sabato, Dicembre 4

Le fantasticherie di von Braun non porteranno uomini e donne su Marte L'uomo che aveva portato l’America sulla Luna appena due mesi prima, con la sua esposizione, concretizzava una serie di idee futuribili. Ma da quei tempi, un passo sostanziale nel superamento della propulsione chimica non si è fatto e con i mezzi oggi a disposizione gli astronauti non sono ancora in grado di viaggiare in sicurezza verso distanze molto estese

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Il 15 settembre 1969 il Direttore del centro spaziale della NASA, Wernher von Braun, presentò allo Science Committee del Congresso degli Stati Uniti un progetto dello Space Task Group promosso dal Presidente Richard Nixon che avrebbe potuto anticipare il mondo di quasi mezzo secolo. Ma così non fu.

L’uomo che aveva portato l’America sulla Luna appena due mesi prima, con la sua esposizione, concretizzava una serie di idee futuribili per far compiere un lungo salto su Marte agli astronauti del suo ente, convinto di possedere tutte le doti per osare l’inosabile. «La Luna è conquistata. Sì, certo che ci torneremo molte volte nel corso del progetto Apollo, ma adesso, per noi leader è il momento di pensare in grande». Parole di effetto e supponenza.

I suoi nuovi connazionali sapevano bene che lo scienziato più conosciuto al mondo, in quel momento almeno, era stato un gruppenführer, ovvero uno dei primi livelli paramilitari del partito nazista, che a Peenemünde, un’isoletta del Baltico aveva progettato degli ordigni concepiti per distruggere il mondo non allineato alla furia omicida della dittatura tedesca. Ma sapevano pure che se lo scotto da pagare fosse quello di prendersi a bordo un manipolo di criminali vicini a Adolf Hitler, le tecnologie recuperate avrebbero potuto permettere a Stars and Stripes di diventare i campioni assoluti del mondo. In fondo una lezione esemplare di Niccolò Machiavelli, che il Paese della ‘Seconda Opportunità’ ha saputo mettere in pratica assai bene.

Il genio von Braun in quel momento doveva cavalcare l’onda del suo successo. Grazie al Saturn V di cui lui aveva la paternità, Neil Armstrong aveva enfatizzato «il grande passo compiuto dall’umanità»… con i piedi di cittadini statunitensi: un credito troppo ghiotto da esigere da una terra che lo aveva reclutato, ospitato e salvato da un rischioso processo per crimini di guerra. E così lo scienziato tedesco presentò il suo piano.

La missione sul Pianeta Rosso era impostata su quattro punti di forza: il principale sarebbe stato un nuovo razzo, una belva alta oltre 80 metri con una massa al lancio di circa 730 tonnellate (pari a 25 TIR a pieno carico). L’intero sistema poi era composto da un vascello, un modulo di comando simile nella concezione a quelli utilizzati nel programma Apollo per agganciare i LEM che si sollevavano dalla Luna e un altro modulo complementare, per consentire agli astronauti di approdare e allontanarsi da Marte a operazione conclusa. Per quanto cercheremo di evitare noiosi dettagli tecnici, è necessario soffermarci su alcune delle caratteristiche indicate da von Braun per abbordare un nuovo pianeta e chi sa, pensare forse di renderlo abitabile da quella razza eletta che non aveva potuto vedere nella sua Germania.

Il problema principale –sicuramente non l’unico- da comprendere è che la distanza Terra-Luna è pressappoco 385.000 km. Per andare su Marte, nella fase di massima vicinanza i chilometri da fare sono un po’ più di cinquanta milioni. Questi numeri vanno raddoppiati per poter riportare a casa gli equipaggi.

Orbene, la testa acutissima del nobiluomo naturalizzato cittadino americano dopo dieci anni di permanenza negli States sapeva bene di non poter utilizzare i combustibili convenzionali per un viaggio profondamente diverso da quello lunare e comprendeva di dover ricorrere a motori più perfezionati per compiere una trasferta così ambiziosa. E così propose la propulsione nucleare.

La missione doveva iniziare dall’orbita terrestre dove si sarebbero montate tre navette a propulsione atomica in parallelo. Stadi cilindrici che sostituivano il classico propulsore chimico con un motore NERVA basato su una tecnologia già ideata nei primi anni Sessanta e fortemente avversata dal crescente potere della lobby anti-nucleare ma anche sfiduciata dai test che sui motori non riuscirono a produrre più del 40% della potenza teorica di progetto. Se è vero che il propulsore nucleare avrebbe permesso l’eliminazione del pesante serbatoio dell’ossidante, riducendo la massa totale dell’astronave, la strada da compiere era ancora tutta da percorrere.

Era un crash program quello di von Braun e lui lo sapeva. E sapeva anche cinicamente che il suo impianto conteneva tutte le incertezze di tecnologie non testate e non sviluppate. Lui una volta aveva detto: «Ho imparato ad usare la parola impossibile con la più grande cautela». Ma il suo cervello era un delirio di onnipotenza che non aveva evidenziato i rischi a cui avrebbe sottoposto i sei membri di equipaggio che aveva progettato di mettere a bordo dei suoi accrocchi: bombardamento di radiazioni cosmiche in viaggio e su Marte, contaminazione dalla propulsione nucleare dell’impianto propulsivo, convivenza in spazi ridotti per lungo tempo, possibilità concreta dell’insorgere di malattie, alimentazione da cibi non idonei alla sopravvivenza per tutta la durata di trasferimento e presenza sul pianeta: nove mesi di andata, trenta o sessanta giorni di esplorazione e almeno altre quaranta settimane per il ritorno.

Probabilmente non furono questi gli azzardi principali che gli contestò la Commissione.

Nel 1969, gli Stati Uniti erano impegnati in Vietnam con un dispiegamento militare che li stava esponendo per 600 miliardi di dollari. E poi c’erano i convincimenti mediatici che da sempre nel Nuovo Continente hanno determinato il passo delle scelte politiche. Dopo i primi saltellii di Armstrong e Aldrinn nel Mar della Tranquillità ormai il sogno americano era stato appagato.

Quando poi due anni dopo Alan Shepard, comandante di Apollo 14 tirò fuori dal modulo lunare un ‘ferro 6’, che aveva imbarcato di nascosto nella sua navicella e colpì due palle, l’una dopo l’altra sulla superficie lunare lanciandole a oltre 200 metri dal suo lander, non si comprese l’atto di dimostrare l’assenza di resistenza dell’atmosfera e la ridotta gravità ma dai tabloid americani si sollevò una polemica sul costo di una partita di golf!

Dunque, il barone che si era ornato orgogliosamente delle foglie di quercia sui colletti dell’uniformenazista -indice della massima autorità- fu battuto dal Congresso degli Stati Uniti, anche se per una manciata di voti, perché l’assise preferì proseguire con i suoi fallimenti militari nel sud est asiatico e fermare di fatto la ricerca spaziale per molti lustri.

È stato scritto che «dopo cinquant’anni le idee del visionario von Braun non sono state dimenticate e la Nasa ha di nuovo intenzione di tornare a compiere grandi imprese, tornare sulla luna nel 2024 e realizzare una base permanente nel 2028».

L’ente spaziale americano può lanciare i messaggi seduttivi che vuole. Tanto i suoi amministratori cambiano e le promesse si sbiadiscono peggio dei colori sotto le radiazioni ultraviolette. In verità, dai tempi di von Braun un passo sostanziale nel superamento della propulsione chimica non si è fatto e con i mezzi oggi a disposizione gli astronauti non sono ancora in grado di viaggiare in sicurezza verso distanze così estese. Né ci risulta che ci siano studi tanto avanzati da far assegnare date certe.

Rispetto ai vagheggiamenti di mezzo secolo fa, i viaggi nello spazio hanno cambiato molte prospettive puntando meno su aspetti di pomposo esibizionismo per consolidare un posizionamento più pratico. La presenza umana resterà però un’icona inossidabile per rispolverare vecchi scenari di conquista e di colonizzazione.

Noi siamo consapevoli che sono molte le componenti che pesano in questa visione così gigantesca. Riteniamo che la ricerca non deve arrestarsi di fronte alle difficoltà, ma deve guardare in modo concreto, condividendo le conoscenze e coinvolgendo tutte quelle risorse di cui dispone la scienza, anche quelle presidiate da entità che in un primo momento possono apparire lontane. Sarebbe questo il vero grande passo da far compiere all’intera umanità.

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