giovedì, Giugno 24

Le opinioni sui magistrati

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Una lettera, ora, che dovrebbe far pensare. L’ha scritta un detenuto, si chiama Pasquale Zagari. Ha trascorso in carcere gran parte della sua vita: 29 anni e 7 mesi di reclusione ininterrotta. Da 9 mesi è stato scarcerato. Ha vissuto il suo tempo da recluso come ergastolano ostativo, senza prospettive né speranze. La sua condanna, però, era illegittima: all’epoca del processo, la scelta di essere giudicato con il rito abbreviato, operata da Zagari, comportava la riduzione della pena a trent’anni di reclusione. Condanna scontata fino all’ultimo giorno, anzi, calcolando anche i giorni di liberazione anticipata concessa per la buona condotta, ha espiato 34 anni. Ma leggiamo la lettera.

«Oggi mi trovo sottoposto a sorveglianza speciale, una misura comminata con la sentenza, molti anni addietro, che esprime un giudizio di pericolosità ormai lontanissimo nel tempo e certamente non più attuale dopo tanti anni di detenzione. Anche la Corte Costituzionale ha sancito la necessità di un nuovo esame che, dopo tanto tempo trascorso, verifichi la persistenza di ragioni di pericolosità soggettiva che legittimino la limitazione della libertà personale. Questo non è valso per me. Purtroppo la scarcerazione non ha significato per me restituzione alla libertà. Il pregiudizio rimane a precludermi un vero ritorno alla vita, quella restituzione alla società cui ogni uomo che ha patito la sua pena dovrebbe ambire. Sono soggetto al permesso dell’Autorità Giudiziaria per qualunque attività che comporti uno spostamento dal mio luogo di residenza, anche per la cura delle mie tante patologie. Ho scelto di restare al nord per non incorrere nel sospetto di perdurante contiguità con il mio ambiente di origine ma su di me è sempre vivo il sospetto e il pregiudizio. Dopo trent’anni un uomo non è cambiato? Non ha diritto di tornare alla società? Non ha la speranza che i suoi torti siano cancellati? Esce dal carcere macchiato per sempre e trova solo porte chiuse. Ogni passo è estremamente difficile, perfino il ripristino dei propri documenti, l’affitto di una piccola casa. La società non ha il dovere di accoglierlo se ha pagato tutto il prezzo che gli è stato richiesto? Il 18 e il 19 dicembre a Milano, dentro al carcere di Opera, dove ho trascorso gran parte della mia lunghissima carcerazione, l’associazione Nessuno Tocchi Caino ha organizzato un grande congresso: ‘Spes contra Spem’, contro l’ergastolo ostativo, contro il 41 bis, per una pena che sia concreta speranza di cambiamento e di restituzione alla vita. Sono stato invitato dagli organizzatori e perfino il direttore del carcere, dottor Siciliano, su parere favorevole anche del Dap, ha riconosciuto l’importanza della mia presenza, scrivendo personalmente al Tribunale di Reggio Calabria, Sezione Misure di Prevenzione, perché portassi al congresso la mia esperienza, raccontassi il mio percorso, le mie vicissitudini interiori, il mio cambiamento. La richiesta veniva respinta. A sostegno del rigetto la motivazione che non si trattava di ragioni di studio e che, comunque, altri mezzi di comunicazione potevano consentirmi l’esternazione del mio pensiero. In sostanza, semplicemente un rifiuto alla mia possibilità di partecipare, di fare, di essere uomo, di essere vivo. Ho chiesto di trascorrere il Natale con mia madre, una donna anziana e molto malata, colpita da una grave ischemia. Non può viaggiare, non può venire da me. Da oltre trent’anni non ha il figlio accanto a sé per Natale. La legge favorisce gli affetti, l’unione familiare, l’avvicinamento dei propri congiunti, anche se detenuti. Le ragioni di salute dei familiari sono espressamente contemplate tra i motivi che consentono lo spostamento. Ma tutto questo non vale per me. Non potrò più vederla da viva? E quale legge lo ammette? Quale legge lo vuole? Quale Costituzione? Un uomo che ha espiato la sua pena deve portare con sé una stimmate indelebile che lo esclude dalla vita, dalla società, dall’amore? In nome del popolo italiano».

 

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