domenica, Maggio 16

Le elezioni in Emilia Romagna, come ci si arriva

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PROLOGO.

Dopodomani, domenica 23 novembre, si vota per le regionali in Emilia-Romagna. Elezioni anticipate per le dimissioni del governatore Vasco Errani, dopo la sua condanna per falso ideologico nell’inchiesta sui contributi della regione alla coop Terremerse all’epoca presieduta dal fratello (in primo grado Errani era stato invece assolto). Nel frattempo, 41 consiglieri regionali su 50 stanno per essere rinviati a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulle “spese facili” (l’accusa è che abbiano usato soldi pubblici per rimborsare spese personali e di partito). Nel bestiario degli abusi spiccano: consulenze agli amici di partito, figli e parenti; viaggi e soggiorni in hotel di lusso con le segretarie-amanti, pranzi da 150-200 euro a cranio in ristoranti alla moda, rimborsi chilometrici per viaggi inesistenti, perfino un sex toys e uno scontrino da 50 centesimi per la pipì nei bagni pubblici.

Un quadro desolante, che coinvolge appieno i consiglieri democratici (solo 7 su 24 quelli non toccati dall’inchiesta) e in particolare l’ex capogruppo Monari, registrato di nascosto mentre in una riunione dei capigruppo definisce i giornalisti “servi della gleba” e il suo Pd “un partito dove ci sono molti idioti”.

Crisi non solo morale e politica, ma anche economica. Con l’eccezione del terremoto.

Intanto la crisi morde forte anche qui: aziende che chiudono, disoccupazione che sfiora il 10%, precariato alle stelle, la mitica piccola e media impresa in grande difficoltà, alcuni dei più prestigiosi marchi dell’imprenditoria emiliana volati nel portafoglio dei fondi esteri o delle  multinazionali, enti locali alla canna del gas, sanità e welfare che perdono colpi, nuove povertà che avanzano.

Insomma, quel che un tempo era la mitica “Emilia rossa” del buongoverno dei comunisti, rispettata in tutta Europa e apprezzata perfino negli States, oggi assimilata a una regione come le altre della malapolitica italiana. Con una sola vera eccezione: quella della ricostruzione post-terremoto, che invece avanza di buona lena per merito dello “spirito emiliano” che ancora caratterizza cittadini, amministrazioni e imprese nei momenti difficili e anche, bisogna pur dirlo, della egregia conduzione del commissario straordinario e governatore uscente, Vasco Errani.

Bonaccini candidato contro… nessuno.

In questo contesto, il candidato del Pd alla successione di Errani, il segretario regionale del partito (ora autosospeso) Stefano Bonaccini, ex bersaniano di ferro diventato uno dei più stretti collaboratori di Renzi – che dovrebbe accendere un cero alla magistratura che l’ha scagionato alla vigilia delle primarie del Pd e gli ha tolto di mezzo il suo principale competitor, il “JFK di Fiorano”, Matteo Richetti – si presenta al voto da stragrande favorito e con la prospettiva di vincere a mani basse, essendo sostanzialmente senza avversari competitivi, almeno sulla carta: Forza Italia ormai non esiste più, la destra si affida alla Lega e alle provocazioni di Salvini, i “grillini” sono spaccati al loro interno e in declino.

Con la grande incognita della partecipazione al voto.

Ma c’è la grande incognita della partecipazione al voto. Il disincanto nel popolo della sinistra è grande. Alle primarie del Pd hanno votato appena 58mila elettori. Sui “social” si moltiplicano le dichiarazioni di voto disgiunto della sinistra-sinistra a favore della candidata dell’Altra Emilia-Romagna, Cristina Quintavalla. Ma alcuni sondaggi riservati prevederebbero una affluenza alle urne addirittura del 50-52%, in una regione da sempre tra le più votanti d’Italia. E in molti si fa strada la convinzione che mai come questa volta il non voto sia, in realtà, una scelta di voto per costringere chi si ostina a non voler sentire che bisogna cambiare musica, non soltanto i suonatori.

LA CONFESSIONE.

Tutto ciò premesso, confesso che da cittadino ed elettore di sinistra della (ex)”Emilia rossa”, per la prima volta nella mia vita e a due giorni dalle elezioni regionali non ho ancora deciso se andò a votare e, nel caso, per chi voterò.
La “narrazione” di Matteo Renzi. 

Ieri sera, giovedì, ho seguito una parte della diretta di Rainews24 sulla manifestazione di chiusura della campagna elettorale del Pd al PalaDozza di Bologna, con Matteo Renzi. Quel tanto che basta per sentir dire dal premier-segretario, tra l’altro, che:
“Camusso e Salvini sono le due facce della stessa medaglia”;
“il Jobs act è la più grande riforma di sinistra mai fatta in Italia”;
“io sono impegnato a creare lavoro e speranza, altri passano il loro tempo a organizzare scioperi “;
“ i sindacati, che non hanno scioperato contro la Fornero, il 12 dicembre scioperano contro di me: quindi lo sciopero è chiaramente politico”.

Ma la cosa che più mi ha colpito è stata quando, rivolto ai contestatori (da quel che si è capito non solo quelli dei centri sociali che avevano appena sfasciato le vetrine del circolo del Pd “Passepartout” di via Galliera, ma anche quelli sostenuti dalla Cgil e dalla minoranza del suo partito), ha urlato con tono di sfida: “NOI CAMBIEREMO L’ITALIA, VOI NON CI FERMERETE E NON CI FATE PAURA”.

Il tutto all’interno dell’ormai consueta “narrazione” da “one man show”, in camicia bianca sul palco vintage in compagnia soltanto della scenografia: le specialità gastronomiche di Bologna, il packaging, il rosso da corsa di una Ducati. Una “narrazione” dai toni a tratti sopra le righe, da Italia campione alla conquista del mondo, con la solita buona dose di demagogia, un’impronta e un modo di comunicare sparandole grosse che ricorda da vicino un altro grande affabulatore di folle (indovinate chi) e, per finire, perfino qualche primo velato attacco ai giornali che fa capolino qua e là perché i media non esaltano a dovere i grandi successi del suo governo.

E l’anima perduta della sinistra 
Bene, un dubbio, se ancora ci fosse stato, Renzi ieri sera me l’ha tolto: se andrò a votare di certo non voterò chi mette Camusso e Salvini sullo stesso piano (la Cgil ha perso colpi, avrà mille difetti, ma ancora mi pare difenda i lavoratori; la Lega ormai va a braccetto con i neo-fascisti di Marie Le Pen e di Casa Pound), chi considera i sindacati come nemici e conservatori e si sceglie come partner privilegiati per cambiare l’Italia gli imprenditori (ieri Barilla e Pizzarotti, ovvero gli amici dell’ex ministro alla cementificazione, Lunardi, nonché gli sponsor dell’ex sindaco della “Parma da bere”, Vignali); chi tratta da avversari Bersani, Cuperlo e Landini e da alleati Alfano, Verdini e Berlusconi, ed etichetta come “gufi” tutti coloro che non la pensano come lui sulle riforme; chi parla come al “Truman show” quando fuori, nel paese reale, le famiglie sono allo stremo, il lavoro non si trova, cresce la povertà e la disperazione.

Non voto per un partito che dovrebbe essere il partito simbolo della sinistra e invece dice a chi scende in piazza per difendere i diritti e chiedere una diversa politica economica: “Voi non mi fate paura”. E non voto per un candidato presidente di una regione come l’Emilia-Romagna, simbolo della migliore sinistra italiana, che il giorno della manifestazione della Cgil a Roma volta le spalle ai lavoratori e se ne va alla Leopolda dove, tra l’altro, c’è uno dei principali sostenitori del premier che predica l’abolizione del diritto di sciopero. Uno sgarbo ai cittadini, agli elettori e alla storia di questa regione che un leader della sinistra emiliano-romagnola non dovrebbe nemmeno lontanamente pensare. Lo strappo di una sinistra che sembra aver perso la sua anima. Ma anche un errore politico grave, che uno come Errani, per dire, non avrebbe mai commesso.

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