sabato, novembre 17

Le (ex) cattolicissime Filippine scoprono il divorzio La legge sul divorzio potrebbe entrare presto nell’ordinamento dell’Arcipelago; “E’ la società che sta cambiando il pese” afferma in questa intervista Stefano Vecchia, giornalista e ottimo conoscitore del paese

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Le ultime due Nazioni al mondo che non prevedono nella loro legge il divorzio sono lo Stato del Vaticano e le Filippine. In quest’ultimo caso, però le cose si stanno evolvendo. Infatti, nel marzo del 2018 , è stata approvata dalla Camera bassa del Congresso filippino la proposta di legge numero 7303, con 134 voti a favore, 57 contrari e 2 astenuti, chiamata “Atto che istituisce il divorzio assoluto e la dissoluzione del matrimonio nelle Filippine”.

L’iter legislativo prevede che la bozza passi alla Camera alta dove verrà discussa ad Agosto ma ha già riscontrato l’opposizione di alcuni senatori, tra cui il presidente del Senato, che hanno affermato di non voler votare questo disegno di legge. In caso di approvazione, essa verrà consegnata al Presidente Rodrigo Duterte che potrà scegliere se rigettarla, tramite veto, o approvarla definitivamente. Duterte  si è dimostrato contrario al divorzio sin dalla sua campagna elettorale, vinta nel 2016, ma ha anche affermato che lascerà al Senato” una libera scelta” in merito al discusso provvedimento sebbene lui stesso ritenga che “sia nociva per i bambini”.

Al fine di meglio comprendere una situazione complessa e solo in apparenza paradossale dato che il paese possiede  il 93% di cristiani, di cui 81% cattolici, la cui maggioranza è propensa al divorzio, come affermano i sondaggi, abbiamo intervistato il giornalista Stefano Vecchia, esperto di Filippine e giornalista  presso testate cattoliche.

 

Il codice civile filippino in vigore prevede la possibilità ai coniugi possano annullare il matrimonio e  risposarsi con la persona di sesso opposto. Come mai la necessità di richiedere anche il divorzio?

L’annullamento è un procedimento improponibile  per la stragrande maggioranza del popolo filippino sia per il dispendio economico che per quello temporale, dato che la pratica può durare anche 10 anni, e solamente le classi abbienti possono affrontare le spese legali e le visite mediche e psicologiche che attestano

La burocrazia filippina non smaltisce le pratiche velocemente, il tasso di rifiuto è molto alto. Da qu esto punto di vista, la legge sul divorzio attualmente in Senato amplia la base di chi potrebbe usufruirne, dato che non effettua nessuna discriminazione sociale, di religione o di sesso.

E’ pensiero comune nelle Filippine che il divorzio possa garantire almeno formalmente qualche tutela a chi poi si trova diviso dal coniuge, cosa che non succede nell’annullamento.  Il rischio è, quello che una volta approvata la legge, poi non ci siano i mezzi economici, strutturali adatti per renderla pienamente operativa, come nel caso della procreazione responsabile (educazione sessuale nelle scuole, distribuzione di contraccettivi ecc) .

Bisogna sottolineare che in questo caso c’è uno zoccolo duro del personale ospedaliero (intorno all’83%) che è obiettore di coscienza. Quindi, oltre alle problematiche strutturali, manca anche una predisposizione della popolazione al cambiamento sociale.

Gli ultimi sondaggi attestano che il 53% dei filippini si dice favorevole al divorzio. Che cosa sta cambiando nel paese con più alto tasso di cattolici al mondo?

In maniera semplicistica, è la società stessa che sta cambiando il paese. Sebbene si mantenga una facciata con una forte tradizione cattolica, soprattutto per gli anziani, i giovani stanno perdendo questo contatto profondo e simbiotico con la religione, e questo lo si nota chiaramente negli atteggiamenti e nelle strade delle Filippine.

Bisogna anche affermare che la cattolicità filippina possiede tutta una serie di sfumature che non la rendono univoca, come si è portati automaticamente a pensare. Anche all’interno della stessa Chiesa, alcuni vescovi si oppongono fortemente ai cambiamenti decisi da Duterte, mentre altri sono più possibilisti ad accettare il governo, in quanto essendo stato votato dalla grande maggioranza cristiana vedono un disegno superiore per quanto complicato e oscuro. A mediare queste posizioni c’è la Conferenza Episcopale filippina, che non vuole il  muro contro muro, ma che allo stesso tempo non vuole cedere sui valori fondanti della Chiesa.

Il divorzio, che viene visto dai cittadini filippini come esempio di progresso e di evoluzione, si va, però, a porre in un contesto massimale che ha una serie di discrepanze sociali che non vengono affrontate a pieno. Le Filippine non sono solamente un arcipelago geografico, ma anche sociale.

Anche per questo motivo, essere cattolico non solo rappresenta un valore religioso, ma anche un modo di appartenere ad un gruppo sociale, in quanto l’appartenenza viene considerata una dote di inserimento all’interno della società filippina, e questo porta a degli stravolgimenti nella vita pratica religiosa.

Ci sono casi di personaggi pubblici, sportivi o politici, che vivono l’appartenenza al cattolicesimo in forma poco tradizionale?

Si, lo stesso presidente ha il suo matrimonio annullato e non nasconde pubblicamente il suo essere un gran viveur. Lui è passato dal cattolicesimo romano ad un cristianesimo settario, ma non è l’unico politico basti pensare al presidente del Senato, che ha seguito un percorso simile a Duterte eppure si oppone alla legge sul divorzio. Dal campo sportivo, l’eroe nazionale, il pugile Manny Pacquiao, da cattolico ha deciso di abbandonare la religione e di avvicinarsi a sette evangeliche del sud delle Filippine per sentirsi più libero di vivere la propria vita. Quindi è vero che le Filippine sono un paese cattolico ma con delle caratteristiche decisamente uniche nel panorama.

Questo cambiamento in atto della società filippina può essere stato influenzato anche dalle emigrazioni dei filippini verso l’estero, giovani e non, che una volta rientrati in patria si sono trovati immersi in una società differente rispetto a quelle che invece avevano vissuto?

Sicuramente sì. Le cifre parlano di 10 milioni di filippini all’estero, quindi il 12%,13% della popolazione, che grazie alle loro rimesse economiche riescono ad aiutare il 40% dei connazionali rimasti sull’arcipelago. I valori incontrati all’estero, quindi, vengono riportati anche nel paese di origine, dove l’informazione, esclusa quella pilotata dal regime di Duterte,è puro gossip.

Bisogna tenere a mente che le Filippine sono un insieme di 7.000 isole ed i social media svolgono una funzione di informazione e di collegamento  non solo all’interno del paese, ma anche con il mondo esterno, e il venir a contatto con valori o disvalori, a seconda del personale punto di vista,  globalizzati comporta un cambiamento nel modo di pensare degli abitanti delle Filippine.

Di fronte a questo cambio di opinione del popolo filippino qual è stata la reazione pratica della Chiesa, anche di fronte all’approvazione della legge nella camera bassa del Congresso?

La Chiesa ha svolto un’opera di convincimento moderato, dato che uno scontro totale e diretto non gioverebbe alla società filippina, frammentata non solo dal punto di geografico, ma soprattutto dalle forti ineguaglianze visibili e palpabili quotidianamente tra chi possiede e chi no. La Chiesa chiede che vengano almeno conservati i diritti essenziali alla vita e tutelati in maniera speciale i minori, i figli e le donne in un paese in cui il 30% della popolazione è povera.

In questa ottica, il presidente potrebbe diventare un alleato ma Duterte era un personaggio già noto al clero asiatico da quando era sindaco di Davao, dove per anni ha guidato spedizioni contro i cartelli della droga ma anche contro i bambini di strada, per ripulire la città e renderla più sicura, scontrandosi con missionari e clero filippino contrario a questo tipo di operazioni.

Al momento  la reazione della Chiesa c’è ancora, ma non può essere decisiva come lo era stata invece, ai tempi di Marcos negli anni ‘70. La vittoria di un no alla legge del divorzio è solo politico e sociale, ma è molto difficile che la Chiesa riesca ad influenzare così massivamente l’establishment filippino. Basti pensare all’iter che ha portato all’approvazione, in poco meno di un anno, della già citata legge sulla procreazione responsabile, promossa da un presidente cattolico come Benigno Aquino III.

Diciamo che la resistenza della Chiesa si è attesta su tre fronti: il primo punto riguarda l’entrata in vigore definitiva e totale nel giugno 2016  di una legge approvata nel 2014,la cosiddetta legge sulla parentela responsabile della salute riproduttiva. Essa prevede educazione sessuale nelle scuole, distribuzione gratuita di contraccettivi, che non ha mai trovato favorevole la Chiesa filippina in tanti anni. Il secondo punto è il divorzio, mentre il terzo è l’abbassamento di età per l’incarcerazione dei minori, attualmente stabilito a 16 anni, mentre Duterte lo vorrebbe portare a 12.

L’empasse legislativo della legge sul divorzio può essere superato?

Ammesso che si possa sbloccare, non bisognerebbe focalizzarsi solamente tra alcuni  rapporti tra Chiesa e amministrazione politica di Duterte. La vera attenzione va posta ai movimenti di opposizione alla legge (movimenti civili) che stanno subendo sempre più pressioni dai loro antagonisti per essere meno influenti e decisivi sulla società filippina, che si sta evolvendo ad una velocità inimmaginabile fino a qualche anno fa, e che sta disgregando una serie di situazioni e certezze.

Inoltre, queste tensioni, sia parlamentari che extra, possono acutizzarsi con la discussione della nuova legge costituzionale che cancellerebbe alcuni diritti basilari della democrazia. Infatti,  una delle bozze prevede anche la decisione della presidenza a vita per Duterte, nel caso in cui ne faccia espressamente richiesta, annullando di conseguenza le elezioni. Tutto questo ad un anno dalle nuove elezioni presidenziali, che potrebbero consegnare al nuovo presidente una nazione povera ed una società che sta cambiando velocemente con problemi morali e strutturali da risolvere velocemente.

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