venerdì, Maggio 7

Le riforme-non riforme di Renzi field_506ffb1d3dbe2

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Renzi-alla-Camera

Tra il liberismo che mostra la corda in tutto l’Occidente e la vecchia socialdemocrazia ovunque in crisi, Matteo Renzi e il ‘suo’ Pd del 41% cercano di aprire un nuovo corso europeo per la sinistra. Con Achim Post (segretario della Spd tedesca), Diederik Samsom (capo del Partito laburista olandese), Pedro Sanchez (leader del Partito socialista spagnolo) e Manuel Valls (premier socialista francese) l’ex ‘rottamatore’ ha inaugurato alla festa de l’Unità di Bologna, per ora, un nuovo look (tutti in camicia bianca con maniche arrotolate e pantalone nero) più che un nuovo pensiero (ad esempio, una nuova idea di sviluppo): ma tant’è. Nella terra di mezzo che Renzi ha occupato c’è spazio, almeno per il momento, soprattutto per la demolizione del vecchio e per annunci che tutto cambierà, più che per una convincente costruzione del nuovo. “Stop alla vecchia politica”, “basta con la palude”, “cambieremo verso all’Italia”, “avanti con le riforme”. Riforme che all’inizio dovevano essere una al mese, e che ora avanzano invece passo dopo passo.

Ma se si va a vedere come sono e cosa stanno producendo queste prime riforme renziane, c’è di che preoccuparsi. Da quella elettorale al declassamento del Senato, dalla (finta) abolizione delle Province alla revisione del Titolo V, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un disegno riformatore confuso, in cui la voglia di fare presto prevale sulla qualità politica e istituzionale dei provvedimenti proposti. Col rischio che, come recita un vecchio detto, la gattina frettolosa faccia i gattini ciechi. Vediamole una per una.  

L’abolizione delle Province doveva essere la prima riforma, simbolo del taglio dei costi della politica. All’inizio di aprile è entrata in vigore la ‘legge Delrio’: non abolisce le Province ma le svuota di funzioni. Il 6 agosto scorso, invece, il Senato ha approvato in prima lettura l’articolo 28 della ‘riforma Boschi’ che cancella la parola Province dalla Costituzione (articolo 114: ‘La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato’). Ma i decreti attuativi della legge Delrio – attesi prima a inizio luglio poi entro agosto –  non sono ancora usciti, mentre l’iter abrogativo della riforma Boschi è appena all’inizio (sono necessarie almeno 4 letture parlamentari). Nel frattempo le vecchie Province giunte a fine mandato (86 su 107) risorgono dalle loro ceneri come l’Araba fenice. Saranno enti di secondo grado, probabilmente cambieranno nome, ma non scompariranno. L’unica vera novità è che i  governi delle nuove Province saranno eletti dai politici dei Comuni e non più dai cittadini.

“Il taglio che doveva colpire massicciamente i costi della politica si limiterà a eliminare i gettoni di presenza a circa 2.700 consiglieri e i compensi per 700 assessori”, dicono  al vertice dell’UPI, l’Unione delle Province italiane. “Per il resto le Province manterranno, più o meno, gli stessi apparati e le stesse competenze di prima. Molto più pesante (meno 30% nel 2014) è stato, invece, il taglio delle risorse destinate ai servizi erogati dalle Province: strade, scuole, trasporti, ambiente, soprattutto”. «Un controsenso, la conferma di quanto sia pasticciato il percorso della riforma», ha dichiarato Vincenzo Bernazzoli, presidente decaduto della Provincia di Parma e dell’Upi dell’Emilia-Romagna.

Sta di fatto che entro il 12 ottobre migliaia di sindaci e consiglieri comunali  dovranno eleggere i consigli e i presidenti dei nuovi enti di secondo grado: Province  e Città metropolitane. I consigli metropolitani saranno composti da 14 a 24 membri, a seconda della popolazione e resteranno in carica 5 anni; i consigli provinciali avranno da 10 a 16 membri e dureranno solo 2 anni.  E per i nuovi presidenti delle Province, che resteranno in carica 4 anni, è rispuntata anche la possibilità di erogare una indennità di carica, se lo statuto lo prevederà. Il presidente delle Città metropolitane sarà invece il sindaco del Comune capoluogo.

Le liste (da presentare entro il 22 settembre) rispecchieranno verosimilmente quelle dei partiti e delle coalizioni nei Comuni. Si allestiranno uffici e seggi elettorali. Potranno diventare consigliere e presidente provinciale i sindaci e i consiglieri comunali in carica il cui mandato scada non prima di 18 mesi dalla data del voto, ma anche i consiglieri e i presidenti provinciali uscenti, che però non possono votare. Ogni elettore potrà dare una sola preferenza al singolo candidato consigliere e presidente. Ci sarà un indice di ponderazione per cui il voto di un elettore di un Comune grande varrà di più di quello di un Comune piccolo. Cosa poi accadrà una volta diventata legge la riforma costituzionale, nessuno ancora lo sa. 

L’Italicum, la riforma della legge elettorale che secondo il linguaggio del premier sembrava dovesse viaggiare spedito come un treno e invece è fermo ormai da sei mesi in un binario morto al Senato. Il testo approvato alla Camera prevede sbarramenti altissimi sia per i partiti (4,5% in coalizione, 8% se vanno da soli) sia per le coalizioni (12%), che rischiano di togliere la rappresentanza parlamentare a diversi milioni di italiani. Prevede poi un premio di maggioranza che col 37% dei voti garantisce il 55% dei seggi alla coalizione vincitrice e che può addirittura regalare al primo partito della coalizione, anche solo col 25-30% dei consensi, la possibilità di prendersi tutto: maggioranza assoluta alla Camera, seggi sufficienti per eleggere il Capo dello Stato e i giudici Costituzionali. Inoltre, l’Italicum rinnova la sciagurata scelta inaugurata col Porcellum delle liste bloccate,  con le candidature decise nelle segreterie dei partiti e la prospettiva di avere un altro Parlamento di nominati, non di eletti. Le critiche all’impianto della nuova legge sono molte e bipartisan, tanto che Renzi pare sia ora disposto a un nuovo incontro con Silvio Berlusconi per correggere il ‘Patto del Nazzareno’ almeno sugli sbarramenti (abbassandoli) e sulle liste bloccate (reintroducendo le preferenze).

La riforma del Senato è diventata, nel frattempo, la madre di tutte le riforme renziane. E proprio al Senato è stato approvato in prima lettura, tra molte polemiche, il testo della ‘riforma Boschi’. Prevede la trasformazione di una istituzione prestigiosa – che abbiamo inventato noi italiani e che fin dall’antichità era sinonimo di serietà e saggezza – nel Senato delle Autonomie, che non sarà più elettivo ma sarà composto da 100 membri – senza più indennità di carica – nominati dalla politica nelle varie Regioni: 21 sindaci, 74 consiglieri regionali, 5 personalità scelte dal Presidente della Repubblica. Dall’antica ‘assemblea degli anziani e delle personalità’ a ‘dopolavoro dei sindaci e dei consiglieri regionali’, hanno osservato i più critici. L’auspicabile superamento del bicameralismo perfetto rischia di sfociare così nella costituzione di una Istituzione di serie B. Se poi si considera che a oggi sono oltre 500 i consiglieri regionali indagati e ben 17 su 20 le Regioni sotto inchiesta da parte di 14 Procure della Repubblica per le ‘spese pazze’, la promozione dei politici regionali a senatori non lascia molto spazio all’ottimismo. Anzi, l’idea di un Senato delle autonomie composto da personale politico che ha dato prova di dubbia moralità e senso dello Stato, espressione di Regioni che si sono dimostrate terreno fertile per carriere miracolose (Nicole Minetti docet) e per la malapianta dei privilegi di casta, dello spreco e spesso anche della corruzione, fa venire i brividi.

Il Jobs Act è invece la riforma che doveva rivoluzionare il mercato del lavoro mettendo in campo il contratto unico a tutele crescenti per porre fine alla selva di contratti precari oggi esistenti. Invece, per ora, è arrivato un decreto che aggiunge altra flessibilità e maggiore precarietà per i nostri giovani (che sono per oltre il 40% senza lavoro e per la metà del restante 60%, precari), con contratti a termine senza causale rinnovabili fino a tre anni e con l’apprendistato che ha meno limiti e obblighi di prima sulla formazione e sulle assunzioni. La riforma è invece ferma in Parlamento, mentre si torna a parlare di abolizione dell’articolo 18 sui licenziamenti senza giusta causa. La morale è che sembra profilarsi un altro arretramento sui diritti dei lavoratori nell’illusoria convinzione che diventando un po’ più cinesi ci sarà più lavoro e che dando per legge più libertà di precariato e licenziamento alle imprese ci sarà più occupazione. Anche se ora il ministro Giuliano Poletti dice che entro l’anno il Parlamento approverà la legge delega al governo e che prima della prossima estate saranno approvati i decreti attuativi della riforma del lavoro sul ‘modello tedesco’, ovvero con il coinvolgimento del sindacato e la co-gestione dei lavoratori in azienda.

Quel che è certo è che se soltanto si prova a fare un parallelo con le grandi riforme degli anni Settanta del secolo scorso, quelle di oggi impallidiscono. Tanto per citarne alcune, nel 1970, venivano approvati dal Parlamento lo Statuto dei lavoratori, l’istituzione delle Regioni e la legge sul divorzio; e nel 1978 la riforma sanitaria con la scomparsa delle mutue e la nascita del Servizio sanitario nazionale, la legge che ha depenalizzato l’aborto liberando le donne dalla barbara pratica degli aborti clandestini, la riforma Basaglia sulla chiusura dei manicomi.  Riforme che portavano il segno delle battaglie per l’estensione dei diritti civili. Riforme che oggi, tutt’al più, portano il segno della sconfitta della politica. 

 

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