sabato, Ottobre 23

Le due Europe si misurano sulla crisi dei profughi

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Alla base del comportamento passivo dell’Unione Orbán vede la prevalenza delle concezioni e delle sensibilità ‘dell’Europa liberale’ che si contrappone in maniera ormai inconciliabile ‘all’Europa democratica’. La prima si alimenta di ideali astratti, lontani dalla quotidianità delle persone e dei popoli e che soddisfano solo le esigenze culturali di pochi; la seconda tiene conto dei bisogni reali e non teme di dare la parola a tutti. Così, congresso Fidesz che si svolgeva sotto l’eloquente titolo ‘Difendiamo il Paese’, Orbán ha ribadito di considerare suo dovere prioritario far sì che «gli ungheresi possano vivere liberi dalla paura». Di questo c’è concretamente bisogno, ed ecco spiegata la recinzione alle frontiere, non di introdurre nell’ordinamento un nuovo tipo di cittadinanza che in sostanza non prevede limiti. Chi da una posizione di superiorità morale critica ogni requisito posto alla cittadinanza mira «a mettere la parola fine alle nazioni europee».  Ora è proprio la strada opposta che l’Europa deve prendere, occorra che essa conservi il suo carattere democratico, cioè nazionale, oppure non avrà un futuro in quanto Europa.

La contrapposizione dell’Europa democratica con l’Europa liberale non si esaurisce però a livello ideologico. Essa arriva infatti a toccare il campo spirituale. Orbán ha sostenuto al congresso quel già in altre occasioni aveva affermato: che molti europei hanno finito col credere soltanto in cose «superficiali e secondarie, magari belle e attraenti, ma pur sempre accessorie», tanto da non riuscire più ad accettare che quando si parla di Europa ci si rifaccia a valori come «cristianesimo, buon senso, forza».  E Orbán ha concluso il suo discorso dicendo che «la nostra vita ha valore e senso solo se la mettiamo al servizio di qualcosa che sia, rispetto a lei, più importante: la famiglia, Dio e la patria». Di certo Orbán era perfettamente cosciente che queste espressioni sarebbero state considerate come provocatorie in non pochi circoli politici e intellettuali. Ma se c’è qualcosa che non fa arretrare di un centimetro il primo ministro ungherese, è precisamente il timore della polemica.

Come era scontato, il congresso, con una maggioranza di 1774 su 1777 delegati, ha ribadito la fiducia a Orbán, il quale sarà il prossimo capolista Fidesz alle elezioni politiche del 2018. In questo esito plebiscitario, e solo in questo, c’è una somiglianza con il congresso della CDU tedesca della settimana scorsa che aveva nuovamente incoronato la Merkel. Il voto della Fidesz per Orbán è convinto e pieno, quello della CDU per la Merkel è fragile e molto, se non tutto, deve al formale dovere dei delegati di non lasciare sola la Cancelliera davanti all’opinione pubblica tedesca e internazionale.

 

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