domenica, Dicembre 5

L’ecologia uccide Un tema di recente dibattito

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Affrontare il tema dell’ecologia è alquanto ‘in’ di questi tempi tanto da far pensare su chi realmente ha a cuore il tema della tutela dell’ambiente e su chi invece da tale ‘lotta’ trae profitto ed opportunità di business. Molte aziende oggi ricalibrano la propria offerta di servizi e prodotti su un più ‘appetibile’ concetto di ‘green economie’ ovvero su un’armonia tra le necessità di accrescere il proprio utile ed il rispetto dell’ambiente circostante. Una connotazione che pur muovendosi su nobili fini non fa altro che offrire nuovi settori di sviluppo per attività redditizie dove chi è pioniere si aggiudica in pratica una maggiore quota di mercato e conseguenti margini di profitto. Auto elettriche, abbattimento delle emissioni di inquinanti non sono che esempi di un mondo imprenditoriale che adegua la propria produzione a tre fondamentali necessità: mantenere la propria quota di mercato conquistando il cuore dei consumatori, conquistare nuovi mercati ed infine trovare soluzioni alternative prima che il problema diventi reale (ad esempio l’esaurimento delle fonti petrolifere e quindi la ricerca di nuove alternative allo sviluppo energetico). Ovviamente, ciò che poi conta per i più è l’effetto collaterale di quanto sin qui espresso in termini prettamente economici ovvero l’ottenimento di benefici ambientali reali. Tuttavia l’ambiente, luogo in cui la società umana continua il suo sviluppo sociale e tecnologico, sembra soffrire proprio il dominio umano poco incline a rinunciare al proprio benessere aggregato in favore di una sostenibilità stessa della vita in termini di salvaguardia dell’ecosistema circostante. Oggi prima di tutto viene lo sviluppo ed in secondo luogo ci si può concedere il buon cuore di ritagliare uno spazio di verde in un mare di cemento. Questo è quanto si trova oggi alla base di ogni sviluppo industriale, di ogni progetto infrastrutturale o di nuova installazione produttiva ed ovviamente a farne le spese sono quei Paesi che più di altri non possono dire no ai flussi di capitale che questo processo comporta. Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati sono gli attori maggiormente propensi nell’era del green a fare a meno delle seppur impellenti necessità ecologiste. Tanti i paesi che mettono nei fatti da parte la salvaguardia dell’ambiente pur di accogliere nuovi flussi di investimento all’interno dei propri confini, dall’Africa all’Asia passando dal Sud America. In molti offrono concessioni, perizie frettoloso su una fattibilità di progetto, consulte (in)popolari positive, sgravi fiscali e manodopera a basso costo pur di poter dire che il proprio governo ha generato nuovi posti di lavoro, lo sviluppo di nuove imprese e la crescita del Pil. Tra queste controverse realtà vi è senza dubbio l’Honduras che in Centroamerica si conferma suo malgrado quale paese con il più alto tasso di violenza del continente. Un dato che ha avuto una forte crescita all’indomani della destituzione del presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya Rosales (2009) al quale sono succeduti governi di stampo neoliberali pronti a spingere il paese ad una completa ed irrazionale apertura al libero mercato. Condizione che se da un lato ha regalato ingenti flussi di investimento provenienti dall’esterno, dall’altro lato ha accresciuto la riqualificazione del paese al rango di zona ad alto rischio con i narcotrafficanti in ascesa sulla gestione concreta del territorio. Violenza esasperata anche dalla scarsa tutela al lavoratore e dal ridimensionamento della tutela del territorio in favore di un più remunerativo sviluppo industriale (sempre di matrice esterna). Tutto ciò determina alti flussi migratori verso il nord andando a rimpinguare le casse di narcotrafficanti e criminali che dell’immigrazione clandestina hanno fatto un vero e proprio business tra Honduras, Messico e Stati Uniti. Un piccolo paese, l’Honduras, in cui gli starti sociali più poveri e colpiti da questo meccanismo perverso cercano con orgoglio di resistere e arginare il declino del proprio paese. In tale lotta di valori si contraddistinguono gli ecologisti che ogni giorno cercano di evitare la distruzione dell’ecosistema honduregno. Tuttavia non siamo solo alle manifestazioni pacifiche in piazza, bensì a veri e propri scontri che vedono da un lato governo e multinazionali e dall’altro per l’appunto ecologisti e povera gente. Uno scontro che finisce inevitabilmente con il mietere vittime nella compagine più debole e povera e che allo stesso tempo cerca di non arretrare. Ovviamente le vittime non possono essere ufficialmente addebitate agli interessi economici, ma le blande indagini perseguite dal governo non fanno altro che comprovare come le morti accidentali, per aggressione di ignoti o per furto, non sono altro che il triste effetto collaterale di un business che non ammette alcuna contestazione e che coinvolge quale parte attiva lo stesso governo colpevole di non cercare rimedio (o apporre il rimedio peggiore) alla situazione. Il 2016 ha visto la morte della militante ecologista Berta Caceres tra il 2 ed il 3 marzo, poi dopo due settimane la scomparsa di un altro attivista, Nelson García, poi è stata la volta di Lesbia Yaneth Urquía Urquía e di tanti altri che muoiono o semplicemente scompaiono nel nulla. La più conosciuta era proprio Berta Caceres che nel 2015 aveva ricevuto il Premio Goldman per l’impegno profuso nella sua lotta ed in quella del suo popolo e dei suoi colleghi caduti prima di lei (dal 2010 al 2014 le cifre ufficiali parlano di 101 attivisti uccisi).

Ma la fortuna di questo paese martoriato è che ad ogni caduto un nuovo attivista si sostituisce nell’estenuante lotta ed oggi un’altra Caceres emerge dalle rovine di una violenza senza eguali ed è la figlia di Berta, Flores Cacers che raccogliendo il testimone di sua madre non ha fatto altro che ribadire che «in Honduras lo sviluppo non può avvenire a spese della popolazione indigena e dei diritti umani». Accusa rilevante e comprovata dall’analista della Ong britannica Global Witness, Billy Kyte, che ha affermato senza mezze misure come in Honduras «la questione ambientale è il nuovo campo di battaglia per i diritti umani e le dispute per le terre e tutto ciò non è altro che lo sfondo della gran parte delle uccisioni che avvengono».  Temi che tuttavia non sembrano coinvolgere più di tanto l’attuale leadership governativa guidata da Juan Orlando Hernández, che da un lato promette accurate investigazioni sulle morti degli attivisti, mentre dall’altro sembra più che altro preoccuparsi della gestione dei flussi migratori minorili in uscita dal paese con il mero scopo di giungere ad un accordo con gli Stati Uniti utile a poter dire un domani ‘abbiamo ridotto la povertà nel paese’. Uno slogan molto spesso confuso con il favoreggiamento dell’esportazione della povertà.

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