giovedì, Settembre 16

Le lobbies proisraeliane Intervista a Claudio Moffa, lobbies proisraeliane dagli USA alla Prima Repubblica italiana fino a Mani Pulite

0

 aldo-moro.ritrovamento

Il lobbismo proisraeliano? È difficile paragonarlo al modello di lobby vigente ufficialmente negli USA: un team di un’azienda che contatta e fa pressioni sui congressisti perché passi una legge in suo favore. C’è anche questo, ma il pressing è sorretto da molti altri canali di condizionamento, e diventa capace, se non contrastato, di incidere nelle scelte di tutti i gangli decisori di una società e di una Nazione. L’attivismo delle diaspore punta, infatti, a esercitare un vero e proprio dualismo di poteri rispetto ai Governi legittimi, ai partiti e ai Parlamenti nazionali.
Negli Stati Uniti, scriveva il giornalista Serge Halimi su ‘Le Monde diplomatique’ già nel 1989, certe associazioni ebraiche americane (l’AIPACAmerican Israel Public Affairs Committee– in particolare) sono «uno Stato nello Stato». In Europa, ricordava sei anni dopo il Sottosegretario agli Esteri Strobe Talbott citato da ‘Il Corriere della Sera‘ del 19 gennaio 1995, gli USA trattavano George Soros come uno Stato, tanta era già allora la sua influenza. Tale influenza della grande finanza proisraeliana ha prodromi cruciali  nella storia americana -si pensi al racconto di Gore Vidal su Kennedy e la valigetta con due milioni di dollari consegnati a Harry Truman perché, in cambio dei finanziamenti per la sua campagna elettorale, riconoscesse lo Stato d’Israele- e arriva fino ai nostri giorni.
Ecco, dunque, martedì scorso, le rivelazioni alla ‘CNN‘ di Soros, sul suo sostegno ai golpisti di Kiev. E, quasi contemporaneamente, ecco da una parte ‘le urla di Obama al telefono contro Nethanyahu’, dall’altra e quasi in contemporanea le dichiarazioni opposte del portavoce del Pentagono John Kirby, che il 23 luglio aveva dato l’assenso alla richiesta dei militari israeliani di potersi rifornire di armi presso i depositi militari USA in Israele, così da sferrare l’attacco finale a Gaza.
Un gioco delle parti? Quello di Kirby sembra piuttosto un atto di ribellione contro il Presidente, sorretto da circoli potenti infiltrati nell’Amministrazione, e giustificato con l’alibi che -come ha scritto ‘L’Orient le Jour riportando una dichiarazione del portavoce della Difesa- «la decisione di consegnare munizioni agli Israeliani è stata puramente ministeriale e non necessitava dell’approvazione della Casa Bianca».
Del resto anche George Bush aveva avuto un problema simile, con i neocons interni all’Amministrazione -tutti o quasi ultrasionisti ebrei, ha scritto Christian Rocca de ‘Il Foglio‘- e con Donald Rumsfeld: ai primi di gennaio del 2003, un dispaccio di agenzia avvertiva che l’allora capo del Pentagono stava già trasferendo truppe americane nel Qatar, prima ancora che Colin Powell facesse propria la storiella delle ‘armi di distruzione di massa’ di Saddam Hussein. Poco dopo, un altro dispaccio  riportava la reazione irritata di Bush junior, «la guerra la decido io».  Non sarebbe stato così: Bush e Powell -favorevoli alla riduzione delle sanzioni contro Bagdad fino al settembre 2001-, hanno chinato la testa a una guerra voluta da Israele, come avrebbe denunciato pochi giorni prima dell’attacco del 20 marzo 2003, il congressista USA Jim Moran, poi messo a tacere dalla solita accusa di antisemitismo.

 

Di questo lobbismo proisraeliano che, dagli Stati Uniti all’Europa, passando dall’Italia, permea le Nazioni, abbiamo parlato nella lunga intervista che qualche giorno fa abbiamo realizzato con Claudio Moffa, professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali e di Storia del Diritto Internazionale all’Università di Teramo, e membro dell’ASDIE-Associazione degli Studiosi del Diritto Internazionale e Europeo. La prima parte di tale intervista (Proteggere Gaza con una no-fly zone) è stata pubblicata il 30 luglio.

Professore Moffa, anche in Italia c’è stato un percorso simile, un dualismo di poteri o di linee di politica estera? Penso alla tendenza che è stata definita euro mediterranea, da Mattei fino a Sigonella …
Assolutamente sì. Eric Salerno ha scritto un libro molto interessante, ‘Mossad base Italia‘, da cui si evince che fin dai tempi di Alcide De Gasperi   -anzi anche prima, fin dai tempi di Benito Mussolini, che aveva fatto transitare in  Italia migliaia se non decine di migliaia di ebrei in fuga dalla Germania nazista verso altri paesi, Palestina compresa-   l’Italia diede aiuti logistici al movimento sionista, addestrando gli aviatori del neonato Stato ebraico nell’aeroporto dell’Urbe a Roma, e  più in generale ‘chiudendo un occhio’ sulle attività del Mossad sul territorio nazionale. Ma accanto a questa tendenza, De Gasperi permise la nascita e lo sviluppo di una linea proaraba e mediterranea, e nel 1953 il suo Governo varò il capolavoro di Enrico Mattei, l’ENI. Inizia così la politica proaraba dell’epoca repubblicana, con il sostegno della Sinistra di Base –Ezio Vanoni, Giovanni Galloni, Giorgio La Pira– e con l’aiuto dello stesso Presidente Giovanni Gronchi. Mattei fece accordi con i Paesi arabi produttori di petrolio, concluse un’alleanza strettissima sia con Gamal Nasser, il Saddam dell’epoca, odiato da Israele,  sia con l’FLN algerino, combattuto da una OAS antigollista guidata da un filoisraeliano convinto, Jacques Soustelle. Avendo al suo attivo siffatte alleanze, Mattei fini per scontrarsi più volte, non solo con le compagnie petrolifere occidentali   -le mitiche ‘Sette sorelle‘- ma anche con Israele contro cui, nel 1957, avrebbe voluto avviare una campagna di stampa per le razzie dei soldati israeliani nei campi petroliferi italo-belga-egiziani nel Sinai.

Questo vuol dire che alle diverse ipotesi sulla morte di Mattei va aggiunta anche quella del Mossad? E comunque, dopo la sua scomparsa, come prosegue la linea euro mediterranea?
Sì, l’ipotesi può benissimo essere aggiunta: peraltro  -come riconosciuto recentemente e pubblicamente da un altro storico di Mattei, un collega tanto bravo quanto onesto intellettualmente, parlo di Nico Perrone–  la ‘pista Mossad’ non confligge con la sua, di Perrone, quella di un assassinio targato anche CIA e causato -nei giorni della crisi di Cuba– anche dalla forte opzione neutralista del Presidente dell’ENI. Anche l’OAS, abbiamo visto, era filosionista, e non a caso tutta la comunità ebraica in Algeria la sosteneva (vedasi Egisto Corradi, ‘Corriere della Sera‘, 17 gennaio 1961). Del resto dopo l’attentato di Bascapé in cui morì Mattei, la linea proaraba dell’ENI e dell’Italia conobbe un declino: Eugenio Cefis, che aveva avuto rapporti con Israele all’insaputa del suo Presidente, bloccò ad esempio un accordo importante con l’Algeria. Un declino, ma non la completa scomparsa. Infatti la politica euro mediterranea    -che ai tempi di Mattei aveva il sostegno di una corrente democristiana, appunto quella della sinistra di base di Vanoni, La Pira, Galloni-   continuò, ma come opzione di singoli leaders DC –Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giulio Andreotti– e del socialista Bettino Craxi.

 

SEQUESTRO MINCUZZI br-STELLA-A-6PUNTE
Un esempio di uso della stella a sei punte da parte delle BR 

Su tutte queste personalità è gravitata l’ombra del  Mossad, o quanto meno di una trama sionista: Fanfani con la campagna sul divorzio di Marco Pannella e le idiozie di Lotta Continua (di cui fui partecipe) sul  fanfascismo; Moro, con il ruolo ambiguo di Mario Moretti, il brigatista della stella ‘comunista’ a 6 punte; le rivelazioni di Alberto Franceschini sul tentativo di aggancio del Mossad, le ammissioni dell’agente USA Steve Pieczenik sulla sua manipolazione omicida delle trattative per Moro; il litigio con Henry Kissinger che lo avrebbe fatto piangere; il lodo proarabo; la chiave di un’auto di una importante famiglia ebraica di Roma nel covo di via Gradoli; e chi più ne ha più ne metta. La pista Mossad per il caso Moro non è un’invenzione dei complottisti: venne accreditata dalla Commissione stragi durante la guerra di Jugoslavia del 1999, e solo un attacco velenoso e violento di due ‘grandi firme’ del giornalismo italiano contro l’onesto Giovanni Pellegrino, il suo Presidente, pose fine a quello che poteva diventare, già 15 anni fa un dibattito sulla sovranità dell’Italia. Moro, peraltro, aveva osato sfidare anche i grandi poteri bancari con le 500 lire, gli ultimi ‘biglietti di Stato a corso legale’, cioè stampati direttamente dallo Stato, che dunque ne aveva acquisito interamente il reddito da signoraggio.

Lire_500
La banconota da 500 lire “di Aldo Moro”

Si potrebbe fare persino un raffronto ipotetico del delitto Moro con l’ancora oscura morte di John Fitzgerald Kennedy, il Presidente che Mattei avrebbe dovuto incontrare: un capo di Stato che dialogava anche lui con Nasser, che aveva scritto una lettera al Premier israeliano Levi Eshkol pochi mesi prima di morire a Dallas, chiedendo di far ispezionare la centrale nucleare di Dimona, e che come Moro aveva sfidato la FED emettendo, ad imitazione del suo predecessore Abraham Lincoln, certificati argentiferi statali. Quanto a Craxi e Andreotti, l’ombra di una trama sionista è più che tale, è una quasi certezza. I due leaders avevano sfidato Israele con Sigonella: se gli anni Settanta furono gli anni di una strategia della tensione in cui indizi di una presenza israeliana furono ritornanti, a cominciare da Piazza Fontana (vedi il libro di Paolo Cucchiarelli), per proseguire con l’anarco-kibutzista Gianfranco Bertoli, lo stragista della Questura di Milano legato al Mossad; poi con il caso Argo e quello già citato di Moro, e infine forse (se non sono da scartare alcune dichiarazioni del terrorista Carlos) con il massacro di Bologna; il decennio successivo si dipana anch’esso lungo il binario della cruciale collocazione italiana nel conflitto israelo-palestinese. La collocazione geografica della penisola detta le sue leggi. Così, quel decennio è segnato prima dalla Dichiarazione di Venezia pro-OLP del 1980, poi dalla crisi di Sigonella (1985), poi ancora dal durissimo confronto che ne seguì fra il duo Craxi-Andreotti, forti dell’appoggio del PCI e persino di Democrazia proletaria per quel che riguarda la difesa dei palestinesi, e il PRI di Giovanni Spadolini, dichiaratamente filoisraeliano. Non a caso gli anni Ottanta sono stati oggetto di storiografia a sé: accaddero cose oggi sepolte dall’oblio, come un discorso di fuoco di Spadolini in Israele, in cui l’allora Ministro Difesa  -dopo aver attaccato duramente un ‘integralismo islamico’ che non c’entrava nulla con le organizzazioni palestinesi dell’epoca-   aveva citato persino il Talmud:  un afflato pro-isrealiano che suonava come un attacco frontale ad  Andreotti e Craxi. Il PRI sarebbe sopravvissuto a Tangentopoli, il PSI e la DC no. Forse non è un caso …

Lei vuol dire che anche Tangentopoli può rientrare nella prospettiva che abbiamo fin qui considerato?
Sì, il decennio si conclude con l’incubazione di Tangentopoli, i primi contatti milanesi di Antonio Di Pietro con il console ebreo americano Peter Semler, e poi i suoi viaggi negli USA, mentore  e accompagnatore il famoso Edward Luttwak, un politologo di orientamento così chiaramente prosionista da scrivere un articolo su’L’Unità’, durante la Guerra del golfo del 1991, cui l’allora direttore Renzo Foa avrebbe posto questo titolo: ‘Invadere l’Iraq? Troppo costoso, meglio bombardare‘. Due anni fa Luttwak è stato additato da Ruggero Guarini, intervenuto sull’onda delle polemiche su Di Pietro come il ‘distintissimo socio’ di ‘un circolo ebraico-americano dei promotori di Mani Pulite’, intenzionato a farla pagare ai due leaders italiani (vedasi ‘Il Tempo‘, 10 agosto 2012). Una vendetta insomma, una lettura sicuramente da prendere in considerazione, ma Tangentopoli  -di cui stranamente la politologia e l’opinionistica rifiutano di indagare gli aspetti economici, sempre richiamati in occasioni di guerre e eventi cruciali di quale che sia epoca-   è anche qualcosa di più. Entriamo infatti nell’era della finanziarizzazione selvaggia, Tangentopoli ne è vettore principale, e l’Italia democratica, democristiana e socialista conoscerà un destino non diverso da quello toccato al gigante sovietico. Bisogna porsi al di sopra dei modelli sociali e dei sistemi politico-ideologici -quel che fa appunto il grande capitale bancario e finanziario- per accettare una simile chiave di lettura.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->