venerdì, Settembre 17

Le opportunità dietro la crisi del petrolio messicano Dal 2013 gli investimenti nel petrolio sono raddoppiati. Ma la corsa ai ricchi giacimenti viene minacciata dall'isolazionismo di Trump e dalle elezioni del 2018

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Le ricerche delle compagnie straniere hanno portato alla scoperta di numerosi altri pozzi, tra gli ultimi anche quello scoperto dall’Eni nel bacino di Sureste, aprendo alla possibilità che ce ne siano ancora molti altri inesplorati. Anche il problema della mancanza di infrastrutture strategiche promette di essere tamponato grazie alla ripresa dei lavori dell’oleodotto Keystone – che collega il Canada con il Messico, passando per gli USA – voluta da Trump. L’annuncio della Pemex di qualche giorno fa della scoperta del più grande giacimento a terra degli ultimi quindici anni, e quello del governo che promette per il 30 novembre l’eliminazione del tetto massimo al prezzo della benzina, completano il quadro della portata di questa rivoluzione.

L’immagine che ne viene fuori è quella di un Messico ricco di opportunità e di prospettive. Ed in parte è effettivamente così. Ma il contesto messicano resta pieno di contraddizioni e difficoltà che potrebbero ostacolare quella che si preannuncia come una vera e propria corsa al petrolio.

Il prezzo al barile resta stagnante, le infrastrutture continuano ad essere in buona parte inadeguate, la produttività dei giacimenti è ai minimi storici, il panorama politico e sociale in cui abbondano corruzione, criminalità e povertà. Tutti fattori che contribuiscono a rallentare il processo di ripresa economica dell’industria petrolifera del Paese. A farne le spese è stata soprattutto la Pemex che non ha retto il confronto con la concorrenza delle grandi compagnie straniere. La liberalizzazione del settore energetico non ha fermato il crollo dell’azienda di Stato, né ne ha migliorato le sorti. Con un buco di oltre 86 miliardi di dollari, un’apparato aziendale inefficiente e infarcito di clientelismo, un ritardo tecnologico decennale, la Pemex è costretta a tirarsi indietro di fronte a giganti come Exxon, Shell o British Petroleum, perdendo così ulteriori opportunità di investimento e guadagno.

La rottura storica del monopolio della Pemex però non è piaciuta neppure ai cittadini messicani. Tanto che secondo un sondaggio del Pew Research Center il 57% dei messicani vede ancora le riserve di petrolio come un patrimonio nazionale da tutelare. E su queste posizioni cavalca la campagna elettorale di Andres Manuel Lopez Obrador. Il candidato socialista alle elezioni del 2018, dato per favorito dai sondaggi, da sempre è un oppositore della privatizzazione delle risorse petrolifere messicane, tanto da portare il tema al centro della campagna elettorale del 2012, nella quale viene poi sconfitto da Peña Nieto. Se questa volta dovesse vincere molti dei vantaggiosi accordi presi dalle multinazionali del petrolio con il governo messicano potrebbero essere rivisti. E la corsa al petrolio messicano potrebbe subire una brusca frenata.

Ad alimentare le preoccupazioni degli investitori stranieri, specie di quelli americani, è anche l’incertezza dell’esito delle trattative sul NAFTA, il North American Free Trade Agreement, l’accordo di libero commercio tra Canada, Stati Uniti e Messico. Da mesi ormai le trattative sono in fase di stagnazione. Trump, che non è mai stato un fan del trattato, minaccia di abbandonare il tavolo, Messico e Canada insistono per mandare avanti le trattative. La buona riuscita dell’accordo è seriamente in dubbio. Il NAFTA abbattendo i dazi doganali tra i tre Paesi avrebbe favorito le importazioni e le esportazioni – petrolio compreso – all’interno del continente. Persa questa garanzia, molti dei petrolieri americani in Messico rischierebbero di doversi tirare indietro.

Nonostante questi timori, ‘Forbes’ in un articolo di quest’estate garantisce: ‘Mexico’s Emerging Oil Opportunities Are Great’. «La speranza» scrive l’autore Jude Clemente «è che l’apertura del settore petrolifero agli investimenti e alle competenze straniere permetterà al Messico di riconquistare la sua posizione come uno dei migliori produttori di greggio al mondo» che conclude «Il Messico ha il miglior futuro energetico di qualsiasi nazione latinoamericana, nel peggiore dei casi alla pari col Brasile. L’economia del Messico crescerà con un ritmo annuo del 3-6% nei prossimi decenni». Numeri invidiabili per un Paese in cui oltre il 40% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il futuro dell’industria del petrolio messicano dipende anche da quel 40 per cento. Da quelli che con la matita in mano, nel silenzio della cabina elettorale, sceglieranno il futuro del Paese. E’ con loro che si gioca la partita per il futuro della liberalizzazione del petrolio messicano. E forse anche i grandi petrolieri stranieri farebbero bene a ricordarselo.

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