mercoledì, Aprile 21

Le parole che l’Italia (reale) non conosce ‘Crisi di governo’, ‘Recovery Plan’ sono echi che cadono nelle stanze vuote di milioni di esistenze precarie. Il lavoro, la casa, gli affetti: tutto è avvolto in una fitta nebbia. Fuori dai ‘palazzi’, le persone comuni non sanno cosa aspettarsi dal futuro. Vivono esasperate, sfinite dall’attesa, dall’impossibilità di progettare, immaginare. Non è anti-politica, ma nuda e caustica realtà

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L’analisi sviluppata su queste colonne da Stefano Rolando sul bisogno di una politica capace di disegnare prospettive di futuro e speranza per l’Italia, interroga tutti lungo il filo rosso di un diffuso disorientamento. Un disincantato smarrimento.

Sentimento diffuso soprattutto tra quanti, oggi, hanno un’età compresa tra 28 e i 35 anni e guardano con scetticismo a unsistema-Paeseche non riconosce altro che sé stesso. Di norma, i discorsi e i ragionamenti contenenti l’espressione ‘la mia generazione’ sono poco appassionanti. Nascondono un rancore, malcelato da sterili rivendicazioni che allontanano le responsabilità, per addebitare a terzi (i ‘vecchi’) colpe condivise. Eppure in questa fasi della storia comune, si pone un effettivo problema che riguarda gli spazi di rigenerazione e partecipazione di un’Italia invecchiata dalla paura. Un Paese che condanna alla marginalità la generazione del ‘qui e ora’: quella che avrebbe tutte le carte in regola per scommettere e tracciare la traiettoria del domani a partire dalle eredità precedenti. E invece vive la prima età adulta rinchiusa in una teca di vetro, guardando il mondo scorrere, senza riuscire a trovare un varco di accesso allo spazio pubblico.

Crisi di governo’, ‘Recovery Plan sono echi che cadono nelle stanze vuote di milioni di esistenze precarie. Il lavoro, la casa, gli affetti: tutto è avvolto in una nebbia che né le calde parole del Presidente Giuseppe Conte né quelle più ispide di Matteo Renzi e Matteo Salvini possono diradare. Fuori daipalazzi’, le persone comuni non sanno cosa aspettarsi dal futuro. Vivono esasperate, sfinite dall’attesa, dall’impossibilità di progettare, immaginare. Non è anti-politica, ma nuda e caustica realtà. Tanto che le attese sulle salvifiche risorse europee sono pressoché nulle tra quanti, per anagrafe, dovrebbero essere i veri protagonisti del presente. Tanto più al Sud, dove ci aspetta che questa ennesima ‘ripartenza’ si riassuma nella consueta spartizione di posti e consulenze. Lì dove non solo l’ascensore sociale è fermo, ma un vero e proprio collo di imbuto continua a precludere l’accesso a un’esistenza indipendente e dignitosa.

E non sono solo gliuomini qualunquea soffrirne. Da anni, le vittime dell’immobilismo che, con intensità diverse, interessa tutto il Paese, sono donne e uomini iperformati per i quali l’Italia, la sua politica, il mondo della ricerca o della cultura non sono altro che un gotha di élite escludenti e voraci, che non selezionano le idee ma le appartenenze familiari, sociali e politico-partitiche. In questo clima sono sempre meno rilevanti e sempre più stanche le testimonianze di ‘speranza’, i tentativi di infondere fiducia nel futuro compiuti da chi, pur nella precarietà assoluta, qualche scalino è riuscito a risalirlo.
Chi scrive è una meridionale della bassa borghesia campana che ha visto troppe intelligenze brillanti eclissate da parvenu della politica, del mondo della cultura e della ricerca. Chi scrive continua a vedere ogni giorno storici dell’arte, archeologi, architetti, politologi o economisti della cultura respinti verso il basso della mancata convenienza politica, rassegnati alla certezza di essere nati dalla parte sbagliata del mondo. Quella che riveste la realtà di un velo di malinconica e nostalgica amarezza.

È questo il Paese reale che andrebbe raccontato: il Paese in cui milioni di esistenze vagano nelle stanze vuote della disillusione. Lì dove le crisi di governo non risuonano nemmeno e il presente è vittima della conservazione.

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