lunedì, Ottobre 25

L’ economia islamica parte da Torino

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ISLAMIC FINANCE

‘Ribā’, ‘gharār’, ’maysīr’: sono solo alcuni dei termini che Torino si prepara a imparare e a tradurre per il pubblico italiano in occasione del ‘Turin Islamic Economic Forum’ (TIEF), previsto per il 17 e 18 novembre.

Un evento unico in Italia per parlare di economia ‘shari’ah compliant, compatibile con la legge sacra dell’Islam. Un tipo di economia completa, dotata di proprie regole, di una propria finanza, quella islamica, e di un sistema bancario, lo ’Islamic Banking’.

Un mondo che colpisce innanzitutto per la preponderanza di termini in lingua araba, ma soprattutto inglese: infatti, gli attori più importanti in questo tipo di economia spesso non appartengono al mondo arabo, pur trattandosi di Paesi a popolazione maggiormente musulmana. Parliamo di realtà come la Malesia, il polo finanziario islamico mondiale, o l’Indonesia, il Paese con il maggior numero di cittadini di religione islamica al mondo.

Una varietà che Ernst & Young (EY), una delle maggiori società di revisione al mondo, ha riassunto in un acronimo, QISMUT. Analogamente all’acronimo BRICS, che si riferisce alle cinque maggiori economie emergenti, QISMUT identifica i sei Paesi chiave per lo sviluppo, presente e futuro, dell’economia e della finanza islamica. Si tratta di Qatar, Indonesia, Arabia Saudita, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Tre Paesi arabi e tre non arabi, una differenza di popolazione, tra i due gruppi, abissale: 32 milioni e mezzo Qatar, Arabia Saudita ed EAU, 355 milioni Indonesia, Malesia e Turchia. Da qui, si comprende l’uso diffuso della lingua inglese, piuttosto che dell’arabo.

Eppure nel complesso, assicurano gli analisti di EY, i QISMUT  raggiungeranno per il 2018 un PIL di 4.800 miliardi di dollari, una popolazione, per la maggior parte giovane, di 419 milioni di persone, flussi commerciali per un valore di 3.600 miliardi di dollari e attività bancarie per 6 mila miliardi di dollari. Basti pensare che già nel 2012 i QISMUT hanno gestito da soli il 78% degli ‘asset’ bancari islamici per comprendere come le loro economie in espansione rappresentino una prospettiva attraente, non soltanto per il settore bancario.

Un curriculum di tutto rispetto, per questi sei Paesi destinati a entrare nel gruppo delle venticinque economie a crescita rapida che, secondo le previsioni di EY, costituiranno per il 2020 il 50% del PIL, il 38% dei consumatori e il 55% degli investitori di capitali a livello mondiale.

Venticinque Paesi, questi, tra i quali figurano altri quattro Stati, oltre ai QISMUT, con popolazione a maggioranza islamica. Un particolare che non può lasciare indifferenti  e che preannuncia un allargamento delle piazze dove gli strumenti dell’economia e della finanza islamica potranno prosperare.

E se fino a qualche mese fa pochi centri detenevano una sorta di oligopolio su questa fetta di mercato, Bahrein e Malesia ‘in primis’, negli ultimi tempi si stanno imponendo sempre più, a livello globale, nuove capitali dell’economia ‘shari’a compliant’.

Si parla di Dubai e di Istanbul, nel mondo islamico, ma anche di Londra, per quanto riguarda la realtà europea. Sono questi i centri nevralgici dove si prevede che economia e finanza islamiche troveranno nuovo vigore, attraverso uno sviluppo delle nozioni di economia ‘halāl’ (lecita, secondo la legge islamica), crescita inclusiva e attività bancaria responsabile.

Un mercato difficile, sicuramente, ma dotato di potenzialità tali che permetteranno l’ingresso di nuovi attori, come l’esempio di Londra dimostra.

Tutto questo, e altro ancora, sarà presente al forum di Torino, un evento nato dalla sinergia tra il Comune, la Camera di Commercio e l’Università di Torino, con la consulenza tecnica del centro ASSAIF,  che gli organizzatori mirano a rendere un appuntamento annuale fisso.

Sarà forse che il capoluogo piemontese vuole diventare la capitale italiana dell’economia islamica? «Gettando il cuore oltre l’ostacolo», si schernisce Paolo Pietro Biancone, docente dell’Università di Torino e responsabile dell’Osservatorio sulla Finanza Islamica.

In una prospettiva più immediata, tuttavia, il Forum mira a creare consapevolezza negli operatori bancari locali dell’esistenza di strumenti di banking islamico capaci di attrarre una fetta di mercato, nazionale e internazionale, dotata di buoni livelli di liquidità e che ad oggi resta, nel panorama italiano, non servita. Senza considerare che tali strumenti, che presuppongono la partecipazione dei profitti (e del rischio), piuttosto che la corresponsione di un interesse, potrebbero interessare anche un pubblico non musulmano.

E soprattutto, precisa il Prof. Biancone, “il TIEF vuole essere un’occasione di promozione presso le economie emergenti dei diversi ‘atout’ che la città di Torino può offrire: dall’istruzione, al territorio, alle opportunità di investimento e commerciali”.

A ben vedere, si tratta di un progetto che vada oltre l’intento didascalico, la mera presentazione del mondo economico islamico. Piuttosto, il Forum rappresenta un tentativo da parte dei maggiori attori istituzionali locali di inserire la città di Torino in un sistema internazionale dove l’abbondanza di liquidità di certi Paesi si sposi con l’offerta culturale, formativa, economico-commerciale del capoluogo piemontese.

Una sorta di esperimento nel panorama nazionale che, sulla scia dell’esperienza londinese, introduca i nostri operatori in nuove nicchie di mercati in espansione.

Un processo, certamente, che presenta anche delle difficoltà: rispetto alle economie di più antico sviluppo, infatti, in questi nuovi mercati le prospettive finanziarie e i bisogni dei clienti risultano molto più volatili e imprevedibili. Questo pone gli operatori di fronte a una serie di sfide a livello globale: innanzitutto, le difficoltà dell’ingresso in nuovi mercati, non così vicini e non così conosciuti; la necessità di ottimizzare e snellire le operazioni finanziarie transfrontaliere, e, soprattutto, la capacità di reperire risorse umane competenti e fondi adeguati nel grande “calderone” globale di talenti e capitali.

A ben vedere, è questa una sfida che non dovrebbe interessare soltanto la città di Torino, ma il Paese intero.

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