venerdì, Giugno 18

Le gallerie di Gaza La quintessenza dello spirito di sopravvivenza, ma Israele prova a smantellarle

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gallerie di gaza

Ormai non è più un segreto per nessuno che sotto la Striscia di Gaza si trova una complessa rete di gallerie. Una rete talmente importante che alcuni parlano addirittura di un mondo sotterraneo parallelo, di una città sotto la città. Che questa definizione sia esagerata o meno tali gallerie costituiscono un mezzo scaltro per migliorare, almeno un po’, la difficile vita quotidiana degli abitanti di quei territori.  Si tratta di una sorta di stratagemma usato dagli abitanti di Gaza per aggirare il blocco che ha trasformato quest’area in una prigione a cielo aperto, di una via per togliere dall’incubo in cui vivono circa 1 milione e 900 mila persone. Bisogna ammettere che queste gallerie sono la quintessenza dello spirito di sopravvivenza.

Paradossalmente, tuttavia, rappresentano anche una fonte di inaudite sofferenze poiché sono una delle cause di varie offensive israeliane delle quali l’ultima risale all’estate scorsa, che è stata una delle più sanguinose e micidiali. In effetti, una delle argomentazioni ripetute come litanie dallo Stato ebraico per giustificare i massacri perpetrati dalla sua macchina di guerra che ha bombardato centinaia di case e ha raso al suolo interi quartieri, è proprio l’esistenza e la necessità di smantellare questi famosi passaggi sotterranei, soprattutto quelli usati per le operazioni di resistenza definite atti terroristici da Israele.

È importante a tale proposito sottolineare che esistono tre tipologie di gallerie: quelle che collegano la Striscia di Gaza all’Egitto, che servono per il contrabbando di merci e la fuoriuscita di persone che vogliono recarsi all’estero, quelle utilizzate dai movimenti di resistenza, tra cui Hamas, le quali sboccano anch’esse in Egitto e consentono l’approvvigionamento di armi, munizioni e contanti e, infine, quelle che portano nel territorio israeliano con l’obiettivo principale di effettuare operazioni di resistenza. Tali gallerie, ultra segrete, sono appannaggio esclusivo del movimento Hamas.

Oggi il loro numero è più che mai alto, e rappresentano la principale preoccupazione dello Stato ebraico, che si trova nella condizione di dover affrontare un fenomeno nuovo che ha già dimostrato la sua efficacia nel minacciare la tranquillità dei cittadini e contro il quale tutti i mezzi disponibili sono stati vani. Gli israeliani hanno scoperto, con stupore, la loro estensione durante l’operazione ‘’bordo protettivo’’  quando i combattenti di Hamas, grazie a quelle gallerie, hanno moltiplicato le loro operazioni contro le basi dell’esercito all’interno del territorio israeliano e i combattimenti sul territorio, infliggendo grosse perdite ai soldati d’élite, nonostante la loro fama di essere abili professionisti. Questa è la prima volta che accade qualcosa del genere da quando è scoppiato il conflitto israeliano-palestinese. Ciò si aggiunge alla cattura di soldati che Hamas afferma di avere in propria mano e che intende utilizzare come mezzo di coercizione nei negoziati previsti prossimamente.

Distruggere quelle gallerie è diventato improvvisamente una delle principali priorità del governo di Netanyahu. Ma riuscirà a portare a termine questo obiettivo, sapendo che finora ha provato tutti i mezzi, dai più primitivi ai più sofisticati, senza poter raggiungere risultati effettivi? Le autorità israeliane ammettono, attraverso i loro organi stampa e i loro responsabili, che nulla garantisce di poter scoprire tutte le gallerie, e nessuno è in grado di mettere a punto un meccanismo in grado di impedire ai gruppi armati di costruirne di nuove. L’esercito sostiene di averne trovate e eliminate una trentina, mentre gli Stati Uniti, basandosi su informazioni del satellite NRO e NASA parlano di sessanta gallerie. Nonostante questa constatazione piuttosto pessimista e invece di favorire un accordo politico che metta fine allo strazio dell’occupazione, Israele ha privilegiato le maniere forti più radicali, bombardando case, moschee e ospedali al minimo sospetto. Quest’estate, come nel 2012 e nel momento dell’operazione «piombo fuso» nel gennaio 2009, aerei, elicotteri e carri armati israeliani hanno bombardato intensamente l’insediamento assediato,  senza operare alcuna distinzione, tra combattenti e civili, seminando morte e terrore fino al punto di rischiare l’accusa di criminali di guerra da parte della maggioranza dell’opinione pubblica internazionale, inclusi i loro amici tradizionali che hanno l’abitudine di chiudere gli occhi qualunque cosa facciano.

Tenendo conto della densità della popolazione in questo territorio così piccolo, i palestinesi saranno ovunque scudi umani perché le gallerie sono costruite nelle viscere della Striscia di Gaza, all’insaputa della popolazione palestinese, che in ogni offensiva diventa la prima vittima della repressione. Un buon numero di imboccature di gallerie si troverebbe nelle case o in altre aree private mantenute nel massimo segreto.  «Per sradicarle dovranno radere al suolo tutto l’insediamento e noi con esso!», esclama Oum Mhamed che ha perduto la propria casa nel corso di un bombardamento contro Choujaya. Lei confessa che stenta a credere all’esistenza di quelle gallerie sotterranee. «Se quelle gallerie sono veramente sotto i nostri piedi dovrebbero essere state costruite in segreto,  io non ho visto nulla… Ma ciò non impedisce che siamo noi a pagare il prezzo maggiore a ogni offensiva» ha sottolineato prima di aggiungere con tristezza: «io non ho altra scelta che accettare il mio destino e aspettare con pazienza la fine di questo incubo».

L’origine delle prime gallerie risale all’epoca in cui la città di confine di Rafah è stata divisa in due parti, in base al trattato di pace tra Israele e Egitto nel 1979. Una divisione che ha spinto famiglie palestinesi, rimaste separate, a scavare i primi passaggi segreti quali mezzi di favorire le visite e le comunicazioni. Le seconde, invece, hanno cominciato a essere costruite verso la metà del primo decennio del XXI secolo, durante la seconda intifada, allo scopo principale di catturare soldati israeliani da utilizzare come moneta di scambio contro prigionieri palestinesi che marcivano nelle carceri israeliane. Il sequestro del soldato Guilad Shalit, rimasto in cattività per quasi cinque anni nelle mani del movimento Hamas, è stato effettuato utilizzando questi tipi di gallerie. Un’operazione che, va ricordato,  aveva comunque provocato due morti tra i soldati israeliani.

Con il passare degli anni, le gallerie sono diventate un progetto strategico che serve tanto per obiettivi difensivi quanto per operazioni offensive. Dalle gallerie si conduce la battaglia, si fabbricano, si sviluppano o si perfezionano gli obici. Il numero di gallerie si è moltiplicato sulla scia di un colpo di mano realizzato dal movimento Hamas nel 2007, quando Israele aveva imposto un blocco totale intorno a Gaza creando penurie di tutti i tipi tra la popolazione, cariche di conseguenze. Non si trovavano più generi alimentari, medicine, gas, carburante o elettricità… In poche parole avevano creato una situazione umanitaria catastrofica. Gli islamisti che hanno preso il potere hanno subito preso il controllo del traffico attraverso le gallerie imponendo tasse e percentuali su ogni galleria e su ogni prodotto che vi passa. Si tratta di una fonte d’ingressi molto importante che frutta loro milioni di dollari ogni anno. Hanno persino creato un ministero ad hoc che gestisce questo traffico molto redditizio che, insieme agli aiuti provenienti dal Qatar e dall’Iran, ha consentito loro di gestire facilmente la situazione a Gaza e di sviluppare e industrializzare questo nuovo business.

La città di confine di Rafah, un tempo nota per la povertà dei suoi abitanti nonché per l’elevato tasso di disoccupazione che colpisce la popolazione, è diventata improvvisamente la «capitale economica» della Striscia di Gaza in cui il volume d’affari legato a quel mondo sotterraneo è in pieno apogeo e crea molti milionari. Vi passa di tutto, da semplici prodotti di consumo,  al carburante, elettrodomestici, telefonini, bestiame e perfino veicoli! Alcune gallerie sono scavate a pochi metri sotto terra, altre invece a circa trenta metri e anche più. Un buon numero di gallerie è dotato di cavi elettrici, di linee telefoniche, di sistemi di areazione e di alimentazione d’ossigeno, nonché di ascensori o di binari che rendono più agevoli gli spostamenti. Ci sono gallerie chiamate VIP che usano le persone più facoltose!

Questa «età dell’oro» non è tuttavia durata a lungo. Dopo la caduta del regime di Morsi nato dai fratelli musulmani, le autorità egiziane hanno effettuato la demolizione sistematica di queste gallerie accusando il movimento di Hamas di essere coinvolto in attentati contro le forze armate del paese e di dare man forte ai jihadisti egiziani che imperversano nel Sinai. Fonti di sicurezza egiziane ampiamente rilevate dai media del Paese hanno , d’altro canto, affermato che «Hamas e altre milizie jihadiste palestinesi, con l’aiuto ci contrabbandieri beduini e insorti, hanno messo a punto un’infrastruttura sotterranea di lancia-razzi e gallerie nella zona Nord-Est del Sinai al fine di resistere a eventuali attacchi israeliani, in caso d’invasione terrestre in grande scala nella Striscia di Gaza».

Accuse rifiutate in blocco dal movimento Hamas che, privato delle risorse finanziarie, in seguito alla chiusa di quasi tutte le gallerie, ha dovuto affrontare una crisi finanziaria molto dura nonché un isolamento politico che lo ha obbligato a accettare di riconciliarsi con il movimento Fatah nonché di rinunciare al potere in favore dell’autorità palestinese.

Un’autorità che deve ora cominciare a ricostruire una Gaza devastata dall’operazione “bordo protettivo” e a lavorare per ottenere la rimozione totale del blocco che rende penosa l’esistenza dei suoi abitanti. Una condizione senza la quale le gallerie ricominceranno a funzionare, qualunque siano gli ostacoli e le restrizioni.

Un esempio concreto che illustri questa ipotesi: la fuga verso l’Egitto di migliaia di palestinesi attraverso le gallerie malgrado le drastiche misure adottate dal governo di Sissi che non solo ha posto pattuglie lungo le frontiere, ma ha affermato di aver distrutto più di mille gallerie.

La fuga di questi palestinesi è stata evidenziata, il mese scorso, in seguito al naufragio di due imbarcazioni, una al largo delle coste di Malta e l’altra nelle acque territoriali egiziane, mentre tentavano di raggiungere clandestinamente l’Europa. Un naufragio che ha tagliato la via di fuga a centinaia di profughi tra cui donne e bambini. Un altro dramma, ma senza il quale, non si sarebbe mai saputo che le gallerie sono ancora operative malgrado tutto.

 

Traduzione di Marco Barberi

 

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