domenica, Settembre 26

Le porte Elena B.B., la donna che per prima scoprì il seno - Capitolo 11

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“Piacere Elena”. Aprì la porta ed era uguale. Era Elena. Indubitabilmente lo era. “Sono la nipote” disse, come rispondendo ad una domanda non fatta, in una conoscenza mai avvenuta ma in atto. Mi sorrise come se in quello ci fosse tutto quel che c’era da dire. Equivocava, o fingeva di equivocare ed inciampare su tempi, pronomi, riferimenti su se stessa e l’altra Elena, creandone una sola. Ed erano “una stampa e una figura” come si dice in Sicilia, dove lo usano per indicare due cose assolutamente identiche tra loro.

Non subito, ma all’ennesima esplorazione del luogo ove avevo trovato quel prezioso materiale, avevo rinvenuto anche, quasi protetto da una nicchia, appoggiato al muro e coperto da un drappo, un ritratto. Il famoso ritratto di cui alcune cronache parlavano. Sbalordii per la trovatura. E, trovatura nella trovatura, era saltato fuori un biglietto. Nascosto sul retro del ritratto di Elena. Sempre per i siciliani ‘trovatura’ sta ad indicare un tesoro nascosto per ottenere il quale occorre fornire una prova di estremo coraggio e determinazione. Che prova avessi mai dato non so, ma che avessi serendipicamente trovato un gran tesoro non v’era dubbio. Da carta, grafia e stato dell’inchiostro rosso scuro il biglietto sembrava relativamente recente, degli anni settanta, diciamo. C’era un indirizzo. Di Roma, verso l’Eur. Via Dino Buzzati sessantuno.

Andai subito. Una palazzina di sette piani, sul citofono un nome per piano. Non sapevo dove ero atteso, ché di essere invitato ed atteso mi pareva proprio, e lì avrei trovato quel che cercavo. Ammesso ci fosse qualcosa, o qualcuno, da trovare. Scorsi i piani. Al primo Giovanni Drogo. Al secondo Arturo Brambilla. Al terzo Giuseppe Conte, e non so perché ma fui contento per lui. Al quarto solo il cognome, o forse il nome, Orfeo. E mi dispiacque per la povera Euridice. Al quinto Antonio Dorigo. Al sesto Almerina. Solo Almerina. Al settimo, infine, unicamente le iniziali. EBB. Ebbi una scossa. Avevo trovato, non sapevo cosa o chi, e cosa o chi mi avesse guidato, ma ero stato condotto alla meta.        

Così mercoledì 22 luglio varcai quella soglia. Tra le carte che avevo ritrovato inizialmente, e che avevano dato il via a questo mio fantastico viaggio, c’erano copie lette e rilette di libri e racconti di Edgar Rice Burroughs. E dattiloscritti, e manoscritti, in inglese, che, così ad un giudizio immediato, e perché si trovavano assieme, e per affinità di materia e stile, avevo a lui attribuiti. Era stato Burroughs ad influenzare Elena o viceversa? O, magari e più probabile, tra i due non c’era mai stata alcuna relazione diretta ed ero io a favoleggiare sulla ‘Donna eterna’ di Burroughs, Ayesha, immortale regina bianca della città perduta di  Kor. Il ciclo del ‘Mondo perduto’. La copia di ‘She’, tutto. ‘Lei’, era come una mappa. E ancora la rigenerazione dell’Ayurveda. La medicina tradizionale dell’India, utilizzata sin dalI’antichità.

Elena mi fece entrare. Grandi dipinti di Tamara de Lempicka, ritratti, costellavano l’appartamento, ed in uno, ma anche in un altro, e in un altro, e in un altro ancora, era indubbiamente lei. Elena. Ed Elena che avevo davanti. Aveva ventisei anni. Non chiedetemi come facessi a saperlo, ma lo sapevo. Quasi fosse tornata Elena, lei proprio, e nell’età che aveva sulla spiaggia di Cervia quel dieci luglio del millenovecentododici al momento dell’inedito denudamento del seno, disvelato per difendere la dignità della sua governante dall’attacco di un furibondo Sovrintendente di Polizia.

Così la seguii, come del resto da quando l’avevo ‘incontrata’ ormai non facevo altro che fare.  

 

Capitolo 11

LE PORTE

Un corridoio lungo, apparentemente senza fine, e largo poco più di un’apertura di braccia (dipende di chi, certo, diciamo di un cestista), su cui a distanza di due metri una dall’altra si aprono porte in successione. Non ci sono fonti di luce diretta, non c’è illuminazione, ma è chiaro, rasserenantemente chiaro, e qualche volta inquietantemente chiaro. Ché dalle porte stesse proviene luce, soffusa e diversa, dallo specchio in genere ma anche dagli spiragli. “Si aprono” per modo di dire, ché sono chiuse ed apparentemente, ma cosa induca a questa convinzione non lo si capisce bene, difficili da aprire.

Elena stava percorrendo quel corridoio, perplessa, chiedendosi cosa ci fosse dietro quella distesa di ingressi e, soprattutto, cosa ci facesse lì. Come in un sogno, di un sogno dentro un sogno, ma consapevole fosse la realtà. “Non aprire quella porta” le diceva una voce che non sapeva se interna od esterna. “Perché?” chiese e si chiese. “Questo lo sai tu, e lo decidi tu”. “Vale a dire?”. “Vale a dire che dietro ogni porta ci sono cose che non vogliamo toccare. Ed è la genesi della stupidità. Titolo dell’ultimo brano di ‘Dialettica dell’illuminismo’ di Max Horkheimer e Theodor Adorno. La genesi della stupidità sono porte dietro cui sono nascoste cose della nostra vita che non vogliamo più toccare, per il dolore o la paura che ci hanno arrecato ed arrecano. Come la chiocciola dalle antenne tastanti che quando incontra una superficie che le dà fastidio se ne ritrae e non ci torna più, armadi che più non vogliamo riaprire. Ecco, questo sono queste porte, sta a te decidere se aprirle o meno. Spero che lo farai, ma spesso non è facile, a volte difficile, in qualche caso dolorosamente quasi impossibile. E proprio per questo a maggior ragione spero lo farai e ce la farai”.

Elena era perplessa, anche perché quella voce impicciona diceva sì cose giuste, e sulle quali aveva voglia di fermarsi a riflettere, ma come si arrogasse un’autorità che non è detto le fosse dovuta. Chi è, si chiedeva. E, soprattutto, si chiedeva Elena, chi sono io, Elena? “Ben vasta domanda”, le rispose un’altra voce, in questo caso non quella pontificante di prima ma, certo, la propria. “Domande di grande portata”, parafrasando il Generale Charles De Gaulle che rispose “Vaste programme” a chi gli urlava “A morte tutti gli imbecilli”. Un programma di grandi dimensioni, una domanda di dimensioni, ed implicazioni, ancor più grandi, e profonde.

“Sono Elena Bardotti Bugli”, ma qui si fermò. Già, ma “Chi è Elena?”, domanda fondamentale, speculare al fondamentale interrogativo “Chi è io”. Ricordava un mare, un gesto, che in qualche modo l’aveva segnata ed aveva segnato un’epoca e quelle successive, ricordava una vita lunga e piena. Felice, o comunque condotto a modo suo. Ricordava prime auto scoperte e meravigliosi concerti d’archi all’aperto. Guerre, ribellioni, avventurosi viaggi in periclitanti macchine volanti che quella vita avevano segnato. Non ne ricordava la fine, e non è detto che fine realmente ci fosse stata o dovesse esserci. E, sincronicamente, sapeva che “Sono Elena Bardotti Bugli” voleva dire pure un Liceo dalle mura bianca, moto e viaggi in aerei supersonici, comunicazione immediata e files musicali scaricati. Non sapeva che Elena era, e cosa volesse dire essere Elena, ma era contenta di esserlo, con i suoi comunque ventisei anni, la sua sfida al mondo, la sua libertà, la sua vita “my way”, “a modo mio”, come cantava uno che forse era stato suo amante quasi coetaneo, forse un anziano crooner il cui concerto, e la cui voce, l’aveva ammaliata e, bambinetta di due o tre anni, sedotta. In ogni caso sapeva di essere Elena, e tanto bastava.

Le porte. Varcare le porte. Quelle indicate da Aldous Huxley, e poi dal ‘Re Lucertola’ ed i suoi ‘The Doors’. E da Karol Wojtya, il Papa Giovanni Paolo II che pubblicò il quasi manifesto programmatico del proprio pontificato con il titolo ‘Varcare le soglie della speranza’. Le porte. Dunque. E parole che le risuonavano in mente chissà da dove provenienti, ma queste sì autorevoli. “Tutto ciò che è nascosto verrà rivelato”. “Ed è bene che lo sia” soggiunse, non sapeva bene se quella o la sua voce.

Elena e la porta. Le porte. Che doveva decidere se varcare o meno. E se farle varcare, ché capiva, sapeva adesso, essere il suo vero ‘lavoro’ far oltrepassare quelle porte a chi ne aveva bisogno e non ne aveva coraggio. E forza. Cioè, in entrambi i casi, tutti o quasi. Ma per farlo doveva prima varcare lei le proprie. A cominciare da ora, a cominciare da quella, da quelle, che doveva decidere se aprire o meno.

Decise di aprire.

11 – Continua

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