venerdì, Settembre 17

Le ragioni del medico che diede la morte a oltre cento pazienti Eutanasia e morte dolce nelle rivelazioni di un medico

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20140611

Si chiama Giuseppe Maria Saba, detto “Peppiniello”, ha 87 anni e alle spalle una immacolata carriera come ordinario di Anestesiologia e Rianimazione prima all’università di Cagliari poi alla Sapienza di Roma. O meglio, la sua carriera era immacolata fino a qualche giorno fa, quando ha “confessato” al quotidiano l’Unione Sarda di aver dato la morte a oltre cento pazienti. A Peppiniello non piace chiamarla “eutanasia”, preferisce l’espressione “morte dolce“.

Perché lo avrebbe fatto? Per le ragioni che facilmente intuiamo tutti e che trovano espressione proprio nelle sue stesse ammissioni: «è una questione di pietà». Il dottor Saba ha infatti aiutato a morire pazienti con un quadro clinico così disperato da non far intravvedere nessuno spiraglio di speranza. Il medico avrebbe pertanto semplicemente, secondo la sua visione dei fatti, accelerato un processo di per sè inevitabile, accorciando le sofferenze dei malati.

Non sarebbe nemmeno la prima volta che il medico confessa di aver praticato la morte dolce, alla quale non ha sottratto neppure i propri familiari: in un’intervista del lontano 1982 aveva raccontato di aver aiutato a morire il proprio padre e, successivamente, anche la sorella. Prima di lasciarci andare alle polemiche, la parte più curiosa dell’intervista rilasciata da Peppiniello Saba consiste nella denuncia dell’eutanasia quale pratica diffusa in molti ospedali italiani, della quale tuttavia non si parla.

Il medico afferma infatti che quella che in “medichese” viene chiamata “desistenza terapeutica” potrebbe in soldoni essere tradotta con “staccare la spina”. La desistenza terapeutica altro non sarebbe infatti che l’interruzione delle pratiche mediche tese a tenere in vita un paziente in stato terminale. Secondo la definizione di Wikipedia, «con desistenza terapeutica si intende l’atteggiamento terapeutico con il quale il medico desiste dalle terapie futili ed inutili». E ora vi sfido a trovare le differenze tra la desistenza terapeutica e la morte dolce di cui parla il dottor Saba.

Ma quali sono i casi in cui ricorrere alla morte dolce? Secondo Saba «quando era necessario, quando te lo chiedono e quando tu, nella veste di medico, ti rendi conto che hanno ragione. Che senso ha prolungare un’agonia, assistere allo strazio di dolori insopportabili che non porteranno mai a una guarigione?». Per questo motivo Giuseppe Maria Saba non ha nessun problema con la coscienza: «Non ho nulla di rimproverare a me stesso. L’ho sempre fatto di fronte a situazioni che non avevano altra via d’uscita».

Che l’eutanasia, morte dolce o desistenza terapeutica che dir si voglia siano un grande tabù nel nostro Paese è un dato di fatto. Che la morte assistita venga praticata negli ospedali anche in assenza di una legislazione seria in materia non mi stupisce. Non mi stupisce che ci siano medici che prendono l’iniziativa di alleviare le sofferenze di malati terminali nonostante l’eutanasia sia oggi assimilabile all’omicidio volontario.

Questo perché, prima ancora che una questione di legalità, c’è una questione di coscienza e di rispetto nei confronti della vita umana, concetto soggetto a innumerevoli interpretazioni. La stessa vita che può essere interrotta prima della nascita in presenza di gravi problemi di salute del feto che ne possono compromettere la sopravvivenza, ma che non può non essere sostenuta con le unghie e con i denti nella sua fase terminale, quando non ci sono speranze di una ripresa.

Ultimamente il tema dell’eutanasia è stato riproposto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un invito datato marzo 2014 affinchè il Parlamento discuta la questione del fine vita e giunga a una conclusione normativa: «Il Parlamento non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita ed eludere un sereno e approfondito confronto di idee sulla materia». L’ultimo tentativo di giungere alla fine del travagliato iter sulla legislazione del fine vita risale infatti alla scorsa legislatura e riguarda l’annosa questione del testamento biologico. Poi più nulla. E nel silenzio della legislazione ai malati terminali, che non hanno voce, si devono affidare ad una legislazione incerta ed alla coscienza dei medici.

 

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