domenica, Settembre 26

Le due Americhe del Messico field_506ffb1d3dbe2

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 II-Vertice-CELAC-2014

 

Ci sono molti modi di intendere il significato del termine ‘integrazione’. C’è chi, come i Paesi dell’America centrale, pur non riuscendo a risolvere le dispute di frontiera, avvia progetti per creare passaporti comuni e cooperazioni nei rapporti con altre aree del mondo. C’è anche chi ricerca l’integrazione sotto l’egida di una più articolata ideologia, come fece Hugo Chávez col bolivarismo o, comunque, continuano a fare leader come il Presidente boliviano Evo Morales o quello ecuadoregno Rafael Correa nella loro ricerca di una maggior emancipazione regionale. E c’è chi, infine, vede più prosaicamente l’integrazione come una maggior interazione tra economie nazionali. Questa, in particolare, è sembrata essere la proposta presentata dal Presidente messicano Enrique Peña Nieto al II Vertice della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi), tenutasi a Cuba la settimana scorsa, tra martedì e mercoledì.

La CELAC, nata appena quattro anni fa per succedere al cosiddetto Gruppo di Rio, è il più vasto organismo panamericano dopo l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), raggruppando tutti gli Stati sovrani del continente eccezion fatta per Stati Uniti e Canada, ed è spesso considerata per questo alternativa alla stessa OAS, in quanto svincolata dall’egemonia di Washington. In effetti, la stessa decisione di tenere il proprio secondo vertice a Cuba non avrebbe potuto esser presa dall’OAS, che dal 1962 aveva escluso L’Avana dalla partecipazione alle proprie riunioni e che, nel 2009, nonostante un parziale disgelo da parte degli Stati Uniti, aveva visto a sua volta il Governo di Raúl Castro rifiutare un possibile rientro. Si può quindi capire come, pur nella generale atmosfera di omaggio al padrone di casa Fidel Castro ed al defunto Hugo Chávez, la posizione del Messico di Peña Nieto, membro del NAFTA ed avviato su una strada di riforme di stampo neoliberista, non potesse che essere rivolta più ad un piano pragmatico che ad uno idealistico. Un piano che, riguardando strategie commerciali, era d’altronde più adeguato alle corde dell’inquilino di Los Pinos.

Durante il suo intervento, Peña Nieto ha perciò invitato gli altri Paesi della CELAC a prestare una maggior attenzione alla ‘produttività’ nelle «sfide comuni». Pur sottolineando la crescita media della regione «che contrasta, senza dubbio, con crescite inferiori che altre regioni del mondo stanno avendo» e le potenzialità del mercato costituito dall’insieme dei Paesi della regione, «maggiore del 20% di quello dell’Unione Europea», il Presidente messicano ha ricordato le sfide che coinvolgono la CELAC, quali «fame, povertà e diseguaglianza», per cui si renderebbe necessaria un’«agenda di crescita inclusiva». Per meglio delineare la natura di quest’agenda, Peña Nieto ha fatto riferimento alle riforme approvate nel corso del suo primo anno di Governo, definendole appunto «un’agenda trasformatrice, che conceda al Messico una maggior crescita economica nei prossimi anni e, di conseguenza, un maggior sviluppo sociale che permetta di abbattere i livelli di povertà e diseguaglianza». «Al contempo», ha però indicato come condizione fondamentale per raggiungere tali obiettivi «cambi strutturali, che ci permettano di modificare ed accelerare la nostra dinamica economica».

L’esempio del proprio Paese, in altri termini, secondo Peña Nieto dovrebbe indicare alla CELAC che l’obiettivo è la ‘competitività‘ ed il mezzo, appunto, la ‘produttività‘. Il dialogo consentito da vertici come quelli di Cuba, quindi, dovrebbe sfociare in un rafforzamento dei vincoli di «unità, identità e maggior integrazione commerciale ed economica per lo sviluppo dei nostri popoli», vincoli che l’esperienza di Paesi «forse di maggior sviluppo» ha visto consolidati proprio attraverso l’integrazione in blocchi. Questa visione non può, in effetti, non essere riconosciuta nell’iperattività del Messico in diversi fora multilaterali, consentita dalla sua particolare posizione all’intersezione tra diverse aree economiche, in particolare da tra gli Stati Uniti e l’America Latina. Questo ruolo di snodo principale tra i due mercati, che sembra leggersi tra le righe del discorso tenuto davanti all’assemblea dei Capi di Stato, con tutta probabilità è stato anche alla base degli incontri privati tenuti con alcuni tra questi.

A margine del vertice, infatti, Peña Nieto si è incontrato in particolare con suoi pari grado come la brasiliana Dilma Rousseff, l’argentina Cristina Fernández de Kirchner e l’uruguagio José Mujica. Secondo il comunicato della Presidenza messicana, con la prima si è discusso principalmente delle relazioni negli ambiti dell’energia, dell’industria agraria e di quella aerospaziale. Le relazioni tra i due Paesi sono molto intense: nell’ambito della CELAC il Messico è il secondo socio commerciale del Brasile, il Brasile il primo per il Messico. In particolare, gli investimenti messicani in Brasile riguardano le telecomunicazioni, il settore automobilistico e quello edile, per un totale di più di 30 miliardi di dollari, la somma più alta riservata ad un Paese latinoamericano. Ma è soprattutto nel campo del sostegno alimentare che è stata sottolineata la cooperazione fra i due Paesi, con l’interesse del Messico per i programmi lanciati dal Governo brasiliano. Ed una simile dinamica è stata presa in considerazione nell’incontro tra Peña Nieto e Fernández, in relazione al tentativo messicano di emulare il programma di sicurezza alimentare argentino denominato ProHuerta’. Ma non solo: oggetto della riunione bilaterale è stata anche la prosecuzione dell’Accordo di Associazione Strategica in vigore tra i due Paesi dal 2007. Più simbolico, infine, il colloquio con Mujica, a cui il Presidente messicano ha assegnato la ‘Decorazione Messicana dell’Aquila Azteca’ come riconoscimento per «la sua esperienza e filosofia di vita», che lo rendono «un grande statista del nostro secolo».

Il versante commerciale e quello simbolico si sono invece intrecciati in quello che, forse, è stato l’incontro principale di Peña Nieto: la visita a Fidel Castro di mercoledì 29. Uno dei principali obiettivi del viaggio, come dichiarato dallo stesso Presidente dalle pagine dello storico quotidiano governativo cubano Granma’, era d’altronde proprio quello di ricucire gli storici rapporti privilegiati con L’Avana, dopo il deterioramento avvertito nel corso delle ultime tre presidenze messicane. Dopo anni di buone relazioni tra il PRI e Cuba, la firma del NAFTA nel 1994 ed alcune sortite da parte di esponenti dell’allora Governo di Ernesto Zedillo riguardo alle libertà civili a Cuba avevano infatti incrinato le relazioni bilaterali, rimaste poi fredde durante le due Presidenze paniste. Peña Nieto, tuttavia, sembra appunto voler migliorare la situazione, come si è visto già in autunno, quando Cuba si è vista condonare il 70% del suo debito verso il Messico, per un equivalente di 487 milioni di dollari.

Il punto è che Cuba, data l’attuale debolezza del Venezuela post-chavista, sta cercando di ampliare le proprie alleanze, mentre le possibilità di investimento che offre stanno attirando gli interessi di alcuni tra i maggiori Paesi latinoamericani, tra cui il Messico, ma anche il Brasile. Così, mentre da un lato veniva affrontato l’aspetto simbolico rendendo visita a Fidel Castro, definito da Peña Nieto «leader politico e morale di Cuba», dall’altro incontrava il fratello ed attuale Capo di Stato Raúl per progettare la ripresa delle relazioni bilaterali. «Una nuova pagina nella Storia» il titolo del resoconto ufficiale sul sito della Presidenza messicana, in cui Peña Nieto ha spiegato come Raúl Castro l’abbia messo al corrente del «processo di attualizzazione del modello economico e sociale che sta dirigendo a Cuba», processo che il Messico intende appoggiare anche per tramite dei propri imprenditori, che vogliono «essere parte delle trasformazioni che sta vivendo l’isola». C’è però un concorrente agguerrito da battere: il Brasile di Dilma Rousseff, che precede il Messico come secondo maggior socio commerciale di Cuba (al primo si trova ancora il Venezuela): gli investimenti messicani nell’isola, comunque, ammontano già ufficialmente a 730 milioni di dollari.

La CELAC, dunque, sembra prospettarsi come una delle principali aree economiche in cui il Messico di Peña Nieto cercherà di affermarsi nel prossimo futuro. Questo, ovviamente, non significa che ciò avverrà a scapito di altri mercati: per questa strategia, come è necessaria l’integrazione interna all’area, lo è altrettanto quella tra i vari blocchi. Non a caso, l’Ambasciatore cinese a Cuba, Zhang Tao, ha sottolineato l’importanza del Forum CELAC-Cina, sorto proprio durante questo vertice per istituzionalizzare i rapporti tra Pechino e la regione latinoamericana e caraibica, del valore di 250 miliardi di dollari nel solo 2013. Si è già osservato su queste pagine come le economie asiatiche puntino sul Messico proprio come porta d’accesso ai mercati del continente, dal NAFTA a quelli latinoamericani, così come abbiamo riportato l’opinione del Prof. José Luis Rhi-Sausi, per cui anche la relazione tra CELAC e Unione Europea avrà tra i maggiori protagonisti proprio il Paese centroamericano. È dunque prevedibile un impegno messicano perché l’integrazione della CELAC prosegua sui binari del pragmatismo, prima di tutto economico. Questo obiettivo, però, comporterà un compromesso con chi, come alcuni tra i vecchi alleati di Chávez, potrebbe non gradire la presenza di una porta aperta verso gli Stati Uniti. Allora, forse, la ripresa delle relazioni con Cuba potrebbe risultare ancor meno simbolica di quanto sia apparsa.

 

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