martedì, Agosto 3

Le politiche di cooperazione internazionale

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La cooperazione internazionale è tradizionalmente il settore più bistrattato e sottovalutato della politica estera italiana. Tale assunto non è ancora stato smentito e i Governi di qualsiasi colore politico hanno sempre considerato la cooperazione come un’attività di cui straparlare nei comizi, ma che nel concreto può tranquillamente sussistere da sola, grazie alla buona volontà degli operatori del settore e delle ONG. Un flebile barlume speranza per un’inversione di rotta era stato impresso dal Governo presieduto da Mario Monti, che aveva riconosciuto una dignità propria del settore istituendo il Ministero per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, guidato da Andrea Riccardi. Il progetto è naufragato nel 2013 con la nomina di Cécile Kyenge a Ministro per l’integrazione su iniziativa del neo Presidente del Consiglio Enrico Letta, perdendo così di vista, ancora una volta, il riferimento cooperativo.

La prima legge in materia risale all’anno 1987: un’altra società, un altro modo di fare politica, un altro mondo; e soprattutto non ha impedito il logoramento dell’importanza della cooperazione all’interno di un progetto o un programma politico, costantemente relegata a una posizione subalterna rispetto sostanzialmente a tutte le altre questioni. La revisione generale dell’assetto legislativo, agognato ormai da vent’anni, trova soddisfazione con la proclamazione della legge 125 nell’agosto dello scorso anno (legge dell’11 agosto 2014, n. 125), che prevede l’istituzione di tre nuovi importanti tavoli, ciascuno con competenze e obiettivi diversi: il Comitato Interministeriale per la Cooperazione allo Sviluppo, che vede ovviamente il coinvolgimento di molti rappresentanti ministeriali e a cui sono assegnati compiti nell’ambito della programmazione del coordinamento delle attività aventi scopi cooperativi svolte dalle pubbliche amministrazioni. Troviamo inoltre il Consiglio Nazionale, composto dai delegati delle più importanti organizzazioni operanti nel settore, quali Emergency e il Forum Nazionale del Terzo Settore, insieme ad altrettanti membri di soggetti privati, come l’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio (ACRI) nell’ottica di favorire la reciproca conoscenza e la condivisione di idee e progetti in modo da assicurare una congruità di obiettivi. Infine viene a delinearsi il profilo di un nuovo soggetto, l’Agenzia per la Cooperazione, sulla quale sono concentrate la gran parte delle aspettative. L’Agenzia, infatti, dovrebbe essere depositaria del potere di monitoraggio e intervento operativo e con esso un raggio d’azione che realmente andrebbe a supportare gli operatori del settore, che ne compongono il fulcro, il cuore pulsante della cooperazione.

Eppure, la prima nonché immancabile criticità riscontrata a un anno esatto dall’approvazione della norma riguarda proprio l’implementazione delle funzioni dell’Agenzia per la Cooperazione, accompagnata dall’assenza della figura del vice ministro, ruolo a cui la legge n. 125 ha affidato un ruolo di primaria importanza. Nello specifico, per quanto riguarda l’Agenzia la problematica è costituita dalla mancata scrittura dei regolamenti attuativi, che permettono l’attivazione delle sue competenze. In merito al vice ministro la questione è molto più semplice: non è ancora stata individuata una persona che possa ricoprire tale ruolo, dal momento che il suo più grande sostenitore, l’ex vice ministro Lapo Pistelli ha rassegnato le dimissioni affinché potesse diventare  vicepresidente senior del gruppo Eni. Non solo, a valle della terza Conferenza Internazionale sui Finanziamenti allo sviluppo delle Nazioni Unite, svoltasi dal 13 al 16 luglio scorso nella capitale etiope Addis Abeba, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha ribadito l’intenzione di eguagliare gli investimenti destinati al settore della cooperazione internazionale elargiti dagli altri Stati del G7 entro il 2017. Ciò significa destinare lo 0,25% del Pil, posto che la somma dei Paesi di riferimento rimanga invariata, al finanziamento di progetti italiani di cooperazione internazionale nell’orizzonte temporale di circa 18 mesi. Un obiettivo ragguardevole che significherebbe un reale maturazione dell’atteggiamento della politica italiana nei confronti delle attività di cooperazione, che tuttavia dal principio presenta una prima incongruenza. Stando ai dati ufficiali, dal 2014 al 2013 si è registrata una leggera flessione che ha permesso l’abbassamento della percentuale dallo 0,17 allo 0,16. Non da ultimo, questo slancio di ottimismo negli investimenti è stato visto non completamente di buon occhio da parte di alcune organizzazioni non governative, in quanto è parso più come un incoraggiamento ad un massiccio intervento di associazioni private nel settore del no-profit, come ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti, con il conseguente rischio di snaturamento dello stesso.

Considerato che la Cooperazione internazionale italiana comprende dinamiche complesse e vede la partecipazione di attori molto diversi fra loro, in questa prima parte si intende affrontare l’argomento dal punto di vista prettamente politico, attraverso le parole di Maria Edera Spadoni, esponente del MoVimento 5 Stelle facente parte della Commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei Deputati e membro Consiglio d’Europa nel contesto della Commissione integrazione e non discriminazione e Presidente del Comitato Cooperazione e Sviluppo – Obiettivi del Millennio. In un secondo momento si darà voce al mondo delle ONG che operano quotidianamente sul campo e sulle quali ricadono le conseguenze reali delle decisioni prese a livello politico, riportando il contributo di Alessandro Bertani, Vicepresidente di Emergency, la più importante organizzazione non governativa che si occupa di assistenza sanitaria alle popolazioni vittime di qualsiasi tipo di guerra.

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