lunedì, Giugno 21

Le violenze nello Yemen e gli Houthi field_506ffb1d3dbe2

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Prosegue con fatica la transizione dello Yemen verso la democrazia. A fine gennaio si è conclusa la National Dialogue Conference, la serie di trattative tra i principali partiti politici, rappresentanti clanici e gruppi d’interesse del Paese volta a porre le basi per la costruzione di un nuovo Yemen democratico. Nonostante molte speranze fossero state riposte nelle trattative, iniziate nel marzo 2013, molti dei nodi fondamentali relativi al futuro del Paese restano oggi irrisolti.

A inizio luglio 2013, l’organizzazione Fund for Peace ha pubblicato l’edizione annuale del Failed States Index, la classifica degli Stati che rischiano il fallimento. Stilato in base a una serie di indicatori che tengono conto delle pressioni antistatali, della sostenibilità della crescita demografica, dello stato dell’economia e dello sviluppo delle infrastrutture e dei servizi nel Paese, il Failed State Index colloca lo Yemen al 6° posto tra gli Stati più a rischio, preceduto solamente da Somalia, Congo, Sudan, Sud Sudan e Ciad. Nel 2010, anno precedente all’esplosione dei moti rivoluzionari che hanno portato alla caduta di Saleh, l’Indice del Fund for Peace collocava il Paese al 15° posto.

A febbraio, il Presidente Abd-Rabbo Mansour Hadi ha reso nota l’approvazione del disegno di federalizzazione dello Yemen, decisione presa in risposta alle pressioni del Sud del Paese per una maggiore indipendenza da Sana’a. Il progetto, approvato da un comitato rappresentativo dei principali partiti politici, prevede la divisione del Paese in sei regioni federali: Aden e Hadramawt nella porzione di territorio che costituiva l’ex Yemen del Sud; Tahamah, Azal, al-Janad e Shaba nel Nord. Uno statuto speciale verrà riconosciuto alla capitale Sana’a.

Nonostante la decentralizzazione del potere garantisca maggiore autonomia alle regioni del Sud, proseguono le proteste da parte di un Sud che non vuole rimanere incluso all’interno di un Paese in progressivo indebolimento. La crescita delle pretese secessioniste nello Yemen del Sud e l’abbandono delle trattative da parte del leader sudista Mohammed Ali Ahmed hanno fatto montare nuovamente le tensioni a livelli altissimi, rischiando di vanificare definitivamente mesi di sforzi. Come riporta il quotidiano ‘al-Hayat’, i rappresentanti del Movimento del Sud richiedono «che il dialogo sia riposizionato al di fuori del Paese; che sia il Sud che il Nord abbiano lo stesso numero di rappresentanti; che la conferenza sia tenuta sotto il controllo internazionale».

«L’allontanamento dei rappresentanti del Movimento del Sud ha causato un duro colpo per la Conferenza» è scritto sempre dal quotidiano panarabo ‘al-Hayat’. «Questo ha impedito il raggiungimento di un consenso su questioni cruciali legati alla costruzione dello Stato, alla governance e alle divisioni amministrative, che determineranno la natura del rapporto tra Sud e Nord da un lato, e tra le diverse regioni e province dall’altro lato».

Nelle province settentrionali del Paese, il governatorato yemenita di Saada, situato all’estremo Nord-occidentale del Paese al confine con l’Arabia Saudita e abitato da oltre 830mila persone, è la roccaforte dell’insorgenza sciita zaydita degli Shabaab al-Mumimin, anche conosciuti come “Houthi”, dal nome del loro primo leader Hussein Badreddin al-Houthi, ucciso nel 2004 dalle forze yemenite. Lo scarso controllo storicamente detenuto dal governo centrale sulla provincia e il poco impegno profuso nella scelta di politiche in grado di portare sviluppo nell’area hanno fatto sì che a Saada aumentassero le tendenze antistatali. La ribellione armata degli Houthi prese forma nel giugno 2004, quando le forze governative arrestarono il leader del gruppo al-Houthi scatenando l’ira dei seguaci. Nel corso di poco meno di un decennio, sono circa 25mila le vittime del conflitto.

I ribelli Houthi, che godono del supporto economico dell’Iran, stanno accrescendo il proprio controllo sulle province del Nord. Forti del sostegno di ampia parte della popolazione sciita dello Yemen, gli Houthi sembrano oggi porsi come uno dei maggiori gruppi di interesse del Paese, attualmente in grado di determinare la riuscita o il fallimento del nuovo esperimento federale del Paese.

«Gli Houthi hanno circondato Sana’a nei giorni recenti, e hanno già a disposizione delle basi all’interno della città, sotto lo sguardo attento del mondo e delle autorità yemenite» scrive su ‘al-Arabiya’ l’analista politico Khairallah Khairallah. «C’è uno Stato Houthi che sta nascendo nel Nord. Gli Houthi stanno cercando di usare le conquiste compiute recentemente. Ora sono alle porte di Sana’a e anche al suo interno. Nel frattempo, c’è un’altra realtà che si sta imponendo nel Sud, in particolare nel governatorato dell’Hadramawt che è divenuto semi-indipendente e che è di particolare interesse saudita per ragioni legate alla sicurezza del regno e delle sue aspirazioni ad avere un porto nel Mar Arabico».

Attorno alla metà di marzo, sei ribelli facenti parte del gruppo sciita sono rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con le autorità yemenite alle porte della capitale. Altri otto ribelli sono invece stati feriti in uno scontro avvenuto 20 km a nord di Sana’a con un gruppo tribale sunnita vicino al partito al-Islah. Gli scontri tra i sunniti legati al clan e i membri di Ansarullah hanno prodotto negli ultimi giorni oltre 20 vittime nel Paese. Principale ragione del rinnovato scontro tra Houthi e autorità statali stanno nelle proteste da parte del gruppo sciita riguardanti un possibile indebolimento delle regioni del Nord in seguito alla divisione in province disomogenee per ricchezza.

«Gli Houthi possono essere considerati i principali vincitori in seguito al recente cambiamento in Yemen. Prima dell’inizio delle proteste contro il regime di Saleh nel 2011 il gruppo aveva a malapena poche speranze di espandersi così rapidamente sia come forza militare che come entità politica relativamente accettata all’interno dello Yemen» scrive su ‘al-Jazeera’ il reporter Mohamed Vall.

 

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