venerdì, Aprile 16

Le opportunità dietro la crisi del petrolio messicano Dal 2013 gli investimenti nel petrolio sono raddoppiati. Ma la corsa ai ricchi giacimenti viene minacciata dall'isolazionismo di Trump e dalle elezioni del 2018

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Nel 2013 il Presidente messicano Enrique Peña Nieto firma un atto destinato ad entrare nella storia del Paese. Per la prima volta dopo 76 anni, il Messico apre agli investitori stranieri liberalizzando il mercato del settore energetico nazionale.

Ai tempi questa riforma fu una vera e propria rivoluzione. Al centro della manovra c’è soprattutto il futuro dell’industria petrolifera messicana. La regione dispone infatti di ricchi giacimenti di petrolio nel Golfo del Messico, ma anche onshore, a terra, nel sud del Paese. Su questi giacimenti, fino al 2013, il Messico vantava una delle più lunghe tradizioni di monopolio nazionale nell’industria del petrolio. Nazionalizzate dal governo rivoluzionario di Lázaro Cárdenas nel 1938 dopo essere state  confiscate alle compagnie petrolifere straniere, le riserve di petrolio messicano hanno garantito per decenni fino al 40% del gettito fiscale del Paese. La Pemex – Petróleos Mexicanos – la compagnia di Stato fondata nel ’38 proprio da Cárdenas, detentrice del monopolio su tutto il compartimento petrolifero, dalla ricerca, all’estrazione, alla vendita sul territorio nazionale, ha potuto contare,  negli oltre 70 anni di storia, su una riserva di petrolio talmente abbondante, da essere considerata, fino a pochi anni, fa tra le prime dieci al mondo. Considerate le premesse, è ovvio che la notizia dell’apertura della Pemex – e dello Stato messicano – all’ingresso di capitali privati, abbia subito attirato parecchio interesse.

Col tempo però, la redditività dei pozzi messicani è andata radicalmente peggiorando, fino a scivolare, ad oggi, alla dodicesima posizione fra i produttori di greggio del Mondo. A peggiorare la situazione però non è stata la capacità dei giacimenti, ma piuttosto l’incapacità strutturale della Pemex di migliorarsi, mentre gli altri Paesi, alcuni dei quali, come la Colombia o il Brasile, con condizioni di partenza nettamente inferiori al Messico, avanzavano. Ed è proprio dall’evidenza di questo ritardo che parte il ragionamento da cui muove il progetto di liberalizzazione voluto da Peña Nieto.

Nel 2004 la Pemex tocca il suo record storico. Più di 3.5 milioni di barili di greggio esportati al giorno. Da quel momento in poi però, l’intero settore petrolifero messicano subisce una radicale contrazione, fino al minimo storico di produzione toccato nel settembre scorso. 1,7 milioni di barili al giorno, il 18% in meno rispetto al 2016, il 51,4 % in meno rispetto al 2004.

L’origine di questa crisi risiede in differenti fattori. Da una parte la diminuzione generale dei prezzi del greggio al barile, situazione che ha portato la Pemex nel 2016 a perdere 96 centesimi per ogni barile. Prodotto a 23 dollari, venduto a 22. Dall’altra l’insufficenza delle infrastrutture e delle tecnologie, unita alla malagestione economica del monopolio messicano, ha portato il Paese dall’essere, in potenziale, uno dei principali produttori di idrocarburi al Mondo, all’essere dipendente, per il 60% del suo fabbisogno, dalle importazioni di petrolio dagli USA.

Il problema sta nel fatto che il Messico, pur producendo molto petrolio, non ha la capacità di raffinarlo e trasportarlo adeguatamente. Ed è costretto per cui a ricorrere alle raffinerie americane. Nel 2016, 660Mila barili al giorno viaggiavano dal Messico agli Stati Uniti, per poi tornare indietro. Ovviamente questo percorso ha dei suoi costi, costi che, uniti agli altri fattori, hanno contribuito col tempo ad indebitare pesantemente la Pemex.

Per evitare questi costi, e rilanciare il petrolio messicano, servirebbe adeguare l’apparato industriale industriale e modernizzare delle infrastrutture energetiche del Paese. Un progetto di questo peso però necessita di capitali e know-how di cui né il Messico, né tanomeno la Pemex, attualmente dispongono. E l’unico modo per disporne è quello di cercarlo altrove.

Il disegno di liberalizzazioni voluto da  Peña Nieto va proprio in questa direzione. Grazie ad un regime fiscale e ad una legislazione accomodante il Messico è riuscito a cedere parte dei suoi giacimenti petroliferi a grandi capitali stranieri, ricevendo in cambio accordi di partnership economica e tecnologica per la Pemex.

Dal 2013 il governo Messicano è riuscito a firmare 44 accordi con  multinazionali del petrolio da ogni parte del mondo. Compagnie cinesi, compagnie canadesi, indiane, egiziane, inglesi, e ovviamente americane, si contendono, nelle aste organizzate dal Pemex  i permessi di esplorazione dei pozzi messicani. Nel giro di pochi anni gli investimenti stranieri sono più che raddoppiati, registrando nei primi sei mesi del 2016 un aumento del 96% rispetto all’anno precedente.

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