giovedì, Dicembre 2

Le PMI si difendono con la formazione continua

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La fase congiunturale negativa ha fatto spesso adottare strategie di innovazione ai piccoli imprenditori per pura difesa ma poi si viene a scoprire in autorevoli rapporti che circa il 30% delle imprese di medio-piccole dimensioni intende realizzare investimenti finalizzati alla ricerca di una maggiore efficienza organizzativa e per un miglioramento del posizionamento competitivo sul mercato. Quindi ogni luogo comune inerente la limitatezza di certi business cade anche se la quota delle imprese minori manifatturiere che partecipano alle reti è ancora limitata. E dovrà crescere rapidamente se intende restare nella competizione internazionale. Così, anche in un contesto frammentato tra la classe di mezzo delle imprese italiane vi sono segnali di una volontà imprenditoriale di reazione ad aspetti troppo conservatori e per una valutazione rassicurante sulla tenuta della capacità competitiva.

Nella Raccomandazione 96/280/CE del 3 aprile 1996, la Commissione Europea ha sottolineato la necessità di definire le piccole e medie imprese in modo preciso ed unitario perché la difformità dei criteri utilizzati e la molteplicità di espressioni utilizzate a livello unitario e a livello nazionale sarebbe potuto essere fonte di incoerenza. Il programma indicato ha avuto lo scopo di aumentare il coordinamento tra le iniziative dell’Unione a favore delle PMI, con quelle intraprese a livello nazionale. L’azione è stata necessaria in quanto in un mercato unico senza frontiere interne, si deve evitare che l’Unione sviluppi progetti mirati al sostegno di una determinata categoria di PMI, disgiunti dagli Stati membri.

Abbiamo chiesto opinioni in merito al prof. Giulio Sapelli, uno dei più noti economisti italiani, docente alla Università Statale di Milano, con molti incarichi istituzionali e la pubblicazione di libri e lavori prestigiosi.

 

Prof. Sapelli, com’è la PMI e come viene utilizzata in Italia?

Ci sono due correnti di pensiero in Italia sulle piccole e medie imprese: c’è chi sostiene che le PMI non possono affrontare le sfide della globalizzazione che sono competizione e soprattutto l’assimilazione delle grandi scoperte tecnologiche che vengono sviluppate. Questo partito accumula dati e ricerche che sostengono che nei piccoli gruppi la produttività è più bassa e che le imprese resistono meno alle intemperie della globalizzazione.

Ma poi c’è chi sostiene il contrario.

La seconda visione più plastica afferma che proprio perché sussistono nuove tecnologie, questa tipologia di imprese può risparmare tempi di produzione e realizzare le attività anche in spazi più contenuti. Ci sono molte applicazioni di successo e per fare qualche esempio basta citare il biomedicale e le stampanti 3D, ma anche molte realizzazioni della meccanica addizionale. Nel saggio di Edith Penrose, “The Theory of the Growth of the Firm” si sosteneva che le grandi imprese non sono in grado di sviluppare tutte le opportunità che offre la crescita economica. E’ una teoria ancora del tutto valida.

Quindi una valorizzazione delle piccole e medie imprese.

Per sfruttare queste opportunità sono necessarie sia le imprese di media ma anche quelle di piccole dimensioni. Tuttavia il successo dipende dal sentierio tecnologico in cui si pone l’impresa e soprattuto dai manager che sono in grado di unire la natura delle aziende che dirigono con la società in cui si espandono.

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