venerdì, Agosto 6

Le tante poste in gioco nello scontro Trump/Bannon La questione cela dietro di sé qualcosa di più complicato di quello che lo stesso Presidente ha voluto derubricare a semplice rancore personale

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Lo scontro che in queste ore contrappone Donald Trump al suo ex Senior advisor Steve Bannon è una chiara espressione della complessità della scena politica statunitense e di come questa complessità si rifletta all’interno dell’amministrazione.

Già fra gli strateghi della campagna elettorale di Trump e Chief stategist della Casa Bianca fino allo scorso agosto, Bannon ha sempre rappresentato l’‘ala dura’ del Partito repubblicano, primi fra tutti gli ambienti della ‘destra alternativa’ (‘alt-right’) che – secondo alcuni osservatori – starebbero assumendo un peso crescente anche in vista delle prossime elezioni di mid-Term. Una galassia di figure e movimenti diversi (spesso in competizione fra loro), il mondo ‘alt-right’ porta avanti campagne che se da una parte possono essere ricondotte a quelle del conservatorismo mainstream (ad esempio in tema di fisco e governo minimo), dall’altra se ne distaccano notevolmente, attingendo invece a un pensiero nativista che, nelle varie declinazioni, trova le sue radici nel pensiero politico tradizionale americano. Marginalizzato in passato dalla contrapposizione fra le correnti maggiori dei due partiti, questo mondo (come il parallelo mondo ‘alt-left’) ha guadagnato peso negli ultimi anni a causa anche della crescente polarizzazione che la vita politica USA.

Negli scorsi mesi, si è sottolineato spesso il rapporto fra Trump e la galassia ‘alt-right’ e proprio Steve Bannon è stato presentato come il trait-d’union fra questa e il Presidente. Quella che, invece, è sempre rimasta nell’ombra è stata la misura di questo rapporto. La nomina di Bannon a Chief strategist della Casa Bianca è stata a suo tempo letta come la prova di una sorta di ‘legame strutturale’ fra l’amministrazione e la galassia ‘alt-right’; lo stesso è accaduto nel caso di alcune contestate perse di posizione del Presidente, per esempio in tema di immigrazione e di rapporto con l’Islam. Le cose, tuttavia, appaiono più sfumate. Indubbiamente, ‘flirt’ sono esistiti fra Trump e una parte della galassia ‘alt- right’; allo stesso modo, i voti di una parte di questa galassia stanno dietro suo successo nella corsa presidenziale. E’ tuttavia difficile parlare (come pure è stato fatto) di Trump come di un ‘Presidente alt-right’. Varie forze, che hanno contribuito in modo forse più rilevante al suo successo (un primo luogo il forte movimento evangelico, cui si legano figure importante del Partito repubblicano), appaiono, al contrario, fortemente ‘anti alt-right’, soprattutto dopo gli eventi di Charlottesville dello scorso agosto.

In questa prospettiva, lo scontro Trump-Bannon (che era già emerso in occasione delle primarie per le elezioni suppletive per il seggio senatoriale dell’Alabama) cela dietro di sé qualcosa di più complicato di quello che lo stesso Presidente ha voluto derubricare a semplice rancore personale.

Il fatto che l’‘alt-right’ stia emergendo come forza di rilievo all’interno del Grand Old Party, intercettando parte del voto canalizzato dal ‘Tea Party’ negli anni dell’amministrazione Obama, è fonte di timori per i vertici repubblicani sia per la tenuta della rappresentanza in Congresso, sia per gli effetti sul posizionamento del partito nel ‘mercato elettorale’. Il recente voto in Alabama ha costituito un campanello d’allarme, mostrando come un spostamento troppo marcato ‘a destra’ finisca per punire il GOP anche nei suoi ‘feudi sicuri’, alimentando l’astensionismo delle fasce moderate dell’elettorato di riferimento e rendendo più difficile intercettare il voto degli indecisi ‘di centro’; un campanello d’allarme tanto più preoccupante in vista del voto di mid-term e della risicata maggioranza (51/49) che proprio il successo del democratico Doug Jones in Alabama ha lasciato in Senato al partito dell’elefante.

Rimane la questione – spinosa per il Presidente – delle ‘rivelazioni’ di Bannon sul tema del ‘Russiagate’. Questa continua a rappresentare la maggiore vulnerabilità di Trump e il maggiore ostacolo, soprattutto in materia di politica estera. Al momento, il grado della presunta ingerenza di Mosca nelle ultime elezioni presidenziali è ancora da stabilire ma proprio questa incertezza rischia di essere, per la Casa Bianca, la cosa più penalizzante. Ad essa non può essere attribuita la mancata ‘svolta’ nelle relazioni con la Russia che pure costituiva uno degli aspetti qualificanti della piattaforma elettorale del candidato Trump. D’altra parte, ogni apertura rischia di apparire sospetta sullo sfondo del clima avvelenato che la vicenda ‘Russiagate’ alimenta.

Il ‘Russiagate’ rimane, inoltre, un’arma potente nelle mani della componente anti-trumpiana del GOP, che nella posizioni della Casa Bianca vede un pericoloso allontanamento da quella che è diventata l’ortodossia di partito. In questo campo, tuttavia, lo scontro Trump/Bannon potrebbe avere come effetto un inatteso riavvicinamento delle parti; un riavvicinamento del quale si sono forse scorti i primi segni nell’approvazione della recente riforma fiscale e che potrebbe avere come effetto quello di ‘sciogliere’ un po’ di più l’azione del Presidente.

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