentale, degli apparecchi elettrici, mezzi di trasporto e alimentare. Ora da più parti si teme che i volumi possano tendere allo zero e abbiamo chiesto a Gianfranco Damiano, Presidente della Camera di Commercio italo-libica del 2011, se queste previsioni nere sono realistiche.

In particolare il tessuto sociale libico è ormai totalmente lacerato o esistono ancora delle zone, dei distretti produttivi o commerciali dove la domanda resiste?

In effetti non esiste un tessuto produttivo libico ben identificato; se si eccettuano le aree estrattive oil&gas e le attività connesse troviamo poche attività. La libia è più un Paese di consumo che di produzioni significative. Interessante potrebbe essere in agricoltura la produzione del dattero libico, particolare e di alta qualità. Un settore questo seguito con interesse e risultati straordinari da vari decenni dall’Istituto agronomico per l’Oltremare di Firenze. Le esportazioni sono ad un minimo storico, la loro caduta potrebbe significare il reale collasso del Paese; le nostre esportazioni sono infatti concentrate principalmente su beni di consumo e macchinari/attrezzature e conseguentemente ci sarebbe un ulteriore calo del livello di vita e di sostenibilità, che tra l’altro male s’attaglia al popolo libico. Non scordiamo che fino all’inizio della rivoluzione il reddito procapite dei libici era il più alto del continente. Infine, il calo nei servizi che noi forniamo potrebbe essere signicativo anche nei settori delle costruzioni.

Tra l’altro La Libia ha il problema non indifferente di una viabilità aerea difficoltosa, con gli scali di Tripoli e Bengasi chiusi e più volte assaltati da gruppi armati. Questa situazione impatta in qualche modo sul commercio o i trasporti via mare garantiscono comunque i collegamenti? A proposito, si parla purtroppo sempre più spesso delle rotte dei migranti dalla Libia, ma quasi nulla si sa delle rotte commerciali. Qual è la situazione complessiva dei trasporti?

Ad oggi le linee aeree dirette con l’Italia sono interrotte; dall’Europa occorre triangolare su Tunisi, Malta oppure Istanbul. L’internazionale di Tripoli è chiuso ed è rimasto attivo solo il poco distante Mitiga, appartenente alla vecchia base americana White horse. La Cirenaica è invece servita, sempre in maniera insufficiente, dall’aeroporto di Labraq e di Tobruk. Per quanto riguarda i porti,  quello di Tripoli è attivo e sono comunque sempre presenti, per i traffici, momenti di congestione con numerose navi in attesa in rada.

Passiamo ora all’import dalla Libia, che nei primi 9 mesi del 2014 ha addirittura segnato un -58% e dovrebbe essersi attestato intorno ai 4 mld a fine anno. Questo calo è tutto dovuto alla contrazione delle importazioni di greggio o ci sono altri segmenti, che prima riuscivano ad avere uno sbocco sul mercato italiano e che ora sono rimasti isolati?

Sicuramente la parte legata alla frazione dei prodotti e derivati dal settore gas&oil segna i maggiori numeri negativi. Resta critico tutto il settore legato alle costruzioni di infrastrutture, del settore residenziale, impiantistico, formazione, sanitario e non ultimo quello giocato dalle Pmi italiane nei servizi connessi.

In questi giorni si citano spesso i colossi italiani presenti in Libia, che naturalmente subiscono ora una contrazione delle attività o uno stop dei contratti e degli investimenti programmati. Basti citare l’Eni, ma anche le società che erano in procinto di guidare la ricostruzione nel Paese a livello di infrastrutture ed edilizia, come Salini o Retelit. Poco però si dice e si sa sull’operatività delle Pmi e di cosa comporti per un’azienda di questo genere perdere improvvisamente gli interlocutori politici, istituzionali e finanziari in un Paese che finisce nel caos. Come si è mosso in questo senso il suo Ente, che è accreditato presso il Ministero dello Sviluppo?

La Camera di Commercio italo-libica è sempre stata al fianco delle imprese, cooperando attivamente con i Ministeri coinvolti (Esteri e Sviluppo economico) e con la stessa rappresentanza diplomatica libica; occorre sottolineare che con l’insediamento del nuovo ambasciatore Ahmed Safar si è aperta una interessante e nuova stagione di relazioni e di scambio di informazioni. Per quanto riguarda le strutture diplomatiche non possiamo non ringraziare per l’importante lavoro svolto l’Ambasciata e il Consolato italiano a Tripoli, con quest’ultimo che è l’unica rappresentanza Ue ancora aperta in Libia.

E dal punto di vista politico considera adeguato l’operato del nostro Governo?

Segnatamente al ruolo politico dell’Italia in questo periodo, seppure riconoscendone la complessità, non abbiamo certo brillato: i fatti dicono più delle parole. Il presidente Obama, con Letta prima e con Renzi dopo, ha sempre manifestato il gradimento di un ruolo primario del nostro Paese sul dossier Libia. Purtroppo gli eventi hanno segnato un rapporto con evidenti indecisioni, qualche sottovalutazione e troppe volte un dilettantismo dimostratosi pericoloso, ad esempio le affermazioni a favore di un intervento armato anche sotto l’egida Onu. Il giudizio potrebbe essere ancor più negativo considerando l’informativa della nostra intelligence che a maggio dello scorso anno portò Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, a dichiarare che rimanevano solo sei mesi per salvare la Libia.
A tutto ciò si aggiunga che la conferenza di Roma sulla Libia di febbraio 2014 si risolse in un consesso sulla questione Ucraina e che poco dopo l’Ue nominò il quarantenne spagnolo Bernardino Leon a inviato speciale per la questione libica. In estate ci fu la sua riconferma da parte di Ban Ki-Moon e a settembre la conferenza di Madrid sulla Libia, dove Federica Mogherini, ormai prossima Lady Pesc, non apportò significativi contributi.Oggi Leon, giovane diplomatico forse più abile a muoversi nelle ovattate stanze dell’Ue o a raffinare proposte tra gli sherpa ai vertici dei G-20, ancora non riesce a districarsi dalla palude libica. Con l’avvento della Mogherini in UE abbiamo forse qualche chance? Forse più no che si.
Forse chi governa oggi non ricorda che dopo la caduta di Gheddafi, la maggioranza dei leader africani e in seguito i capi delle otto principali tribù libiche chiesero la presenza di Romano Prodi come mediatore, autorevole e riconosciuto per le sue capacità, per facilitare il ritorno del dialogo nel Paese. L’Onu ha riconfermato Leon, ma né Renzi e né la Mogherini hanno sponsorizzato con convinzione un suo affiancamento da parte di Prodi anzi, dal Palazzo di Vetro sono arrivate obiezioni circa il nostro passato colonialista, valutazione che il nostro Governo ha ritenuto valida e accettabile e che non ha contestato.
Nel contempo l’Isis ha trovato adesioni da parte di qualche milizia libica e la situazione diventa sempre più precaria, anche se a onor del vero nelle ultime ore si intravede qualche miglioramento: gli uomini del Califatto hanno lasciato Derna e anche a Bengasi l’esercito regolare sta ristabilendo l’ordine. Ad ogni modo, occorre un rimescolamento di carte, dove l’Italia deve trovare il coraggio di essere e non di subire come nel passato pronunciamenti o peggio ancora seguire iniziative militari senza aver individuato alternative e scenari migliori.

A questo proposito intravede qualche ‘alternativa’ all’orizzonte?

Forse rilanciare un tavolo in Italia con Prodi e il libico Al Senussi (oltre 5 lustri di carcere nella dittatura gheddafiana, discendente della famiglia del Profeta), una voce ascoltata e autorevole della Libia di oggi, darebbe il via a una fase dove i dialoghi tra Tobruk e Tripoli potrebbero  stemperarsi maggiormente proprio per la capacità intrinseche dei due mediatori. Certo non sarebbe onorevole un Leon in panchina ma potrebbe continuare il suo ruolo, lasciando gioco all’Italia e a un pezzo importante di Libia, quella vera, di chi vuole che il Paese riparta. C’è qualcuno che teme il ruolo del nostro Paese? Ne saremmo capaci o ragioniamo solo in termini di uomini da portare in Libia? Noi vogliamo continuare a portare le nostre migliori imprese.

Il presidente della Camera di Commercio ItalAfrica centrale, Alfredo Cestari, ha dichiarato che «nell’immediato per le imprese italiane, si possono stimare oltre un miliardo di euro di danni, tra conti correnti, merci, attrezzature e contratti». Le sembra una stima plausibile o ritiene ancora prematuro fornire cifre di questa entità?

Ritengo che le fonti citate siano poco addentro alle dinamiche economiche libiche; penso invece che considerando l’incrocio tra realtà odierna del Paese e necessità reali possano concretizzarsi danni ben superiori. Quello che mi spaventa maggiormente è il rischio di una perdita del nostro primato di partner preferenziali di oggi, a favore di altri Paesi.

Non le chiedo previsioni sull’evolversi della crisi libica. Le stesse Cancellerie occidentali appaiono molto incerte sul da farsi, col Paese investito contemporaneamente dallo sdoppiamento del potere politico, dalle scorribande dell’Isis e da una crescente tribalizzazione. Tuttavia, dal punto di vista della difesa degli interessi commerciali, quanto considera lontano il punto di non ritorno che obbligherebbe a un intervento militare, magari internazionale, pena la perdita totale di rapporti economici con la Libia?    

La situazione è critica ma non è ancora degenerata e irrecuperabile. Alcuni fattori ed eventi recenti indicano in primis che il sentimento dei libici è contrario alla spartizione del Paese, che la volontà collettiva è traguardare un paese moderno, recuperare il valore della tolleranza e della coesistenza etnica e religiosa, ristabilire i benefici economici per la popolazione che il Pil libico può garantire, costituire un solido argine all’estremismo terrorista che sta giocando un ruolo di pericolosa destabilizzazione sul Nord Africa. L’opzione militare non è assolutamente auspicabile e praticabile; parallelamente rischieremmo di alimentare appetiti, mal nascosti, anche su porzioni di territorio libico da parte di alcuni Paesi confinanti. La Libia è vicina 300 km all’Italia e non possiamo permetterci ancora distrazioni e dilettantismo.

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