domenica, Settembre 19

Le lobby 2014 field_506ffb1d3dbe2

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La recente entrata in vigore, lo scorso 31 dicembre, del così detto ‘decreto milleproroghe‘   -ha introdotto una novità: quest’anno eccezionalmente il provvedimento del Governo Letta è stato ideato con una  divisione in due parti separate, una, il D.L. 150/2013, dedicata alle proroghe più eterogene- non mille ma quasi quest’anno -e un’altra, il D.L. 151/2013, specificamente rivolta alle esigenze dei sistemi di governo locale, provinciale e regionale. Gianfranco Pasquino, politologo e James Anderson Senior Adjunct Professor presso la John Hopkins University di Bologna, è stato particolarmente chiaro su merito e metodo dei due decreti, e, in un suo recente articolo che pone in evidenza il nesso tra lobby e tale tipologia di provvedimenti omnibus, ha osservato: «Nessuna sorpresa che si sia verificato un accumulo di provvedimenti, alcuni dei quali importanti e, dunque, anche fonte di divisione nella maggioranza. Le responsabilità del governo impallidiscono di fronte a quelle di un Parlamento guidato da Presidenti neofiti che non hanno le conoscenze e neppure la forza politica personale per pilotare, come dovrebbero, i disegni di legge del governo, per imporre tempi certi, per bocciare gli emendamenti evidentemente clientelari, per contrastare quei parlamentari, facilmente identificabili, che, non contrastati dai loro capigruppo, sono portatori di interessi lobbistici.». E dunque, le due distinte parti del Decreto mille proroghe di fine anno sono, di fatto, ostaggio di rappresentanti di interessi particolari che premono sull’Esecutivo, nella fase più complessa dell’anno politico.
Il mille proroghe viene, infatti, preparato e licenziato in quei pochi giorni che separano il Governo dalla conclusione dell’anno e in cui l’Esecutivo è chiamato a varare con urgenza concreti provvedimenti atti a garantire l’efficacia delle disposizioni legislative poste in bilico dalla mancata conclusione di determinati iter legislativi in Parlamento. Così, la pressione delle lobby, il vincolo del tempo davvero ridotto, anche a causa delle difficoltà nell’approvazione della legge di stabilità, e una dialettica spesso non lineare tra Parlamento ed Esecutivo portano il provvedimento del Governo ad essere necessariamente oggetto di aggiudicazione di risorse scarse ma contendibili.

I Decreti Legge 150 e 151 del 2013 ci restituiscono il disegno dei gruppi di pressione che con maggiore efficacia hanno rappresentato i propri interessi nei confronti di un Esecutivo in debito di ossigeno, dopo l’ardua decisione di Giorgio Napolitano, un Presidente della Repubblica di cui difficilmente ci dimenticheremo a fine mandato, di non promulgare la legge di conversione del Decreto ‘Salva Roma’, il D.L. 126/2013, lo scorso 27 dicembre. Parte del decreto legge ‘Salva Roma’ è stata ripresa nei due milleproroghe, mentre altri commi del testo originario, troppo distanti per finalità e materia, sono stati lasciati cadere dal Governo di Enrico Letta.  Ma i due decreti mille proroghe ci mostrano anche, con l’indicazione della proroga a metà o alla fine del 2014, quali saranno i gruppi di pressione che presumibilmente si attiveranno all’interno del sistema politico, cercando di orientare le decisioni collettive solo momentaneamente prorogate dai D.L. 150 e 151 del 2013.

Lungi dal muoverci nel perimetro dell’esercizio di futurologia, si propone qui una lettura critica e ragionata delle misure intraprese dall’Esecutivo per le proroghe specifiche. Del resto quando si parla di azioni delle lobby in Italia vale la massima di Confucio che recita: “Studia il passato se vuoi prevedere il futuro”.

Il primo caso è sicuramente legato al rinvio della ‘web tax’, ovvero la previsone legislativa che le compagnie internet che usufruiscono di spazi pubblicitari nell’esercizio del commercio on-line debbano dotarsi di una partita IVA italiana. La norma, fortemente voluta da Francesco Boccia, esponente del PD a capo della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, è stata oggetto di controversie sia dentro al sistema politico italiano (è il caso di ricordare che Matteo Renzi, neo-Segretario del PD, si era opposto alla prima formulazione della disciplina, che imponeva l’apertura di una partita IVA per qualunque soggetto imprenditoriale volesse esercitare commercio elettronico in Italia), sia dentro al sistema politico europeo. In quest’ambito, Emer Traynor,  la portavoce di Algirdas Semeta, il Commissario europeo per la Fiscalità e l’unione doganale, ha dichiarato che la web tax, così come essa è formulata sembra «contraria alle libertà fondamentali e i principi di non-discriminazione dei trattati». E se l’applicazione della web tax slitta di sei mesi, con la previsione nel mille proroghe dell’entrata in vigore il 1 luglio 2013, c’è da scommettere che le grandi imprese Internet, Google, con sede fiscale in Irlanda, Skype domiciliata ai fini delle tasse in Lussemburgo, Amazon , Facebook e Apple  non staranno certo ferme ad attendere l’applicazione della nuova disciplina fiscale, provvedendo a realizzare mirate azioni di lobbying tanto sulla Commissione europea, già peraltro orientata in senso sfavorevole alla imposta pensata da Boccia, quanto sull’esecutivo e sui partiti nazionali. Inoltre, l’efficace azione di rappresentanza degli interessi da sempre condotta da American Chamber of Commerce, il soggetto associativo delle imprese statunitensi che intendono svolgere attività commerciali nel mondo, potrà rappresentare lo strumento istituzionale più idoneo per fornire una mediazione tra il blocco delle imprese Big Tech americane e il sistema istituzionale nazionale. Con una lotta tra gli interessi delle grandi imprese globali di Internet da una parte e dei soggetti editoriali e concessionari di pubblicità nazionali dall’altra, come Carlo De Benedetti, che si è espresso recentemente a favore della web tax, la battaglia della nuova tassa per le grandi imprese dell’Internet globale promette sorprese interessanti a luglio.

In materia, invece, di gruppi di interesse istituzionali, ovvero legati a realtà pubbliche di natura territoriale, come Regioni, Province, Comuni, sembra possibile identificare una grande capacità di attivazione del Comune di Milano per conseguire fondi per la realizzazione di Expo 2015.
Al di là delle ormai consuete dichiarazioni sulla importanza del grande evento per generare sviluppo, occupazione e crescita sul territorio, occorre rilevare come per la realizzazione di Expo 2015 siano state attribuite, fino ad ora, risorse nel D.L. 151/2013 pari a 25 milioni di euro. L’attivismo a favore di Expo 2015 di Maurizio Lupi, alla guida del Dicastero dei Trasporti e delle Infrastrutture e fortemente radicato a livello elettorale in lombardia, è noto. E’ certamente interessante notare che la cifra conferita ad Expo 2015 fosse contenuta in un provvedimento prevalentemente rivolto a fornire risorse per la salvaguardia del bilancio di Roma Capitale, come la seconda parte del Milleproroghe, già ‘SalvaRoma’. Ma quello che è ancora più singolare è che Expo 2015 si sta sempre più configurando come  il vero elisir in grado di allungare la vita dell’Esecutivo Letta dopo il termine del semestre di presidenza italiana della UE nella seconda metà del 2014. E se la scadenza europea era finora considerata come il termine naturale della durata dell’esecutivo delle (sempre meno) larghe intese, l’approssimarsi di un evento così rilevante per la comunità internazionale come l’Expo 2015 si propone come un nuovo orizzonte per il Governo, pronto ad offrire sul piatto sin da ora, risorse per il sistema regionale lombardo, per le sue imprese, per le infrastrutture, in un’ottica di contributi così omnibus da non vedere altra motivazione che «concorso al finanziamento delle spese per la realizzazione di Expo 2015». C’è da aspettarsi che i fondi per l’Expo erogati dall’Esecutivo non siano gli unici o gli ultimi per lo scopo e che gli importanti soggetti economici dei distretti industriali che insistono sul territorio milanese si attivino nuovamente per ottenere ulteriori contributi, che il Governo Letta potrebbe essere favorevolmente disposto a conferire.

Ma al di là della rappresentanza degli interessi territoriali  -nella parte ‘Salva Roma’ sono presenti erogazioni di contributi in favore anche della Regione Sardegna, colpita da calamità naturale, della Regione Campania, con 50 milioni di euro in relazione al finanziamento del piano di rientro,  delle Province, così difficili da estinguere, anche grazie alla volontà di ferro dell’UPI, l’Unione Province Italiane- la rappresentanza degli interessi particolari ha trovato una parte importante anche per soggetti quali ANAS, già destinataria di importanti contributi in legge di stabilità, di Rete Ferroviaria Italiana e Trenitalia, quest’ultima beneficiaria di finanziamenti per il funzionamento della rete ferroviaria in Sicilia e in Valle d’Aosta (23 milioni di euro solo per quest’ultima).
Le grandi imprese italiane, specialmente quelle eredi del regime di monopolio nella gestione di servizi di pubblica utilità, si confermano particolarmente efficaci  -ed ascoltate dall’attuale Esecutivo-  nella propria attività di rappresentanza degli interessi particolari. In questo senso, è facile prevedere che in un contesto di frammentarietà e instabilità del sistema politico sia più facile per il Governo Letta dare seguito alle richieste di questi -pochi- grandi soggetti imprenditoriali piuttosto che ascoltare le mille discordanti e meno organizzate voci che provengono dal mondo delle PMI italiane o le voci delle grandi realtà associative del neo-corporativismo, come Confindustria e Sindacati. E se nel sentire comune l’Esecutivo di Monti si connotava come ‘il Governo delle banche’, la nuova stagione di Letta sembra privilegiare gli interessi delle grandi imprese italiane del settore delle public utilities. 

Per scoprire quale di questi grandi soggetti sarà in grado di far prevalere i propri interessi particolari dentro al sistema politico italiano, non resta che affidarsi al tempo e alla massima di Albert Einstein: «Non penso mai al futuro, arriva così presto». Il primo luglio 2014, con il suo carico di promesse e aspettative è già alle porte.

 

 

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