sabato, Settembre 25

Le Imprese falliscono perché a secco di credito field_506ffb1d3dbe2

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Ginevra – In Italia la circolazione della moneta subisce un rallentamento alla fonte, nella sua prima fase. Subendo un trattamento caratterizzato da tassi spesso da usura o rifiuto di concessione di linee creditizie, pur facendo buoni affari le PMI (piccole e medie imprese italiane) sono spesso costrette a chiudere i battenti. Gli istituti di credito di tutti i 17 Paesi dell’Eurozona hanno ottenuto prestiti a tre anni a condizioni favorevoli da parte della Banca centrale europea, ma il vantaggio non si è poi trasferito nell’economia reale. A questo Mario Draghi dovrebbe porre rimedio al più presto.

Impegnate come sono a far quadrare i bilanci e ad alzare i livelli di liquidità, le banche non prestano più a famiglie e imprese. Ma, si chiede l’economista Elido Fazi, così non «si rischia forse di distruggere la parte più preziosa e dinamica dell’economia italiana?» Oltre al bisogno di conservare denaro a disposizione in bilancio, un’altra scusa tipica delle banche per difendersi dalle accuse di aver interrotto i finanziamenti alle imprese è il fatto che la domanda di credito in arrivo dal settore aziendale sia calata. Non è sempre il caso.

Le vicende raccontate nell’ultimo articolo del ‘Wall Street Journal’ a firma Giovanni Legorano vanno per esempio in tutta un’altra direzione. Pietro Fattorini, proprietario di una società di marmo nelle Marche ha dovuto fare ricorso all’amministrazione controllata, ma non per carenza di domanda. L’azienda fondata 23 anni fa continua a ricevere tanti ordini dai clienti stranieri.

Per anni però Banca Marche ha esteso una linea di credito da €800 mila euro al signor Fattorini. E mentre lo faceva la società di marmo realizzava fatturati in aumento del 20% costante dal 2008, mentre l’istituto chiudeva i rubinetti, riducendo la linea creditizia a €150 mila, domandando un collaterale e aggiungendo per la prima volta una commissione. Questa situazione ha spinto l’imprenditore 47enne ha dichiarare il fallimento a settembre. Non è l’unico caso. Il Monte dei Paschi di Siena, che ha perso €8 miliardi e 500 milioni negli ultimi tre anni, è diventato l’esempio dell’effetto domino che hanno i guai di un istituto di credito sulle comunità aziendali locali.

Nei giorni scorsi in un editoriale sul ‘Financial Times’ Martin Wolf ha posto all’attenzione dei lettori una tendenza poco nota, la cosiddetta ‘Monetizzazione parziale del debito’: i soldi entrano nelle banche a tassi vicino allo zero e lì rimangono congelati, impiegati spesso solo per fare acquisti di titoli pubblici. Il processo finisce per instaurare un legame incestuoso tra debito privato e sovrano, con il pericolo di formare un ciclo vizioso da cui non si torna più indietro.

Tra il primo trimestre del 2008 e il secondo trimestre del 2013, ricorda nel suo blog Fazi, ex Vice Presidente per l’Europa Meridionale dell’Economist Intelligence Unit, la domanda nominale dei paesi dell’Eurozona è aumentata di appena l’1% e il Pil nominale è aumentato solo del 3,4%. Tuttavia al contempo l’offerta di moneta è rimasta ferma ai livelli del 2008, nonostante una forte crescita della base monetaria. La banca, una volta creatore di lavoro e principale fonte di finanziamento primaria in Italia, sta licenziando migliaia di persone in diverse regioni d’Italia. Gli istituti di credito commerciali stanno via via riducendo le attività di prestito e stanno ridimensionando le spese sui gruppi attivi a livello regionale e comunale. Emblematico è il caso del Monte Paschi di Siena.

I prestiti inesigibili sono saliti del 35% dalla fine del 2011 a oggi e come visto non dipende solo dal calo della domanda riscontrato dalle piccole e medie imprese. I finanziamenti alle società sono scesi del 5% nello stesso periodo, secondo gli ultimi dati dell’ABI (Associazione dei Banchieri Italiani). La stretta creditizia ha pesato in particolare sulle società più piccole meno attrezzate, che rappresentano oltre il 90% delle aziende italiane, come mostra l’esempio di Fattorini.

Queste ultime, non potendo ad esempio emettere bond, spesso non hanno altra scelta che trovare risorse esterne rivolgendosi alle banche. Ma la siccità di linee creditizie dà il colpo di grazia a molti di quei gruppi che devono fare i conti anche con una riduzione della domanda in un contesto recessivo. In altri tempi un’azienda di successo come quella di Fattorini in una regione come le Marche, nota per le sue vibranti industrie di scarpe, mobili e arredamento, avrebbe prosperato rigogliosa.

Ai tempi della crisi d’oggi, con il Paese che non cresce da nove trimestri e le banche che hanno chiuso i rubinetti, si va invece ad aggiungere al numero di fallimenti in costante aumento. Una cifra che non era così alta da 10 anni a questa parte. Sono oltre 62 mila le imprese che hanno chiuso i battenti nei primi nove mesi dell’anno, secondo le cifre pubblicate dalla società di ricerche Cerved, per un aumento del 7,3% dall’analogo periodo 2012 e un rialzo del 57% da 10 anni fa.

Prendendo come arco temporale il periodo che intercorre tra il maggio del 2012 e il maggio del 2013, si vede che il credit crunch ha colpito soprattutto il Sud d’Italia. La liquidità dei privati in Calabria è scesa del – 4,3%, per una contrazione del credito di 374 milioni di euro), in Basilicata del -4,2% (-102 milioni), in Sicilia e Molise del -2,7% (cali rispettivamente di 789 e di 40 milioni di euro) e in Campania del -2,6% con un monte impieghi diminuito di 794 milioni. Le realtà meno esposte al fenomeno dell’usura sono in primo luogo il Trentino Alto Adige, la Valle d`Aosta, e il Friuli Venezia Giulia.

In una realtà drammatica come questa, famiglie e imprese sono costrette a ricorrere anche a tassi di finanziamento elevati. Stando all’analisi dell’indice che misura il rischio usura, stilato da 15 anni circa dall’ Ufficio studi della Cgia di Mestre, è emerso che nel 2012 le regioni italiane in cui la penetrazione dell’usura è stata più invasiva sono state, ancora una volta, le regioni del Mezzogiorno sopra citate.

A stupire non sono solo le dimensioni del fenomeno, ma anche le motivazioni per le quali molti cadono nelle mani degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi per artigiani e commercianti, sono «le scadenze fiscali a spingere molti operatori economici nella morsa degli usurai». Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, «sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie o infortuni»., si legge nel rapporto della Cgia.

Gli ultimi dati sulla liquidità pubblicati dalla Bce tratteggiano un quadro poco incoraggiante in tutta l’area euro, mostrando ancora una certa criticità accentuata all’interno della regione. In ottobre l’aggregato monetario M3 è rallentato all’1,4% su base annuale, scendendo ai minimi dal 2011 e ben sotto il livello obiettivo dell’istituto di Francoforte del 4,5%. I prestiti al settore privato nel mese di ottobre si sono contratti del 2,1% anno su anno: si tratta del calo maggiore dall’inizio della serie.

E i guai delle banche stanno facendo fallire le imprese a un ritmo sempre più preoccupantemente sostenuto. Vista l’ampiezza del fenomeno, il Governo italiano ha studiato un modo per cercare di arginare il problema. L’istituzione – definite tra le righe della legge di Stabilità – di un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, che servirà per ottenere con meno difficoltà un prestito. mobilitando la Cassa Depositi e Prestiti i fondi a disposizione saranno 1,6 miliardi di euro spalmati per i prossimi tre anni.

Un po’ pochi per risolvere un problema della portata di questo credit crunc. Nei primi nove mesi dell’anno i prestiti erogati alle società non finanziarie in Italia sono stati pari a 305 miliardi di euro, ben 51 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E pensare che appena cinque anni prima i nuovi prestiti hanno sfiorato i 500 miliardi, facendo dunque il 38% meglio. Il circolo vizioso continua a mietere le sue vittime, al ritmo di 40 fallimenti al giorno.

 

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