martedì, Ottobre 19

L’economia di guerra Usa e le sue pericolose implicazioni

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La connessione tra avanzata del ‘complesso militar-industriale’ è crescita economica è diventata evidentissima nel momento in cui è divenuto chiaro che, basando la propria forza sull’innovazione (realizzabile unicamente attraverso il potenziamento di settori cruciali come quelli della ricerca), l’industria bellica stava progressivamente trasformandosi nel vero motore dello sviluppo tecnologico che gli Stati Uniti avrebbero conseguito negli ultimi decenni – lo stesso internet nasce dalle ricerche condotte in ambito militare. Uno sviluppo che si è poi esteso a gran parte del pianeta attraverso l’esportazione delle tecnologie Usa, le quali permettono oggi ad agenzie come la National Security Agency di passare al setaccio buona parte dei flussi di comunicazione che avvengono a livello planetario non solo (e non tanto) per sventare attentati e contrastare lo spionaggio, quanto per scoprire le inclinazioni dei consumatori in chiave commerciale e intercettare scambi di informazioni tra governi e imprese che possono risultare utili ad indebolire la concorrenza.

Il potere dell’industria bellica è andato inoltre consolidandosi grazie alla consumata tendenza delle grandi aziende di settore ad arruolare nei propri consigli d’amministrazione, dietro lautissimo compenso, generali a riposo ed ex gallonati di vario grado affinché conducano attività di lobby presso la Difesa grazie alle loro entrature nel Pentagono e alla loro conoscenza approfondita del ‘sistema’ maturata negli anni di servizio. Il bilancio crescente della Difesa, la proliferazione di basi militari Usa in giro per il mondo, l’allargamento della Nato – che vincola i Paesi membri a dotarsi di armi ed equipaggiamenti di fabbricazione statunitense – il flusso sempre più poderoso di armi verso i propri alleati/sottoposti – che tende sovente a tradursi in conflitti per procura – si spiega in parte con il soverchiante peso politico assunto dal ‘complesso militar-industriale’. Ma non è tutto, perché nel business della guerra rientrano naturalmente anche le imprese che si occupano di ricostruzione. Come scrive l’ex diplomatico Sergio Romano: «gli Stati Uniti hanno perduto, politicamente, la guerra irachena del 2003. Ma non l’hanno perduta economicamente le grandi imprese dell’Intendenza che viaggiavano al seguito delle forze armate. Il caso di Halliburton è esemplare. La grande multinazionale texana, di cui il vice-presidente Dick Cheney era stato presidente e amministratore delegato, vinse un contratto di 7 miliardi di dollari, alla fine di una gara in cui fu la sola concorrente, per i servizi logistici delle forze d’occupazione americane».

È sostanzialmente questo il succo del discorso formulato dall’economista Marcello De Cecco all’indomani dell’attacco statunitense all’Afghanistan, lanciato sull’onda dei fatti dell’11 settembre 2001; «si può, e certamente sarà fatto, dar lavoro all’industria della difesa e spazio con grandi commesse statali, ma si tratta di un settore specializzato, che solo in parte coinvolge anche i produttori di beni civili, come le automobili. Se si trattasse di una grande mobilitazione bellica, tutti i settori industriali sarebbero coinvolti, e la General Motors produrrebbe navi, come ha fatto nella Seconda Guerra Mondiale, o grandi missili, come durante la Guerra Fredda. Ma non stiamo parlando di questo tipo di mobilitazione, per fortuna dal punto di vista politico, ma sfortunatamente da quello economico».

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