venerdì, Settembre 17

Le tre riforme di Renzi

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Rappresentanti del M5s in Parlamento.

Rappresentanti del M5s in Parlamento.

Le riforme chiave del governo Renzi non sono due, ma tre. Il passo fondamentale dopo aver abolito il Senato e cambiato il sistema elettorale è riformare il regolamento della Camera. A Montecitorio, infatti, il regolamento risale al 1971, un’altra stagione, e ha ricevuto modifiche significative sia nel corso degli anni ‘80 che nel 1997 sotto durante la presidenza di Luciano Violante. Poi in realtà dopo questo momento il processo si è sostanzialmente arrestato. Da novembre dell’anno scorso è all’esame della giunta per il regolamento di Montecitorio un nuovo testo e dopo un periodo di stallo sembrerebbe che vi sia apparentemente il via libera delle principali forze politiche. Ciò significa che a metà mese si potrebbe arrivare a una prima votazione delle proposte di modifica presentate dai gruppi. Il punto di partenza di questo processo è che per gestire l’Assemblea della Camera bisogna trovare un punto di equilibrio tra maggioranza e opposizione specialmente se una parte dell’opposizione va drasticamente contro le decisioni che vengono prese come nel caso del M5S.

Il momento è propizio secondo il professore di Diritto delle assemblee elettive e direttore del master in Parlamento e Politiche Pubbliche presso la LUISS School of Government, Nicola Lupo. “L’intreccio dei tempi con la riforma costituzionale approvata dal Senato e adesso all’esame della I commissione di Montecitorio – che sostanzialmente non cambierà molto per la Camera – rende ragionevole iniziare a lavorare sul regolamento”. D’altra parte “la riforma del 1997 fu predisposta mentre era al vaglio una riforma costituzionale che poi fallì” (la bicamerale guidata da Massimo D’alema). Alla base di questo processo vi è il principio che per gestire l’Assemblea della Camera bisogna trovare un punto di equilibrio tra maggioranza e opposizione specialmente se una parte dell’opposizione va drasticamente contro le decisioni che vengono prese, come nel caso del Movimento 5 stelle.

Sono tantissimi, infatti, i punti sui quali si può e si deve intervenire adesso e su cui serve una disciplina aggiornata. Uno di questi ad esempio è proprio la pubblicità dei lavori nelle commissioni di cui l’associazione Openpolis con l’iniziativa #ParlamentoCasadiVetro si sta facendo portavoce. L’obiettivo è rendere trasparenti le sedute dei gruppi di lavoro di Montecitorio attraverso l’introduzione del voto elettronico e del resoconto integrale. Al momento la proposta non è stata accolta nel testo redatto dai relatori, ma alcuni membri della giunta che hanno aderito al progetto di Openpolis hanno depositato degli emendamenti che modificano il testo in questa direzione. In materia “non c’è una disciplina specifica nel regolamento, ma sarebbe opportuno inserirla” spiega il professor Lupo. “Ci sono state innovazioni applicate nella prassi, come la trasmissione via internet delle sedute delle commissioni, ma bisogna regolare la pubblicità” continua. “Io non sono tra quelli che pensano che la pubblicità debba essere al 100% perché altrimenti a quel punto il processo si sposta fuori e non più all’interno del Parlamento. Bisognerebbe piuttosto individuare forme di pubblicità adeguate alla sede di volta in volta interessata” afferma il professore. Oggigiorno ci sono, infatti, mezzi di comunicazione potentissimi e molto più efficaci dei vecchi resoconti e le Assemblee quotidianamente vengono sfidate dalle nuove tecnologie e dagli strumenti di comunicazione ed è necessario adeguarsi.

Tweet a parte, il Parlamento lavora male e probabilmente “non ha senso che ci siano 400 o 500 deputati per 3 giorni in Aula, è uno spreco di risorse” spiega Lupo. Anziché stare in Assemblea a spingere bottoni si potrebbe “lavorare nelle commissioni e svolgere un ruolo più attivo”. Il caso dell’elezione dei giudici della Consulta e dei membri del Csm è emblematico: 20 scrutini e convocazioni a vuoto. La politica ha i suoi tempi, ma secondo Lupo c’è modo di far fruttare al meglio la fatica dei nostri parlamentari. Stesso discorso per la cosiddetta ghigliottina, una procedura non prevista dal regolamento della Camera, più volte annunciata dai predecessori della presidente Laura Boldrini, ma mai attuata prima dello scorso gennaio. Anche in quella occasione era emersa la necessità di una norma scritta, approvata dalla maggioranza assoluta dei componenti come prevede la riforma del regolamento.

Dal dossier di Openpolis sull’Indice di Produttività Parlamentare 2014 diffuso in questi giorni si scopre che l’84% delle leggi (72 su 86) sono di iniziativa del governo. La percentuale sale al 100% se consideriamo solo i provvedimenti più importanti. Il basso numero di iniziative legislative parlamentari giunte a compimento però non meraviglia il professore Lupo che anzi definisce “assolutamente fisiologico” questo dato. “Quello che non è fisiologico è il carattere disomogeneo dei decreti, i disegni di legge omnibus e le continue questioni di fiducia” spiega.

E dopo la 26esima fiducia al governo Renzi sul dl in materia di processo civile, anche Gianclaudio De Cesare, professore di Diritto parlamentare sottolinea come “la Costituzione materiale del nostro Paese prevede che il governo abbia una forte influenza sull’attività legislativa con gli strumenti regolamentari quali i decreti legge, le questioni di fiducia e i maxi emendamenti”. Questa è la prassi parlamentare, usata dagli anni ‘90 ad oggi da “governi di destra e di sinistra con pari intensità e impegno. Questo vuol dire che è accettata da tutte le forze politiche” sostiene De Cesare. Su questo tema però la Corte Costituzionale si sta pronunciando – con la sentenza 32/2014 – affermando per la prima volta il principio di volere valutare la omogeneità del contenuto del decreto legge e di poter escludere in caso di mancanza la legittimità costituzionale del provvedimento.

In questo quadro generale di cambiamento quindi la riforma del regolamento potrebbe contribuire in modo significativo alla razionalizzazione del procedimento legislativo. Il testo all’esame della giunta tocca molti punti importanti: dalle modalità di votazione alla programmazione dei lavori, dallo statuto dell’opposizione al maggior lavoro nelle commissione rispetto all’Assemblea. Il professore De Cesare spiega inoltre che si punta  a creare un procedimento alla Camera in base al quale il “governo possa richiedere che le proprie leggi vengano approvate o respinte entro 30 giorni”. Una corsia preferenziale in qualche modo, che porrebbe questa riforma “fuori dal solco degli interventi degli anni ‘80 e ‘90 e per la prima volta inaugurerebbe una formula che porterebbe alla votazione finale in tempi certi”. Questo principio “si sposerebbe con l’idea alla base della riforma costituzionale che sta portando avanti il ministro Maria Elena Boschi in questi mesi” sostiene De Cesare. Parallelamente i decreti legge “verrebbero limitati ai soli casi di effettiva urgenza e una limitazione delle questioni di fiducia limitate a casi eccezionali” conclude. Questo è il quadro generale che verrà comunque emendato, ma né Lupo né De Cesare sono convinti “che si arriverà ad una votazione in tempi rapidi”. Questa riforma del regolamento sarà valida solo nel momento in cui la Costituzione prevederà che la Camera sia la sola assemblea parlamentare titolare del potere legislativo secondo De Cesare e questa è una “forma di incertezza, ma anche un grande investimento su cui ci si muove”.

Al Senato – se la riforma Costituzionale andasse in porto – il regolamento andrebbe riscritto da capo, ricorda Lupo. “Avremmo una Assemblea molto diversa e scrivere un nuovo regolamento sarebbe una bella sfida”. Ma di questo si potrà parlare una volta approvato il testo in tutti e due i rami del Parlamento e anche per la Camera i tempi sarebbero più o meno simili. Magari, sarebbe perfetto riuscire ad approvare parallelamente anche la legge elettorale, “elemento essenziale per la riforma del regolamento” secondo Lupo. Sul nuovo sistema di voto si gioca, infatti, la partita politicamente più delicata di tutte, anche perché è strettamente legata alla possibile durata della legislatura. Questa quindi potrebbe essere “la motivazione più seria per aspettare ancora un paio di mesi prima di approvare una parte degli argomenti della riforma del regolamento, quale ad esempio tutto il capitolo dedicato ai gruppi parlamentari” spiega il professore Lupo. Qui il discorso si fa più complicato perché “non dovremmo avere una legge elettorale approvata sulla scorta dell’ultimo sondaggio, ma che guardi nel medio lungo periodo e che sia stabile tanto da poterci costruire sopra un ordinamento parlamentare che sia equilibrato” per il professore Lupo.

In conclusione dopo anni di inerzia è difficile pensare che si possa arrivare a riformare sistema elettorale, Costituzione e regolamenti delle Camere in un sol colpo. Di certo il governo si sta muovendo in questa direzione, ma è difficile prevedere cosa succederà. 

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