martedì, Settembre 28

Le menzogne delle superpotenze Il livello di ipocrisia degli USA, dei loro alleati e dei mezzi di comunicazione compiacenti non potrebbe essere più evidente

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L’intervento militare nello Yemen da parte di una coalizione di Paesi arabi appoggiati dagli Stati Uniti porterà senza dubbio a un inasprimento del conflitto nel Paese ma anche nel resto della regione; si preannuncia così una lunga guerra che vedrà schierati vari partecipanti, tutti interessati a portare avanti i propri progetti politici e geopolitici.

Ciò che, senza dubbio, è di particolare interesse è comunque la reazione internazionale a questa nuova guerra regionale; in particolare, il modo in cui gli Stati Uniti hanno affrontato quest’innegabile aggressione da parte degli alleati nel Golfo. Washington si è prodigata nel dipingere la riunificazione russa con la Crimea e l’appoggio limitato ai ribelli ucraini contro Kiev come un’aggressione, ma ha anche fatto sì che lo stesso termine pesante fosse lasciato completamente fuori dalle descrizioni della nuova guerra nello Yemen.

Si direbbe quindi che, secondo Washington, un’aggressione non venga definita da fattori obiettivi come l’uso di mezzi militari, l’inizio delle ostilità, etc. Sembrerebbe invece che gli Stati Uniti definiscano un’aggressione in base al legame di un certo conflitto con gli interessi strategici di Washington. In Crimea e Ucraina, la Russia è l’aggressore perché, al difendere i propri interessi e quelli della popolazione russa, ha agito contro i piani geopolitici degli Stati Uniti. Nello Yemen, invece, l’inizio di una guerra ingiustificata da parte dell’Arabia Saudita e di altri stati appoggiati dagli USA allo scopo di portare a un cambio di regime non viene ritenuta un’aggressione perché rispetta gli interessi di Washington.

 

Le parole si scontrano con la realtà

Il 25 marzo 2015, una coalizione di stati arabi ha iniziato un bombardamento aereo dello Yemen (nessuna invasione terrestre per il momento, ma è comunque prevista) allo scopo di rimuovere il governo dei ribelli houthi, che aveva rovesciato poche settimane fa il governo fantoccio di Abdo Rabbo Mansour Hadi appoggiato dagli Stati Uniti. La guerra, scatenata dall’Arabia Saudita, da alcune monarchie alleate del Golfo e dall’Egitto sarebbe motivata dagli interessi della prima e, di riflesso, da quelli degli Stati Uniti.

A poche ore dall’inizio dei bombardamenti, le notizie dallo Yemen parlavano di dozzine, se non più, di cittadini uccisi dai raid. Nonostante le perdite immediate di vite umane, senza contare la distruzione di infrastrutture, edifici, case e comunità, gli Stati Uniti hanno elogiato l’operazione e l’hanno definita necessaria per la sicurezza della regione. E’ stato, quindi, confermato che, nonostante il Paese non abbia fornito aiuti militari in modo diretto, sotto forma di truppe o appoggio aereo, abbia partecipato comunque all’operazione.

Parlando a nome della Casa Bianca e dell’amministrazione Obama, il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale ha annunciato: «L’Arabia Saudita, in quanto membro del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), e altri Paesi porteranno avanti azioni militari per difendere le frontiere saudite e proteggere il governo legittimo dello Yemen. In appoggio alle azioni del CCG, il presidente Obama ha autorizzato la fornitura di appoggio logistico e di spionaggio alle operazioni militari guidate dal CCG. Benché le forze statunitensi non siano attivamente impegnate in azioni militari nello Yemen, stiamo mettendo a punto una cellula di pianificazione congiunta con l’Arabia Saudita per organizzare un appoggio del nostro paese a livello militare e di informazione. La presa di potere violenta dello Yemen da parte di una fazione armata è inaccettabile, mentre una transizione politica legittima può essere raggiunta solo tramite negoziati politici e accordi tra tutti i partecipanti».

Nelle parole di Washington, quindi, l’aggressivo intervento militare nello Yemen è sia legittimo, sia appoggiato dagli Stati Uniti. Inoltre, gli USA hanno apertamente riconosciuto la propria partecipazione diretta alla campagna tramite l’appoggio logistico e di intelligence. Cosa questi due termini implichino, però, è lasciato all’interpretazione di ognuno; quello che resta fuori da ogni dubbio è che gli Stati Uniti abbiano delle forze infiltrate nell’operazione, probabilmente nello stesso territorio dello Yemen, senza considerare l’ampia presenza in tutta la regione.

In realtà, è risaputo che la CIA sia stata assiduamente impegnata nello Yemen almeno negli ultimi anni e che lo stesso direttore Brennan sia stato un sostenitore accanito della relazione tra i due Paesi. Secondo quanto riportato dal ‘NY Times’ nel 2012, la posizione dell’amministrazione Obama nello Yemen era quella di «usare un numero ristretto di truppe speciali, paramilitari della CIA e droni». Andrebbe inoltre ricordato che lo stesso Hadi venne scelto da Washington al momento della caduta del governo del presidente Saleh e che fosse stato descritto dagli USA come il presidente legittimo, venne candidato senza avversari in una cosiddetta transizione democratica falsata appoggiata dagli stessi Stati Uniti.

Se si analizza questa situazione nel suo complesso, quindi, si può obiettivamente dire che gli Stati Uniti siano stati impegnati militarmente nello Yemen dal 2012, appoggiando il proprio uomo a Sanaa per rafforzare la propria posizione geopolitica e strategica nella regione, il tutto con la motivazione della lotta al terrorismo. Sembra quindi ragionevole pensare che la Casa Bianca si riferisca all’aggressione saudita come qualcosa di legittimo e che la elogi in quanto tale. È altrettanto vero che la cosiddetta legittimità dell’operazione militare e dello stesso governo di Hadi dipenda dagli interessi degli Stati Uniti, non da altro.

Analizziamo ora il linguaggio usato dagli Stati Uniti per parlare della guerra contro lo Yemen, con tutti i punti ripetuti in continuazione dagli ufficiali statunitensi e da quasi tutti gli opinionisti dei mezzi di comunicazione per quanto riguarda le azioni russe in Crimea e Ucraina. Tutti, dal guerrafondaio repubblicano John McCain alla portavoce del dipartimento di Stato (e comica suo malgrado) Jen Psaki, hanno descritto le azioni di Mosca come l’aggressione russa. Sembra che quella frase da sola sia ormai diventata un ritornello a Washington e nelle trasmissioni dei mezzi di comunicazione asserviti e compiacenti, che parlano di una “chiara e inequivocabile aggressione contro l’integrità territoriale dell’Ucraina” e altri concetti altrettanto vacui.

Se, però, consideriamo per un momento i fatti in modo obiettivo, gli interessi militari diretti della Russia in Crimea, per non parlare della sicurezza e della libertà dei portavoce russi, si trovavano sotto una minaccia diretta dopo che il colpo di stato di Kiev, appoggiato dagli Stati Uniti, aveva rovesciato il governo corrotto ma eletto democraticamente nel 2014. Per tutta risposta, la Russia aveva lanciato un’operazione militare limitata per proteggere la Crimea e i suoi interessi. Questo punto è critico, perché questa operazione è stata portata a termine senza spargimento di sangue, attacchi aerei o colpi d’arma da fuoco. Sebbene si possa dimenticare questo particolare in mezzo al frastuono di urla bellicose e voci incredule di Washington, gli osservatori politici non dovrebbero scordarlo. Di fatto, la cosiddetta aggressione russa in Crimea è stata totalmente pacifica e, come risulta evidente, anche difensiva. D’altro canto, le cosiddette azioni legittime degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e dei loro alleati non rappresenterebbero un’aggressione, nonostante venga da pensare che le dozzine (se non più a questo punto) di famiglie che hanno perso padri, madri e figli durante i bombardamenti le descriverebbero come tali.

Bisognerebbe tener presente che, al contrario della Crimea, dove la popolazione aveva avuto la possibilità di decidere in modo democratico del proprio destino, gli yemeniti non hanno avuto la stessa scelta. Per anni ci son state proteste interne in seguito alla guerra civile e alla riunificazione dello Yemen del nord e del sud; qualsiasi tipo di stabilità abbia potuto offrire il nuovo ordine guidato dagli Houthi, ormai è acqua passata. Come se non bastasse, affermare che lo Yemen fosse uno stato funzionante con Hadi alla guida sarebbe come dire che la Francia lo fosse sotto il regime di Vichy. La destituzione di Hadi ha aperto la porta alla nascita di una nazione veramente indipendente, proprio ciò che l’Arabia Saudita e i suoi alleati non potevano accettare, perché avrebbe creato un precedente pericoloso per la loro opposizione interna che, a ragione, vede la Dinastia Saudita come una sorta di delegato degli Stati Uniti e di Israele.

Si consideri ora la retorica di ciò che si definisce aggressione al parlare dell’appoggio estremamente limitato della Russia ai ribelli di Donetsk e Lugansk contrari a Kiev. Al sentire i mezzi di comunicazione occidentali, verrebbe da pensare che le truppe russe abbiano invaso in massa quelle regioni e combattuto una guerra contro le forze della capitale. In realtà, nonostante le decine di accuse e le centinaia di notizie, non esiste ancora nessuna prova di alcuna presenza militare diretta della Russia nell’Ucraina orientale. È vero che ci sono volontari e armi russe, ma questi non possono essere considerati prove di un’invasione né, ancor meno, di un appoggio militare delle dimensioni di quello autorizzato dagli Stati Uniti per Kiev. Anche da un punto di vista russofobico si dovrebbe ammettere, seppur controvoglia, che la presenza russa nell’Ucraina orientale sia minima e indiretta.

Si metta questo a confronto con il bombardamento dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, un attacco portato a termine con ingenti armamenti. In poche ore, l’alleanza appoggiata dagli Stati Uniti ha usato più tecnologia militare e causato più devastazione di quanto non abbia fatto la Russia in dodici mesi. Il problema delle dimensioni è fondamentale: Mosca, giustamente, vede come una minaccia alle proprie frontiere e ai propri interessi la presenza a Kiev di un regime sostenuto dagli USA, ma ha dimostrato un grande autocontrollo nelle proprie azioni. Al contrario, l’Arabia Saudita, che a sua volta vede uno Yemen guidato dagli Houthi come un pericolo per i propri confini e interessi, ha scatenato un’enorme campagna militare per distruggere il movimento e il relativo regime e per riportare Hadi al potere.

Il livello di ipocrisia degli USA, dei loro alleati e dei mezzi di comunicazione compiacenti non potrebbe essere più evidente. La Russia viene definita aggressore, mentre l’Arabia Saudita è un difensore. L’Iran sta sponsorizzando un cambio di regime nello Yemen, mentre gli Stati Uniti hanno semplicemente appoggiato le cosiddette forze diplomatiche in Ucraina. Assad deve andarsene, ma Hadi può stare. Non per voler insistere, ma sembra ovvio che la legittimità o meno venga decisa dagli USA in base ai propri interessi, non alle leggi internazionali e ai fatti obiettivi.

Tutto ciò è risaputo nel mondo non occidentale, mentre negli Stati Uniti e nell’Occidente in generale, la storia la scrivono i poteri che cercano di promuovere i propri progetti. Sono loro a scegliere le parole e a decidere cosa sia o non sia accettabile. Loro dirigono il Ministero della verità e gli psicocriminali che mettono in dubbio la loro parola sono pericolosi sovversivi e propagandisti. In realtà, a dirla tutta, coloro che mettono in dubbio queste versioni sono coloro che, nella storia, si sono sempre trovati dalla parte della ragione, dal Vietnam all’Iraq, alla Libia, la Siria e lo Yemen.

 

Traduzione di Emma Becciu

 

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