mercoledì, Maggio 12

Le crisi mediorientali viste dall’Australia Dalla questione palestinese all’ISIS in Iraq, le diverse opinioni del Paese sulle attuali crisi

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Sydney – Data l’estrema lontananza geografica si potrebbe pensare, senza timore di essere contraddetti, che le molte questioni aperte in Medio Oriente non influenzino in alcun modo il Governo e l’opinione pubblica dell’Australia. Dopotutto quest’ultima è una potenza regionale del Pacifico Meridionale, concentrata sui soverchianti interessi economici derivanti dagli scambi commerciali con Cina, Giappone, India ed Indonesia. A ben guardare, inoltre, ci si rammenta che questo è anche il Paese con la più alta qualità di vita in assoluto (OCSE) e con il secondo indice di sviluppo umano (HDI) più alto al mondo. Una nazione estremamente vasta, sottopopolata e ricca, con una impressionante crescita media del 3,4% nell’intero ultimo secolo, forse poco interessata a quanto succede dall’altro lato del mondo.

Ma l’Australia non è solo diplomazia economica con il sud-est asiatico, il Paese mantiene infatti intatto lo storico rapporto di collaborazione in ambito politico, militare e spionistico con gli alleati anglofoni, Stati Uniti su tutti. Non deve stupire, allora, l’impegno australiano in contesti geopolitici molto distanti dalla propria area di influenza.

Concentrandosi sul solo Medio Oriente, infatti, risulta evidente negli anni il supporto dell’Australia nell’ambito di missioni di peacekeeping: Yemen (1963), Sinai (1976-1979, 1982-1986, 1993 – in corso), Confine tra Israele e Siria (1974), Libano (1978), Iran (1988-1990), Afghanistan (1989-1993), Kurdistan Iracheno (1991), Iraq (1991-1999), Israele (1956 – in corso). L’Australia è infatti il Paese che, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha dato il più costante supporto alle azioni militari degli USA, partecipando a missioni cogestite in un numero maggiore rispetto al Regno Unito.

Questo ha comportato, al di là delle molte missioni di peacekeeping, una forte presenza nella Guerra del Golfo del 1991-1992 (1.800 tra soldati e personale tecnico, 7 navi da guerra, un numero imprecisato di caccia, elicotteri e velivoli da ricognizione), nella Guerra in Afghanistan cominciata nel 2001 (25.000 tra soldati e personale tecnico, circa 2 miliardi di dollari di costi finanziari) e nell’invasione dell’Iraq del 2003 (17.000 tra soldati e personale tecnico, 500 elementi delle forze speciali, 3 navi della marina militare, 14 caccia F-18, 3 aerei da trasporto C-130, 3 velivoli da ricognizione, un numero imprecisato di elicotteri e velivoli di supporto).

Nonostante le politiche regionali australiane vedano coinvolto il Paese in importanti rapporti con l’Indonesia, il più popoloso Stato islamico del mondo, le politiche di Canberra hanno mostrato nel corso degli anni un costante e significativo appoggio ad Israele, a prescindere dal tipo di Esecutivo in carica. L’opinione pubblica australiana d’altro canto, pur essendo molto sensibile al tema dell’estremismo religioso islamico, sembra condannare in maniera più dura l’operato di Israele rispetto a quello di Hamas.

Studiando la composizione religiosa del Paese, inoltre, si scopre che i dati sembrano quantomeno sostenere quella che è ormai un’opinione diffusa tra i politologi australiani. Sono infatti circa 480.000 le persone di religione islamica attualmente residenti in Australia, una cifra pari a circa il 2,1% della popolazione totale. Di questi, tuttavia, i due terzi sono nati in altri Paesi, principalmente Libano, Turchia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Iraq e Iran. Questa disproporzione, unita alla presenza radicata di gruppi fondamentalisti islamici in alcuni dei Paesi appena elencati, ha provocato negli anni una certa diffidenza tra i cittadini australiani. Tale sentimento, soprattutto di recente, è stato rinforzato dalla scoperta che circa 150 Australiani di religione islamica si sono uniti alle milizie dell’ISIS in Iraq. Il numero di persone di religione ebraica in Australia, al contrario, è di sole 100.000, pari a circa lo 0,4% della popolazione totale

La dicotomia australiana tra politiche governative filoisraeliane e opinione pubblica -quantomeno orientata verso la ricerca di soluzioni non militari-  sembra dunque avere un certo grado di correlazione con gli interessi di Canberra da un lato e con il numero maggiore di musulmani in Australia dall’altro.

Questo ha comportato la presenza di molte proteste in tutte le maggiori città australiane  -Sydney, Melbourne, Brisbane, Perth-  per quella che è generalmente considerata un’offensiva sproporzionata da parte di Israele. Una delle maggiori si è svolta sabato scorso a Sydney   -dove il corteo ha sfilato pacificamente tra i grattacieli del centro-  ed è stata da noi seguita. Tale manifestazione, al pari di altre, presenta tuttavia elementi che vanno oltre la protesta per l’eccessivo uso della forza.

I cori cantati dai manifestanti non chiedevano solamente un immediato cessate il fuoco, ma criticavano le azioni di Israele bollandole come criminali ed accusando lo Stato israeliano di essere il vero terrorista.
I molti cartelli e striscioni presenti nel corteo indicavano come boicottare i prodotti israeliani e mostravano foto di bambini morti, immagini che ritraevano gli israeliani come i nuovi nazisti, cartelli che inneggiavano ad un nuovo genocidio ad opera di Israele e molti altri striscioni che assimilavano l’azione militare dello Stato israeliano ai massacri dei nazisti e all’apartheid.
Il corteo di Sydney, analogamente alle manifestazioni svoltesi nelle altre grandi città del mondo, era poi accompagnato non solo da un fiume di bandiere palestinesi, ma anche da molte bandiere verdi con sure del Corano e da molte mezzelune.

Ecco alcune delle dichiarazioni raccolte durante la manifestazione: «Israele è uno Stato assassino, deve interrompere immediatamente il massacro del popolo palestinese! I Palestinesi hanno diritto a stare in quella terra, Israele vuole togliere tutti i diritti ai Palestinesi!»; «Io, da ebreo, mi vergogno di quanto sta facendo Israele. Questa non è legittima difesa, questo è un attacco indiscriminato che porterà solo altro odio»; «Israele è il vero terrorista in questa situazione, è Israele che bombarda gli ospedali e le scuole dell’ONU, è Israele che uccide bambini e innocenti, è Israele che vuole la guerra col suo odio!»; «Dobbiamo fermare Israele e gli Stati Uniti. Obama con una mano critica le reazioni spropositate delle forze israeliane, dall’altra vende sempre più armi al suo alleato assassino! Dobbiamo dirlo, tutti devono sapere».

Ciò che era vistosamente assente, tuttavia, era uno slogan od uno striscione che criticasse l’operato di Hamas, considerato da molti analisti come uno dei principali responsabili per le continue sofferenze dei Palestinesi.

Un’altra crisi mediorientale che interessa Governo ed opinione pubblica australiana, suscitando, però, reazioni meno controverse e più omogenee nella condanna, è quella dell’espansione dell’ISIS in Iraq ed in Siria. La regione è infatti attraversata da rinnovate forme di violenza che vedono coinvolti, da un lato, gli Stati più o meno legittimati dalla Comunità Internazionale, dall’altro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, abbreviato come ISIL, dall’inglese Islamic State in Iraq and the Levant o ISIS, da Islamic State in Iraq and Syria.

Nel giugno scorso il Primo Ministro australiano Tony Abbott incontrava il Presidente USA Barack Obama per discutere della situazione, mentre il Ministro degli Esteri australiano Julie Bishop dichiarava: «Non ravvedo, almeno per ora, una circostanza che richieda il ritorno di truppe australiane in Iraq. Rimaniamo però vigili e pronti ad affrontare la conseguente crisi umanitaria, dovessero arrivare richieste in tal senso. Per quello che ne so, non c’è ancora stata alcuna richiesta da parte del governo iracheno». Negli stessi giorni, il Governo autorizzava l’invio di un contingente di soldati dei reparti speciali il cui compito era quello di difendere l’Ambasciata australiana a Baghdad, nonostante non fossero stati forniti dati più precisi su numeri e scadenza della missione.

Le preoccupazioni dell’Australia sono, dunque, assimilabili a quelle di qualunque Paese che privilegi una stabilità politica in tale regione, uno dei contesti geopolitici più instabili del pianeta, caratterizzato da marcate e radicate differenze etniche, religiose, settarie e, più in generale, sociali e politiche. La zona è inoltre uno degli snodi economici più delicati, in cui il commercio di greggio risulta essere un sostenimento fondamentale per le economie e gli indotti – di ogni sorta – locali.

E’ tuttavia importante tenere in considerazione anche le conseguenze meno dirette dell’impegno australiano in territori instabili, le quali si sono talvolta tradotte nella comparsa di sentimenti di odio e di rivalsa nei confronti della popolazione australiana. E’ questo il caso del terrorismo di matrice islamica che ha più volte colpito l’Australia, le cui origini sono da cercarsi nella continua presenza in Medio Oriente a fianco di Stati Uniti e Regno Unito, ma anche nelle missioni di pace condotte nell’Arco di Instabilità ed in Indonesia, Paese islamico più popoloso del mondo.

Oggi l’Australia è scioccata dalle immagini del giovanissimo figlio del cittadino australiano Khaled Sharrouf, cresciuto a Sydney, che regge sorridente la testa decapitata di un soldato siriano. Le immagini, condivise su Twitter dal padre, portano il commento «That’s my boy» («Questo è il mio ragazzo»).

Il Primo Ministro Abbott ha dichiarato: «Questo dimostra di cosa sia capace l’ISIL, quanto sia barbaro questo esercito di terroristi. Voglio che sia assolutamente chiaro: L’ISIL non è un gruppo terroristico, è un intero esercito di terroristi. Non vogliono fondare un gruppo separatista, vogliono creare uno Stato terroristico. Questa è una barbarie medievale supportata dalla moderna tecnologia». Il Premier australiano ha inoltre confermato che l’Australia fornirà supporto umanitario alle popolazioni locali, in particolar modo agli Yazidi, mentre due C-130 australiani sono già atterrati negli Emirati Arabi Uniti.

Riguardo ad un possibile impegno militare dell’Australia, invece, è stato il Ministro della Difesa David Johnston a chiarire la posizione del Paese: «L’Australia è ora concentrata sull’assistenza umanitaria in Iraq, non ci è stato chiesto un aiuto di tipo militare. Nessuno può sapere cosa accadrà in futuro in quello che è chiaramente una situazione molto difficile e complessa». Lunedì scorso, tuttavia, lo stesso Johnston aveva dichiarato che non era possibile escludere a priori un intervento militare australiano, soprattutto qualora fosse arrivata una richiesta di aiuto in tal senso dagli Stati Uniti.

E’ certamente vero che non si possa sapere cosa accadrà nel prossimo futuro, in situazioni critiche come quella dell’avanzata dell’ISIS e del conflitto israelo-palestinese, ma è lecito aspettarsi un forte e continuo contributo umanitario da parte dell’Australia. Ma questo è un impegno che, senza dubbio, si trasformerebbe in una serie di azioni militari congiunte, qualora da Washington venisse chiesto l’intervento di Canberra.

 

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