sabato, Maggio 8

Le strategie militari della Cina

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L’alternanza di potenti dinastie sul suolo cinese ha portato i filosofi ad avere una visione ciclica della storia dell’umanità, un’oscillazione che si adegua alla danza universale dello Yin e dello Yang. Anche lo stratega Sun Tzu abbracciava questa visione dualista e il leader Mao Tse-Tung ne era influenzato, infatti interpretava la guerra come momento di massima tensione nella soluzione dei contrasti. Durante la Guerra Civile, il pensiero strategico di Mao e di altri leader comunisti includeva anche altri aspetti importanti, come quello politico, formulando una teoria molto più ampia di stampo dualista: tanto sono importanti la guerra psicologica e la propaganda presso le masse per minare la determinazione del nemico, tanto è importante una seconda attività, ossia la Strategia di Difesa Attiva, una pratica in tre passaggi che porta alla vittoria sul nemico. Il primo punto di questa tecnica è di pura difesa strategica e contempla il ritiro in caso di necessità, anche se l’attività preferibile da svolgere sarebbe ‘disturbare’ il nemico di tanto in tanto, in modo da testarne il potenziale.

Il secondo passaggio si presenta come il più difficile: consta di una fase di preparazione all’attacco dove si dovrebbe logorare il nemico abbastanza da renderlo più vulnerabile. Il terzo punto, infine, consiste in un attacco che costringa il nemico alla resa: l’obiettivo è l’annientamento totale. Questa strategia si confà maggiormente ai conflitti locali, mentre quando la tensione è generata da una contesa territoriale essa si fa più aggressiva. Ne sono un esempio le contese per la riunificazione della patria cinese, come quella dell’arcipelago delle Diaoyu/Senkaku. Queste isole sono state annesse all’Impero del Giappone attraverso degli accordi di diritto internazionale ancora nel 1895, senza che ci fosse alcuna obiezione da parte cinese. Solo dopo che nel 1968 un sottomarino riferì la presenza di giacimenti petroliferi, la Cina ha cominciato a sostenere la propria sovranità sulle isole. In modo simile, Pechino gestisce le dispute con altri due Paesi vicini: il Vietnam e le Filippine. In questi comportamenti si nota la persistenza cinese nel raggiungere gli obiettivi anche dopo molto tempo, restando sempre pronta, tuttavia, a utilizzare la forza, qualora se ne presenti l’occasione.

Proseguendo questa analisi delle strategie cinesi ereditate da Mao, non si può non citare chi ha proposto idee diverse da quelle leader rispetto all’esercito: Peng Dehuai, Comandante delle Forze Volontarie durante la Guerra di Corea, il quale non concordava completamente con la visione del leader comunista e premeva per la modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione, forse perché aveva sperimentato in prima persona l’avanguardia tecnica dell’esercito americano nelle battaglie in Corea.

Egli accettava inoltre l’estensione del deterrente nucleare sovietico in Cina, perché lo considerava un compromesso comunque vantaggioso. Mao non solo si oppose alla modernizzazione delle forze armate ma, non fidandosi dei russi, accettò in modo molto limitato l’aiuto sovietico, richiedendo solo assistenza tecnica per la costruzione della bomba atomica e dei missili balistici, realizzando i cosiddetti “missili con testate nucleari e satelliti artificiali”, uno dei punti della sua strategia. La decisione di Mao di manifestare la piena sovranità della Cina senza scendere a patti con l’URSS, né con gli USA , costò lo scontro del 1960 lungo la frontiera con la Russia.

Un altro aspetto della strategia maoista che tuttora influenza profondamente l’esercito cinese è l’importanza conferita alla guerra popolare, ossia convertire alla propria causa la popolazione per beneficiare del suo sostegno, sia come vero e proprio contributo militare (attraverso operazioni di guerriglia) sia nella forma di atti di protezione e fedeltà alle truppe dell’esercito. Nella visione di Mao la guerra popolare sarebbe stata preziosissima nel caso in cui vi fosse stata un’invasione del territorio cinese da parte dei sovietici.

 

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